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diario d'officina

ritornano pagine usuali...
consumate fino a notte.
istante per istante.
oltre il nostro vecchio portone di legno...
ed ancora ciottoli da raccattare... o da deporre...
ancora una via di cui non si intuisce la meta...
ed infinite immaginifiche vivono.
ancora il sottilissimo filo di un sogno
a legare senza nodi.
non più grande
del refe ordito dalle graziose mani della  "regina mab"...
e non diversamente dai suoi,
filo che è vano spezzare...
perché non vi sono lame
capaci di recidere
i tessuti dell'anima - i più intimi -
ove si dipingono
le voci... i mercati... i vicoli...
i volti...
...ed i sogni...
quelli di ognuno...
quelli che unici rubano alla realtà le loro tinte
e vivono
tra le pareti delle officineteatrali.
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lascio i miei vestiti scivolare in terra.
li ripiego con cura
li ripongo nella sacca...
tra appunti... fogli... libri...
e parole.
le mie... le loro...
il pensiero di tante cose da dire ancora...
da ascoltare...
instancabilmente...
di nuovo indosso i miei abiti di ogni giorno.
lo zaino sulla spalla... le chiavi in mano...
mi avvio anche stasera...
spengo le lampade...
buio...
ma la luce rimane con me...
non quella dei freddi neon al soffitto.
non quella...
una luce lieve... donata... rubata...
sagoma ombre di verità cercate.
le mie...
le loro...
le nostre...
immagino di portarla via.
anche solo un riverbero. minimo.
nella sacca...
tra gli appunti... i fogli...
una maglia ripiegata con cura...


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lunedì, 16 ottobre 2006
è quasi sempre inevitabile
il non essere "puntuali"
nel concludere la lezione.
ci sono cose da dire,
da aggiungere,
domande non eludibili
che richiedono a volte
risposte semplici,
ma complesse
pur nella loro essenzialità.
e sempre la necessità
di chiudere...
di non lasciare cose sospese...
di comporre "atti",
volta per volta,
mai cose a metà.
come in teatro.
è una cosa che ripeto spesso ai ragazzi.
immaginare
il nostro lavoro come una stanza.
ed in quella stanza entrare
schiudendo un uscio,
con la necessità di farlo,
ed attraversarla la stanza...
respirarla...
viverla...
essere...
ed infine uscire
varcando un'altra porta
e già una nuova stanza
si rivela ai miei occhi.
così i nostri incontri.
stanze da respirare...
vivere...
essere...
e solo quando avremo colto e dato
tutto ciò che ritenevamo di cogliere e  dare,
solo allora poter chiudere
quel nostro vecchio portone di legno
e tornare a scorre attraverso
le inapparenti stanze dei nostri giorni.
le porte...
una dietro l'altra,
invisibili al nostro varcarle.

hanno fatto in silenzio,
i ragazzi,
a cambiarsi,
aspettando che "scrittura creativa"
chiudesse le sue porte.
e subito varchiamo insieme
la soglia
di questa nuova nostra sera.
nuova.
come tutte le altre.
quelle che sono state.
quelle che saranno.
nulla è preordinato.
è da subito un reciproco ascoltarsi.
un reciproco condursi
attraverso la stanza
che insieme,
silenziosamente,
abbiamo scelto accolga i nostri passi.
ed anche questi.
mai uguali.
i nostri esercizi,
come un cammino
che sera dopo sera
affronta un'erta sempre un po' più ripida.
sulla pausa di apnea
concentriamo il nostro lavoro.
la prolunghiamo.
e con essa la nostra espirazione.
sempre più lenta.
fino a porre davanti alle labbra
la piccola fiamma di un accendino
e sfidarla
all'immobilità.
e il nostro fiato si assottiglia
sempre più
fino a divenire
capace di muoversi attraverso "il fuoco"
con quella "levità" di carezza
che da sempre
è il fulcro
attorno a cui ruota
il nostro essere teatro.
sono esercizi
apparentemente semplici
ma nei volti dei ragazzi
leggo la concentrazione...
'impegno...
la fatica...
ed in uno la consapevolezza
di una "crescita"
via via più tangibile.
e da questa la determinazione
nello spingersi
ancora oltre.
gli esercizi si susseguono
ancora incentrati
su quegli istanti di apnea.
adesso non più una pausa
tesa a controllare,
misurare la contrazione diaframmatica.
movimenti
rivolti a scaricare  tensioni
o al rilasciamento corporeo
si impossessano di quel tempo,
di quei cinque secondi
in cui il mio respiro si arresta.
come trasformarli
in una immobilità attiva
per poi tornare
a "muoversi",
espirando ancora lentamente,
nella fissità della postura di base.
le pause tra un esercizio e un altro
ci danno modo di parlare.
di capire.
di individuare ancora
tensioni che si tramutano in rigidità.
e lavorarci.
per scioglierle
ed essere sempre più padroni
di una respirazione
che perdendo pian piano ogni meccanicismo
vieppiù si impossessa
di quell'automatismo suo,
fisiologico,
che la vita,
stratificando involontari modi di essere,
ha lasciato che noi lo smarrissimo...
lo dimenticassimo.
ed anche questo
è tornare ad "impossessarsi"
pienamente,
consapevolmente,
di se stessi.
e "naturalmente",
anche stasera,
il lavoro sulla respirazione
prende a confluire
sul lavoro sul corpo.
ancora coordinamento e dissociazione del gesto.
ed il gesto nel movimento.
individualmente.
in coppia.
poi tutti insieme.
e ritorna il termine "coro"
nelle officine.
il lavorare uno accanto all'altro
per essere "uno"
preservando la propria individualità.
imparare a guardarsi,
a sentirsi,
a toccarsi, anche...
senza mai guardarsi, sentirsi, toccarsi.
intuire una sinergia
che conduce.
che fluisce.
che determina.
e che prevarica
il semplice agire del corpo
per raggiungere
tutto ciò che è altro da se stessi.
un compagno di scena...
il pubblico...
o semplicemente me, adesso,
che guardo,
controllo, correggo.
è un lavorare su se stessi,
sulla più piccola qualità
del gesto, del movimento,
in costante simbiosi
con i compagni di lavoro
ed in un incessante
veicolare "emozioni".
"emozionare" come donare...
fosse anche una mano che nega o accoglie,
quella mano non è mai per "me".
è da me,
ma perché gli altri se ne approprino
ed in essa scorra
l' "emozione" di ognuno.

spegniamo la luce.
giochiamo.
e torniamo ancora
nella nostra "stanza"...
quante volte ricorre, oggi,
questo termine.
pura casualità.
ma non solo se ripenso
al nostro vivere insieme
tra le pareti delle officine.
è davvero,
allo spegnersi delle luci,
l'aprirsi si un'altra porta.
e da subito,
seppur da "anonimi" neon,
è piena...
è calda...
è viva...
la luce che dal palco
riverbera sui nostri volti.
qualcuno di noi
era stato assente
l'ultima sera scorsa.
da loro riprendiamo
l'intreccio del nostro dialogo.
di nuovo il palco nudo.
di nuovo un luogo,
una stanza,
cui dar vita.
e l'emozione
- che solo in quel luogo,
  solo in quel contesto,
  solo in quell'attimo -
può plasmarsi
per poi vivere,
diversamente,
in ognuno di noi.
molto lenti,
misurati,
sono i passi che conducono
in scena patrizia.
passi che inseguono
il suo sguardo curioso,
il suo indagare tutt'intorno a lei.
col sapore di un qualcosa
che per la prima volta
si rivela ai suoi occhi.
poi qualcosa
cattura la sua attenzione.
e poi altro ancora.
e ancora...
ancora...
ancora...
fino al silenzio.
improvviso invade la scena
facendo tacere ogni cosa
avesse attirato,
o distratto patrizia.
e comunque condizionato
la sua presenza in quel luogo.
la seguiamo ancora
fino a quando
esce di scena
restituendo il palco
alla sua nudità.
ci confrontiamo tra noi.
- "cosa era?"
sono diverse le risposte dei ragazzi.
diverse le domande che pongono a patrizia.
solo su un particolare
è il convergere univoco
delle riflessioni di tutti:
l'estraneità di "quel" personaggio
al luogo che ha percorso.
il mio azzardare
una "bottega di orologiaio"
non si rivela errato.
un luogo che aveva incuriosito
patrizia,
proprio qualche tempo prima
di raggiungere il laboratorio,
questa sera.
due considerazioni contrastanti
sorgono però in me.
ne parlo con i ragazzi.
- "quanto c'era di vero in patrizia?
   quale la sua verità?"
l'esperienza vissuta
deve essere un bagaglio
per rielaborare
una verità da restituire
al mio essere teatro.
non una rappresentazione
di qualcosa che ho vissuto
rischiando di inciampare
in un riprodurre
che non è nemmeno
mera imitazione
di un vissuto appena trascorso,
ma un tentativo "estetico"
di rivivere quella stessa esperienza.
i passi di patrizia
hanno certamente guidato tutti
in un luogo sconosciuto,
ma nessuno
all'interno di una bottega
fitta di orologi appesi alle pareti
in un affollato pomeriggio romano.
era come se non arrivassero
i rumori di una strada,
la presenza di un orologiaio,
la "normalità" di un luogo che appartiene
al quotidiano.
e che vive in un quotidiano.
né la curiosità che mi muove
può avere vita
in una gestualità che la descrive.
e descrivendola
ne restituisce solo un fatto
"didascalico".
quella curiosità
che muoveva patrizia
trovava verità scenica
in un luogo lontano dalla vita di ogni giorno,
non in un negozio
aperto sulla via.
e si rivela più chiaro come nella verità
del vivere un luogo
si riveli,
prenda consistenza,
quello stesso luogo.
l'emozione, "la curiosità",
rimane un modo di fare, di agire,
non "l'artefice"
dell' "essere" in luogo,
del respirarlo,
e del restituirlo, così,
all'immaginario di una platea.
poiché deve essere proprio la platea
- noi, qui, adesso -
ad immaginare gli orologi appesi,
il loro ticchettio,
il loro non simultaneo battere le ore
che ha poi ancora di più catturato
l'attenzione di patrizia...
ma vi è un'altra cosa
di cui dialogo
con i ragazzi.
simbolicamente
quella bottega è un  luogo che custodisce
la "misura del tempo".
un luogo di cui
infinite volte la drammaturgia
si è appropriata
per dire ciò che se dichiarato
avrebbe perso parte della sua più intima valenza
approdando forse alla retorica,
o alla banalità del "già detto".
ed è una spinta nei confronti di tutti
a cogliere
la simbologia
che vi è in ogni contesto io viva,
a prescindere se essa
si tramuti poi,
scenicamente,
in farsa, commedia, dramma o tragedia...
so di "correre" molto...
ma questa spinta mi viene dai ragazzi stessi,
dalla loro voglia di entrare nei dettagli
del nostro gioco.
e da ogni dettaglio
costruire un nuovo essere teatro.

restiamo ancora a giocare.
altri sul palco.
poi, forse proprio da quella bottega,
un cucù di cui spesso ci dimentichiamo,
ci riporta alla realtà
di una sera che è ancora avanzata
fin dentro la notte...
vestiamo i nostri abiti.
spegniamo le luci...


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