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diario d'officina

ritornano pagine usuali...
consumate fino a notte.
istante per istante.
oltre il nostro vecchio portone di legno...
ed ancora ciottoli da raccattare... o da deporre...
ancora una via di cui non si intuisce la meta...
ed infinite immaginifiche vivono.
ancora il sottilissimo filo di un sogno
a legare senza nodi.
non più grande
del refe ordito dalle graziose mani della  "regina mab"...
e non diversamente dai suoi,
filo che è vano spezzare...
perché non vi sono lame
capaci di recidere
i tessuti dell'anima - i più intimi -
ove si dipingono
le voci... i mercati... i vicoli...
i volti...
...ed i sogni...
quelli di ognuno...
quelli che unici rubano alla realtà le loro tinte
e vivono
tra le pareti delle officineteatrali.
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lascio i miei vestiti scivolare in terra.
li ripiego con cura
li ripongo nella sacca...
tra appunti... fogli... libri...
e parole.
le mie... le loro...
il pensiero di tante cose da dire ancora...
da ascoltare...
instancabilmente...
di nuovo indosso i miei abiti di ogni giorno.
lo zaino sulla spalla... le chiavi in mano...
mi avvio anche stasera...
spengo le lampade...
buio...
ma la luce rimane con me...
non quella dei freddi neon al soffitto.
non quella...
una luce lieve... donata... rubata...
sagoma ombre di verità cercate.
le mie...
le loro...
le nostre...
immagino di portarla via.
anche solo un riverbero. minimo.
nella sacca...
tra gli appunti... i fogli...
una maglia ripiegata con cura...



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venerdì, 6 ottobre 2006
è il ritardo di qualcuno dei ragazzi
a darci l'opportunità
di parlare un po' di più.
i nostri divani
non sono cambiati.
l'angolo sdrucito del bracciolo di una poltrona
ancora attira su di sé
il giocare delle mie dita.
ascolto la loro estate.
mesi lontani dalle officine.
non dal teatro.
mesi in cui le parole dette in laboratorio
durante il "nostro" inverno
si sono impossessate,
dentro ognuno,
del loro significato.
pienamente.
più nitide.
e si comincia ad avere
maggiore percezione
del proprio "essere" in un quotidiano
che non è teatro
ma che tante volte
ci vede indossare,
anche inconsapevolmente,
una maschera.
mai la stessa.
diversa ogni volta.
ed averne coscienza, adesso.
e da ciò
avere non più timore
di smettere quella maschera dal proprio viso.
non è facile.
né ci si riesce
con la stessa levità
con cui spero scorrano
queste parole.
ma provarci.
è la voglia di provarci, adesso.
quando la "maschera" nasce in me
- da me -
e non sono altri
ad impormi...
a pretendere...
che ne indossi una.
man mano ci raggiungono gli altri.
siedono con noi.
ancora qualche minuto.
ascoltano.
si parla di una progettualità comune
che prepotentemente
- e con giusto diritto -
ambisce adesso a divenire realtà.
il palcoscenico,
non un saggio di fine anno,
è adesso,
fin dalla prima lezione,
il nostro fine ultimo.

gli esercizi scorrono velocemente
sul palcoscenico.
ancora sulla respirazione.
ancora per riappropriarsi.
ma già approfondendo.
esigendo io da loro,
loro da se stessi,
sempre qualcosa di più.
e sono esercizi,
i nostri,
che non solo inducono a crescere;
rivelano, anche:
i limiti,
i vizi acquisiti,
"blocchi" improvvisi
che già si sapevano e che tornano
nuovamente
a manifestarsi.
ed è rabbia.
come se tutto quello
che ognuno ha costruito
improvvisamente
si scoprisse essere nulla di più
di un castello di sabbia.
e la folata imprevista
di un vento che pensavamo
tacesse ormai,
né più sarebbe tornato a spirare,
pare spazzare via
i nostri "granelli"
raccolti uno per uno.
sono cose che tutti abbiamo vissuto
ma che in teatro assumono
una tinta più forte,
come il fastidio per una luce
che d'un tratto
varia il suo spettro cromatico.
e ci acceca.
ci fermiamo.
parliamo.
...riprendiamo da lì dove ci eravamo interrotti.
conducendoci come mano nella mano.
e mai è facile.
perché non è creta,
o legno,
o ferro,
il mio lavoro.
ognuno, semplicemente ed unicamente se stessi.
quello è il mio "lavoro",
in teatro.
ed è un mettersi in gioco,
un esporsi,
corpo ed anima,
ogni volta.
ogni sera vissuta qui dentro.

spegniamo le luci.
giochiamo.
sul palcoscenico posiziono una sedia,
mentre gli altri
intorno mi guardano
e con gli occhi mi interrogano.
ed in quelli
non è difficile leggere
la loro curiosità
di sapere.
curiosità breve.
le mie parole pongono fine
alla sua breve vita.
una sedia...
non solo per iniziare a lavorare
su una verità
in rapporto ad un oggetto,
ma cercando anche
di dare vita
ad un emozione
che quel particolare oggetto
- una sedia, stasera -
suscita in me.
perché appartenuta a qualcuno
- che amavo o odiavo -...
perché in essa rivivono
memorie mai sepolte...
perché ambita quale simbolo
di qualcosa che è desiderio in me...
perché...
non voglio saperlo il perché.
voglio che viva
sul palcoscenico
nel vivere ognuno
il proprio rapporto con quell'oggetto.
nessuna parola.
nessun mimare.
sono le nostre uniche regole.
non serve ripeterle.
i ragazzi tutti
le conoscono già.
ma un altra cosa, impongo:
un ingresso in scena.
ed in esso
non può non prendere forma
un vissuto che conduce i miei passi
ed insieme un contesto
che al suo interno contiene la mia "sedia"...
un parco?
un aula?
un salone?
la mia casa?
una soffitta?
nemmeno questo voglio sapere.
nemmeno questo voglio mi sia in qualche modo descritto.
voglio viverlo...
- parco, aula, salone, soffitta... -
crearlo in me,
diverso da quello degli altri,
cogliendo la verità
del mio compagno in scena.
quella che solo lui,
adesso,
non solo può, ma deve donarmi
perché una verità
possa vivere in me...
ed in essa la mia emozione.
non c'è alcun tentennamento.
i ragazzi, uno per volta,
salgono sul palcoscenico.
non importa far bene...
importa "essere"...
e lasciare che quell'essere
non sia imprigionato
dalla quarta parete
ma mi raggiunga in platea...
mi invada...
mi avvolga...
mi emozioni...
non c'è più paura di  sbagliare.
più forte è la voglia di osare.
e mi sorprendono
nel vivere ognuno la loro improvvisazione.
non solo per quello che vedo.
soprattutto per quello
che è invisibile agli occhi.
per l'articolazione e la completezza
di un codice teatrale
che ognuno sta plasmando dentro di sé
e che diversamente affiora.
e che diversamente colgo.
in un equilibrio precario
margherita
comincia a giocare con la sua sedia.
sempre afferrandola, dopo...
un attimo prima che possa
cadere in terra.
più volte.
così.
ed infine la sedia cade,
quando margherita decide
di non più trattenerla.
non sono i suoi gesti
che adesso commento con gli altri.
ma ciò che dietro i suoi gesti era celato.
l'emozione che quei gesti
hanno lasciato plasmarsi in me.
ed il nostro "discorso" si fa più sottile...
il gesto, come la parola,
non è nient'altro che la forma
che il pensiero sceglie
per manifestarsi.
non posso lavorare il gesto...
o la parola...
se prescindo dal pensiero che ne è genesi.
invito margherita a ripetere la sua improvvisazione.
uguali sono i gesti.
i movimenti.
i suoi passi.
il suo lasciare cadere in terra la sedia.
ma diversa
è l'emozione che adesso vive in me.
perché diverso è il pensiero
che ora, non prima,
ha animato l'agire scenico
di margherita...
ne parliamo...
gli altri ragazzi si confrontano con margherita...
ciò che più di altro desidero:
il confronto tra loro...
le piccole cose
che ognuno ha notato
e che sono state capaci di dire...
di incidersi...
anche se per un attimo, incidersi...
guardo margherita...
sorridiamo...
poi ancora un altro sul palco...
e il nostro giocare
con un sedia,
intorno a una sedia,
assume ogni volta
significati, simbolismi, metafore mai uguali...
guardo l'orologio.
è improvvisamente tardi.
sorrido pensando a quanto relativo
sia il concetto di tempo...
e forse anche il tempo
non è nulla di più
che un'idea...
- "andiamo avanti?"
- "ancora un po'..."
...ma di nulla più di un'idea
spesso l'uomo si nutre...

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