il laboratorio la didattica i corsi la struttura la stagione direzione artistica info
 
diario d'officina

ritornano pagine usuali...
consumate fino a notte.
istante per istante.
oltre il nostro vecchio portone di legno...
ed ancora ciottoli da raccattare... o da deporre...
ancora una via di cui non si intuisce la meta...
ed infinite immaginifiche vivono.
ancora il sottilissimo filo di un sogno
a legare senza nodi.
non più grande
del refe ordito dalle graziose mani della  "regina mab"...
e non diversamente dai suoi,
filo che è vano spezzare...
perché non vi sono lame
capaci di recidere
i tessuti dell'anima - i più intimi -
ove si dipingono
le voci... i mercati... i vicoli...
i volti...
...ed i sogni...
quelli di ognuno...
quelli che unici rubano alla realtà le loro tinte
e vivono
tra le pareti delle officineteatrali.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
lascio i miei vestiti scivolare in terra.
li ripiego con cura
li ripongo nella sacca...
tra appunti... fogli... libri...
e parole.
le mie... le loro...
il pensiero di tante cose da dire ancora...
da ascoltare...
instancabilmente...
di nuovo indosso i miei abiti di ogni giorno.
lo zaino sulla spalla... le chiavi in mano...
mi avvio anche stasera...
spengo le lampade...
buio...
ma la luce rimane con me...
non quella dei freddi neon al soffitto.
non quella...
una luce lieve... donata... rubata...
sagoma ombre di verità cercate.
le mie...
le loro...
le nostre...
immagino di portarla via.
anche solo un riverbero. minimo.
nella sacca...
tra gli appunti... i fogli...
una maglia ripiegata con cura...



index

 



lunedì, 9 ottobre 2006
è appena la terza lezione.
eppure la sensazione
è quella
di essere dentro al nostro lavoro
già da molto più tempo.
e non credo sia solo mia.
guardo i ragazzi quando arrivano.
il loro prepararsi al nostro gioco.
l'appropinquarsi al palco.
l'ascoltare la spiegazione di un nuovo esercizio,
un consiglio...
un  "appunto"...
e subito si riprende
con la voglia di andare incessantemente oltre
l'invisibile confine
raggiunto l'ultima volta.
scoprirne di nuovi
vivendoli ogni volta
come una piccola sfida.
con se stessi,
soprattutto.
consumiamo "naturalmente"
gli esercizi di base.
naturalmente...
adesso.
adesso che scrivo,
mi soffermo un attimo
a pensare.
è un anno di lavoro
dietro quel "naturalmente"...
un anno in cui abbiamo creduto
l'uno agli altri.
un anno durante il quale
reciprocamente
ci siamo abbandonati e accolti.
e non più di una sola parola
vale adesso
a dirla
la caparbia, la determinazione, la voglia...
il lavoro sul corpo
muove ancora
dal controllo
di quei meccanismi
acquisiti nel vivere quotidiano
che sfuggono alla nostra volontà.
riconoscerli e "assoggettarli" ad un pensiero.
coordinare prima.
senza cadere in una meccanicità
per tutti uguali.
ma ricondurre alla propria fisicità,
al rapporto col proprio corpo,
passi, movimenti, gesti...
è una musica dentro di noi.
dentro ognuno di noi.
jazz... soul... classica... blues... rock...
inconsapevolmente.
e questa musica dà il tempo
ai nostri giorni...
ai nostri rapporti con gli altri...
al nostro corpo...
adesso è provare ad ascoltarsi.
a scoprire quel ritmo
diverso
che pulsa in ognuno.
averne coscienza.
non contrastarlo,
ma guidarlo
ed insieme
- percependolo -
lasciarsi condurre.
poi è un grande dono, stasera.
vedere qualcuno dei ragazzi
finalmente muoversi
padrone di se stesso.
occhi... testa... braccia... passi...
mille piccoli vizi,
non diversamente da nei
disordinatamente sparsi su una schiena nuda,
adesso sembrano essersi elisi.
ed è una soddisfazione
che occhi a volte delusi,
spazientiti a volte,
adesso rivelano.

spegniamo la luce.
il nostro gioco.
lo stesso dell'ultima volta, stasera.
una sedia sul palcoscenico.
noi a chiudere un cerchio
che avevo avvertito
non ancora completo.
le nostre improvvisazioni
stasera comprese
tra un ingresso e un'uscita.
una soglia invisibile...
oltrepassarla è lasciare
i miei abiti in quinta
e vestire i panni
della verità cui dò vita.
e teneri addosso
quei vestiti
fin quando di nuovo,
oltre la medesima soglia,
i miei abiti tornano
a vestire ogni mia "nudità".
uno per volta, sul palco.
ripercorriamo i passi
condotti
l'ultima volta.
cerchiamo di intuire
il perché d'ogni "essere stato"
un gesto...
un'espressione...
un movimento.
ed il significare più profondo
di ognuno di essi.
non solo la valenza
di un agire scenico
ma più ancora
il simbolismo
a quel mio agire
intimamente legato.
e quanto di quell'agire
di quel  significare...
di quel simbolismo
che mai deve assurgere a mero
intellettualismo,
o ad una teatralità gratuita,
dilaga dal palcoscenico
alla platea...
investendomi...
avvolgendomi...
emozionandomi.
su questi interrogativi
giochiamo
questa sera.
anna sul palco.
la sua sedia come un luogo
di una memoria lontana,
remota...
una memoria di bimba
che rivive
nell'essere - oggi - una donna.
ed ecco che subito
l' entrare in scena
rivela non solo
la verità di cui divengo latore
conducendo il mio corpo sul palcoscenico.
ma tutto intorno a me
comincia a muoversi.
e le nude pareti
del nostro piccolo palco
divengono indifferentemente
una soffitta o uno sfarzoso salone.
e sono io a determinare
il contesto
che mi circonda.
col mio essere in scena
che mai dunque
potrà restare
semplicemente
un condursi.
ed insieme
è il forgiarsi
del ricordo di un tempo trascorso
ancorato
al legno ormai antico
di una sedia impagliata.
ed anche il mio stesso
scoprire quella sedia
racconta di me,
del mio essere stata una bimba,
dell'emozione che sorge
dal rivelarsi di una sedia
e dal rivelare al pubblico
non solo una semplice sedia
ma un luogo emotivamente vissuto.
e che adesso di nuovo rivive.
tante piccole cose
che la volta scorsa
sembravano avvolte
in una leggera cortina di nebbia
sono adesso più limpide.
e arrivano.
ma proprio il lavoro sul corpo
appena concluso
mette in luce una qualità del gesto
che è veicolo
del mio  significare,
vivere,
la mia azione scenica.
di più.
l'agire di una donna
che si ritrova bimba
innanzi ad una antica sedia.
e basta solo un'apertura delle braccia
- braccia come ali -
a condurmi dentro
il ricordo che affiora
dal rapporto
di quella donna
con la sua sedia.
è dolore?
rabbia?
risentimento? rimpianto?
amore?
chiedo ad anna
di non lasciarmi,
di non lasciarci qui a terra,
ma di trasportarci in volo con lei...
dentro il suo ricordo.
perché in ognuno di noi
viva la bambina
che lei adesso
sta portando alla luce.
la quotidianità
è a volte come vischio
che rimane addosso
e non facile
scrollarlo da sé.
chiedo ad anna di fermarsi.
di pensare.
meglio...
di ripensare
la sua improvvisazione.
la ripeteremo ancora.
stasera.
prima di andare.
continuiamo a giocare.
qualcosa di nuovo è in ognuno.
così come qualcosa
che non  si riesce
a far scivolare via da sé.
diversamente
altro vischio.
i ragazzi sono sempre più coinvolti
dal lavoro di questa sera.
osservano.
commentano.
si scambiano pareri.
consigli.
nessun giudizio.
né mio né loro.
gomito a gomito
andando avanti.
progredendo.
infine anna è di nuovo sul palco.
pochissimi passi.
la sua sedia.
e il suo volere
prendere posto,
sedere,
su quella paglia annodata.
un piccolissimo gesto
è il sollevare i piedi da terra...
è il suo chiudere gli occhi...
poi immobile.
e noi con lei
abbandoniamo
la sala in penombra
e voliamo
- adesso voliamo -
nella memoria
di una donna
che rintraccia
il suo essere stata bambina...
serve poco
ad essere teatro...
serve poco
a credere ad una favola...
forse non più
del non avere timore
di restare bambini.
 

.....next
back
 

  ©le Officine Teatrali - tutti i diritti riservati - credits