il laboratorio la didattica i corsi la struttura la stagione direzione artistica info
 
diario d'officina

ritornano pagine usuali...
consumate fino a notte.
istante per istante.
oltre il nostro vecchio portone di legno...
ed ancora ciottoli da raccattare... o da deporre...
ancora una via di cui non si intuisce la meta...
ed infinite immaginifiche vivono.
ancora il sottilissimo filo di un sogno
a legare senza nodi.
non più grande
del refe ordito dalle graziose mani della  "regina mab"...
e non diversamente dai suoi,
filo che è vano spezzare...
perché non vi sono lame
capaci di recidere
i tessuti dell'anima - i più intimi -
ove si dipingono
le voci... i mercati... i vicoli...
i volti...
...ed i sogni...
quelli di ognuno...
quelli che unici rubano alla realtà le loro tinte
e vivono
tra le pareti delle officineteatrali.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
lascio i miei vestiti scivolare in terra.
li ripiego con cura
li ripongo nella sacca...
tra appunti... fogli... libri...
e parole.
le mie... le loro...
il pensiero di tante cose da dire ancora...
da ascoltare...
instancabilmente...
di nuovo indosso i miei abiti di ogni giorno.
lo zaino sulla spalla... le chiavi in mano...
mi avvio anche stasera...
spengo le lampade...
buio...
ma la luce rimane con me...
non quella dei freddi neon al soffitto.
non quella...
una luce lieve... donata... rubata...
sagoma ombre di verità cercate.
le mie...
le loro...
le nostre...
immagino di portarla via.
anche solo un riverbero. minimo.
nella sacca...
tra gli appunti... i fogli...
una maglia ripiegata con cura...


index

 



venerdì, 13 ottobre 2006
ho sempre creduto,
- e così ho appreso dai miei maestri -
che nel nostro lavoro non esistono traguardi.
come nella vita.
solo punti di di partenza.
nuovi punti di partenza
da cui intraprendere percorsi non conosciuti...
vivere nuove esperienze...
come rimettere le carte nel mazzo
e mescolarle ancora un'altra volta.
demolire, anche.
ma per ri-costruire.
crescere.
e ricorre questo pensiero
- velocissimo -
anche stasera.
continuando il nostro lavoro
mi accorgo di quante cose
siano divenute per noi "insufficienti";
e dell'insistenza, costante,
in me, nei ragazzi,
di un non smettere di ambire
ad una nuova "prospettiva"
dentro la quale
incessantemente custodire
quella curiosità
che su ogni palcoscenico
dovrebbe essere nutrimento primo
per chiunque "viva" il teatro.
non importa se da protagonista
o da spettatore.
non vi   "è"  teatro
senza la complicità
degli uni e degli altri.
quella stessa complicità
che vi è tra due amanti
se è  vero
- ancora oggi -
che più di ogni altra cosa
"teatro" è un atto di amore.
amore che ritroviamo
qui stasera - e ogni sera ancora -
nel nostro "respirare",
stesi sui tappetini verdi,
o in piedi
sulla moquette grigia che riveste
la nostra piccola pedana,
sotto la luce dei neon,
contro il muro in fondo alla sala,
per sbriciolarne ancora
- col solo nostro fiato -
piccoli frammenti.
e vorrei raccoglierli.
e lasciare che siano
quei piccoli pezzi di muro
a dire la necessità,
il desiderio la voglia la determinazione
di essere teatro.
il sogno.
che anima ognuno di noi
e che giorno dopo giorno
si infrange contro i sorrisi
di un uomo grasso
o le  parole  facili preda
della dimenticanza
che svaniscono nel grigio
di piccoli baffi troppo curati.
ma sono cose che albergano altrove.
non qui.
le nostre "porte aperte"
come un'invalicabile barriera
alle sfumature di cui sa tingersi
la mediocrità.
più forti
i colori di un sogno
- il nostro -
che non cessa di risorgere.
riflessioni senza nesso
mentre vedo i ragazzi sudare
cercando la misura di un gesto,
un ritmo... un tempo...
quella "musica" che scorre
dentro ognuno di noi
e cadenza le ore dei giorni.
di ogni giorno.
riflessioni che consegno
a queste pagine,
ai miei "sette" lettori,
parafrasando plauto,
con la voglia
di raccontare di noi.
di un luogo.
di uno spazio.
di un tempo.
non di un'isola.

spegniamo le luci.
giochiamo.
il palco diviene
un "luogo" questa sera.
una stanza.
una qualsiasi stanza.
da attraversare
o dove sostare.
conosciuta
o mai vista.
curata o profanata.
un luogo che mi appartiene.
o a cui appartengo.
ed in questa stanza,
da questa stanza,
prende forma un'emozione.
sono questi
i tasselli
della nostra improvvisazione,
stasera.
scarni come sempre.
nudi per denudare.
nessun appiglio ai ragazzi.
solo uno spazio vuoto
che per vivere
necessita della verità
che ognuno
di loro
vivrà in quello stesso luogo.
ma quel "vivere"
non è una mera esercitazione di stile.
in esso
io voglio distinguere
la verità di un uomo o di una donna...
il  vissuto che lo conduce,
in quel particolare "attimo",
in quel particolare "luogo".
e subito lo proietta
- istante per istante -
in un futuro prossimo.

ciò che non vedo.
ciò che voglio intuire.
immaginare.
io, vivere.

e lungi da ogni descrittivismo,
da ogni facile didascalismo,
voglio prendano vita
i colori delle pareti di quella stanza...
le sue luci...
le assi di legno...
o il cotto...
o il marmo posati sul pavimento...
voglio riconoscere il mobilio...
una finestra...
un balcone...
il freddo o il caldo...
il tepore
di un abbraccio
o il freddo
della solitudine...
mi prolungo
parlando del rapporto con lo spazio
e su quanto esso incida
nell'eterogenea interpretazione
di un personaggio
nella medesima verità
consegnata da un drammaturgo.
le nostre improvvisazioni
come fossero una palestra.
una vera "officina"
dove apparecchiare
gli attrezzi
per il lavoro che ci attende
in questa stagione.
per muovere i primi passi
da questo nuovo
punto di partenza.
maria sul palco.
la sua improvvisazione.
le mie obiezioni.
le sue ragioni.
il rivelarsi
del sottile confine
tra una teatralità esibita
che ha eliso, occultato, ogni verità,
ed una verità capace di invadere,
ma scevra da ogni "teatralità".
mille domande da parte
dei ragazzi.
salgo sul palco con loro.
così, quando le parole
non bastano, non servono a dire.
ripercorriamo gli stessi passi.
poi ancora,
differentemente.
ed ecco che proprio un "passo",
un condursi dentro la stanza,
svela differenze
che non sono mai
semplicemente estetiche,
ma strutturali
nel nostro dialogo
intorno al teatro.
e di nuovo
affondiamo le mani
nella nostra memoria,
nei giorni vissuti
che si sono incisi
singolarmente in ognuno di noi.
ripensiamo un episodio,
uno qualunque...
- la prima notte nella nuova casa -
non per riprodurre
qualcosa che è stato
ma per rintracciare emozioni
che se pur sopite,
albergano in noi
e in un attimo riaffiorano
a rammentare
che in quella stanza vuota
era un "pieno" che pulsava
dentro di noi.
rumorosamente pulsava,
come tutte le emozioni
che segnano
- e torna ancora questo termine -
non un traguardo
ma un nuovo punto di partenza.
come una casa...
eventi che si cesellano dentro di noi
poiché marcano
un "prima" ed un "dopo".
tra due normalità diverse,
come la quotidianità
di un tragitto verso il lavoro,
lì è quel tratto di cesello
che adesso dobbiamo avere il coraggio
di prendere in mano
e con esso incidere
il nostro agire sulla scena.
daniela sale sul palco.
la "sua" stanza
è una casa derubata,
ogni cosa a soqquadro.
sulla soglia pochi passi.
il suo sguardo ci conduce
fino a fare intuire
cassetti rovesciati...
cuscini sventrati...
un'intimità violata...
ancora pochi passi.
poi via.
velocemente.
torniamo a parlare.
analizzare la sua verità.
quella che daniela voleva consegnare a noi.
quella che noi, di lei, abbiamo colto.
nessun descrittivismo...
nessuna didascalia nel suo vivere
quella verità...
ma qualcosa
ancora non "era"...
Quel "vuoto" che è "pieno"...
e che pulsa...
un senso di appartenenza a quella casa...
un vissuto...
un ordine...
un senso della "famiglia"
che adesso
- in quest'istante, sotto i suoi occhi -
qualcuno ha violato.
d'ogni cosa,
e più di ogni cosa,
proprio questo mancava...
non è il disordine la misura
della violenza subita...
ne è una conseguenza...
la violenza è in un odore
non mio che ancora si avverte dentro la stanza...
è in una luce diversa
che ora la invade...
è nel timore
di muoversi - adesso -
dentro la mia stessa casa...
e nel diverso posarsi del mio sguardo
sui muri...
sui mobili...
su oggetti che erano pregni di me...
sulle piccole cose
che hanno vestito i miei giorni...
il normale scorrere dei giorni...
- "è davvero casa tua, daniela?"

abbiamo fatto tardi stasera.
lungo le scale del vicolo
sembriamo quasi arrampicarci
io e maria...
due ragazzi seduti a metà della rampa
sorridono tra loro e ci guardano...
parliamo poco...
non smettiamo ancora di pensare...



.....next
back
 

  ©le Officine Teatrali - tutti i diritti riservati - credits