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diario d'officina

ritornano pagine usuali...
consumate fino a notte.
istante per istante.
oltre il nostro vecchio portone di legno...
ed ancora ciottoli da raccattare... o da deporre...
ancora una via di cui non si intuisce la meta...
ed infinite immaginifiche vivono.
ancora il sottilissimo filo di un sogno
a legare senza nodi.
non più grande
del refe ordito dalle graziose mani della  "regina mab"...
e non diversamente dai suoi,
filo che è vano spezzare...
perché non vi sono lame
capaci di recidere
i tessuti dell'anima - i più intimi -
ove si dipingono
le voci... i mercati... i vicoli...
i volti...
...ed i sogni...
quelli di ognuno...
quelli che unici rubano alla realtà le loro tinte
e vivono
tra le pareti delle officineteatrali.
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lascio i miei vestiti scivolare in terra.
li ripiego con cura
li ripongo nella sacca...
tra appunti... fogli... libri...
e parole.
le mie... le loro...
il pensiero di tante cose da dire ancora...
da ascoltare...
instancabilmente...
di nuovo indosso i miei abiti di ogni giorno.
lo zaino sulla spalla... le chiavi in mano...
mi avvio anche stasera...
spengo le lampade...
buio...
ma la luce rimane con me...
non quella dei freddi neon al soffitto.
non quella...
una luce lieve... donata... rubata...
sagoma ombre di verità cercate.
le mie...
le loro...
le nostre...
immagino di portarla via.
anche solo un riverbero. minimo.
nella sacca...
tra gli appunti... i fogli...
una maglia ripiegata con cura...


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lunedì, 23 ottobre 2006
vedo entrare i ragazzi.
silenziosissimi.
solo un cenno,
a salutare,
da in fondo alla sala,
mentre la lezione di scrittura creativa
si avvia alla sua conclusione
anche stasera.
li trovo subito dopo,
sui nostri divani,
a parlottare tra loro.
rimane solo il tempo
di una piccola pausa
prima di riprendere.
pausa che il teatro,
ancora una volta,
prepotentemente fa sua.
ed io lascio che sia.
amo ascoltarli.
amo il confronto.
anche quando si tinge
di un contraddittorio mai acceso,
ma vero;
quando non si ha timore
di dirsi le cose
- le più piccole -;
quando non vi sono
depositari di verità alcuna;
quando il tempo
lo "inventiamo",
istante per istante,
ed istante per istante
lo attraversiamo
- luce o nebbia che sia -
sentendo l'uno sfiorare
il gomito dell'altro.
a sostenersi.
così il nostro parlare
di questa sera
intorno alle improvvisazioni
dei giorni passati.
intorno ad un teatro
che sembra apparire
ogni volta più avido
delle nostre difese.
mi prendono in giro
i ragazzi
quando esclamo
"diamo un senso alla nostra serata!"
a dire
che è giunto il momento
di tornare alla nostra "arte",
mestiere...
"diamo un senso!"
e sorridiamo insieme
raggiungendo il palcoscenico,
la parte "opposta" della sala...

i primi esercizi
sono già usuali.
i ragazzi ne hanno acquisito
padronanza.
la pausa di apnea
leggermente più lunga.
estesa.
nella mente mai un vuoto.
un'immagine.
per progredire.
per bandire
meccanicismi e consuetudini.
per ritrovare
un sempre nuovo impulso
verso esercizi
che solo nella costanza
dell'esecuzione
trovano la loro
più concreta efficacia.
ed altri se ne aggiungono.
ed una fiammella come di "candela"
- il mio accendino -
ad un metro di distanza
diventa una nuova sfida
quando spengerla,
quella fiammella,
è la conclusione
di una più prolungata
emissione.
sono esercizi severi,
impegnativi...
finalizzati ad un migliore
e maggiore impegno diaframmatico
che dovrà poi tramutarsi
in un più sicuro controllo
del mezzo vocale.
i ragazzi li eseguono
con concentrazione...
tensione...
disciplina...

Non avevo sbagliato
a fermare
per una brevissima tornata
gli esercizi sul corpo.
li riprendiamo stasera
ed è subito tangibile
scioltezza...
naturalezza...
energia...
che derivano
dall'aver fatto proprio
un movimento.
e nell'unicità
di un esercizio corporeo
riuscire a distinguere,
io che osservo,
quelle sottili diversità
che sono espressione,
anche nel gesto,
nel movimento,
di personalità eterogenee.
aggiungo nuovi movimenti.
ancora cercando
sincronia,
coordinazione,
ma nella dissociazione
dei singoli movimenti
che compongono
l'esercizio
nella sua complessità.
ogni angolo delle officine
si anima dei ragazzi
che cominciano da soli
a provare una nuova sequenza
mentre con altri,
uno per volta,
lavoriamo subito insieme.
è una sorta di piccola rotazione
finché abbiamo raggiunto
tutti insieme,
uno per uno,
io e loro,
quella essenziale pulizia
che ci consente,
pur sbagliando,
di eseguire l'esercizio
in modo corale.
sorridiamo tutti
per piccoli errori
che sembrano banalità
ma che richiedono
un impegno totale del corpo,
dei muscoli,
delle articolazioni
- "non la spalla, il gomito!" -
e della mente.
della mente,
più di ogni cosa.
si prova senza fermarsi.
ripartendo tutti
per l'errore di uno,
ma senza mai rimarcare nulla
ma piuttosto
riprovandolo insieme, in coppia,
tra loro,
per spiegare l'uno all'altro.
ed è emozione,
ancora emozione,
quando tutti insieme
si muovono
come se di "uno" fosse il gesto,
il passo,
il respiro.

spegniamo le luci.
giochiamo.
torno ancora a parlare
di ingressi e di uscite.
azioni che spesso,
in certo teatro,
vengono assimilate
ad movimenti tecnici
mirati a condurre
un attore dentro o fuori la scena.
o viceversa
istanti "eclatanti"
mirati a raccogliere
l'applauso del pubblico.
né l'uno né l'altro,
per noi,
qui, adesso.
un concetto ho spesso ripetuto
in laboratorio.
nulla in teatro è casuale,
nulla sfugge al pubblico,
ogni cosa, sempre,
deve rispondere ad un perché.
a ciò si aggiunge
che ogni qual volta
un "personaggio" entra in scena
reca sempre con sé
una verità
che lo conduce
in quel particolare contesto.
il "da dove vengo?"
che stanislavskji
poneva quale primo quesito
ai suoi attori.
un "da dove vengo"
che il pubblico non vede,
non sa,
ma che deve,
ed inconsciamente "vuole",
intuire
proprio per penetrare
quella verità
di cui ogni personaggio
è latore.
uguale significato,
ma opposto,
assume il "dove vado?"
che guida l'attore
lungo la sua interpretazione
fino alla sua uscita di scena.
molto più recentemente
woody allen
affermava che in un suo film,
tra un buon inizio
ed una buona fine,
può comprendere anche
tanta ............!!!
poiché proprio l'inizio e la fine
più facilmente
si incidono negli occhi,
nell'animo,
dello spettatore.
anche l'ironia di allen
vale a dire
come nulla possa essere
delegato alla casualità
o ad una troppo semplice
istintività interpretativa,
e come tutto,
ancora,
debba rispondere
alla medesima domanda:
- "perché?"
i ragazzi mi guardano.
leggo ancora nei loro occhi
il timore per qualcosa
che appare loro "difficile".
- "difficile da fare?
  ma non siamo qui per fare.
  siamo qui per essere!"
e davvero giocando
propongo loro
delle brevissime improvvisazioni,
assolutamente libere,
ma all'interno delle quali
io distingua,
e sia per tutti oggettivamente leggibile,
un "perché" che  porti  in scena
ed un secondo "perché" che dalla scena
conduca via.
ripartiamo dal cuore
dell'improvvisazione di patrizia
dell'ultima sera,
un'intuizione geniale
che restava un fatto
semplicemente descrittivo
non coinvolgendomi
nella verità
di un contesto scenico.
e ciò non avvenendo
proprio perché l'improvvisazione
era scevra
di un ingresso e di una uscita.
in maniera
dichiaratamente meta teatrale
prende vita in patrizia
un personaggio
grottescamente circense.
noi la sua platea.
e proprio nel suo presentarsi
ad una platea
e nel suo seguente
congedarsi da questa
assurge a "verità"
l'improvvisazione di patrizia.
ed il suo personaggio
non solo "vive"
ma simbolicamente narra
anche una sua storia.
come una macchia d'olio
la voglia di osare
dilaga tra i ragazzi.
ognuno inventando,
anche goliardicamente,
un proprio personaggio
capace di dare dignità
ad un ingresso in scena e ad un'uscita.
poi agnese
ci dà l'opportunità,
non volendo,
di approfondire ancora
il nostro lavoro.
basta il suo sedersi ed il suo alzarsi
da una panchina,
dentro la sua improvvisazione,
per evidenziare agli occhi di tutti
come il vivere la scena
non sia altro che la sequenza
di "ingressi" e di "uscite"...
così la vita...
non diversamente...
e torna in mente
il nostro pensare al teatro
come ad una successione
di stanze,
di luoghi dell'anima
dentro i quali immergersi
per restituire una verità
e dai quali affiorare
per dare poi vita ad un'altra,
alla prima intimamente legata
da un rapporto di causa effetto...
di azione reazione...
i ragazzi sorridono.
si divertono.
ciò che prima sembrava
una sorta di macigno
adesso ha la stessa valenza
di una palla colorata
che ci si passa l'un l'altro.
ma è come se un meccanismo
si fosse scardinato
ed involontariamente
gli ingranaggi tutti,
uno per uno,
giocando,
sono ora nelle nostre mani.
su un cartellone
l'orario dei treni in partenza...
questo l'ultimo pretesto
del nostro gioco
di questa sera.
un carosello
dentro al quale
i ragazzi,
uno per uno,
si alternano tutti.
ed è sorridendo
che stasera
abbiamo lasciato
che la notte
tornasse a sorprenderci...
dissimulando sempre,
tutti,
lo stesso stupore...
torneremo
a giocare ancora
sulle stesse improvvisazioni.
ognuno preparando a casa la propria.
e lasciando nella sacca
la goliardia
che stasera
è stato uno strumento
inusitato ma ugualmente necessario.
lo ricordo a tutti,
anche se so che non è necessario...
siamo qui per giocare...
e mai nulla
è più serio di un gioco...

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