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diario d'officina

ritornano pagine usuali...
consumate fino a notte.
istante per istante.
oltre il nostro vecchio portone di legno...
ed ancora ciottoli da raccattare... o da deporre...
ancora una via di cui non si intuisce la meta...
ed infinite immaginifiche vivono.
ancora il sottilissimo filo di un sogno
a legare senza nodi.
non più grande
del refe ordito dalle graziose mani della  "regina mab"...
e non diversamente dai suoi,
filo che è vano spezzare...
perché non vi sono lame
capaci di recidere
i tessuti dell'anima - i più intimi -
ove si dipingono
le voci... i mercati... i vicoli...
i volti...
...ed i sogni...
quelli di ognuno...
quelli che unici rubano alla realtà le loro tinte
e vivono
tra le pareti delle officineteatrali.
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lascio i miei vestiti scivolare in terra.
li ripiego con cura
li ripongo nella sacca...
tra appunti... fogli... libri...
e parole.
le mie... le loro...
il pensiero di tante cose da dire ancora...
da ascoltare...
instancabilmente...
di nuovo indosso i miei abiti di ogni giorno.
lo zaino sulla spalla... le chiavi in mano...
mi avvio anche stasera...
spengo le lampade...
buio...
ma la luce rimane con me...
non quella dei freddi neon al soffitto.
non quella...
una luce lieve... donata... rubata...
sagoma ombre di verità cercate.
le mie...
le loro...
le nostre...
immagino di portarla via.
anche solo un riverbero. minimo.
nella sacca...
tra gli appunti... i fogli...
una maglia ripiegata con cura...


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venerdì, 3 novembre 2006
il primo giorno di autunno,
questo venerdì...
un sole improvvisamente freddo
mi ha accompagnato attraverso trastevere.
fino al vicolo...
fino al nostro portone di legno...
da una finestra socchiusa,
poco più che uno spiffero,
sento pungente l'aria
penetrare tra le pareti del laboratorio.
più pungente man mano che la sera avanza;
quasi a segnarne i passi.
la mia felpa è nello zaino,
ma non ho alcuna voglia di indossarla.
maria mi ha già raggiunto.
come sempre,
poco prima della pausa.
il caffè è ancora caldo.
lo sorseggio amaro
mentre sul palcoscenico
si svolgono
ultime improvvisazioni.
il tempo di una pausa.
aspettano i ragazzi.
non ho preparato "la lezione".
né so cosa dirò loro stasera.
né so come condurremo
il nostro gioco.
e non è superficialità
o pressappochismo.
è una scelta che abbiamo intrapreso,
inconsapevolmente tutti;
io, i ragazzi...
il nostro sfuggire ogni nozionismo
ci conduce ad un continuo
reciproco
ascoltarsi.
che mai è un semplice udire.
è sentirsi,
l'un l'altro,
lungo un cammino
ove è certamente una la meta,
ma infinite
le strade per raggiungerla.
e questo nostro procedere
senza avere
un sentiero "prestabilito",
inevitabilmente
ci costringe
a scegliere,
sera per sera,
le vie che si aprono
innanzi ai nostri passi.
o a rifiutarle.
a privilegiarne altre.
ma ognuna di loro,
qualunque essa sia,
non è mai possibile
percorrerla da soli.
né per me.
né per loro.
nasce la necessità, allora,
di sostenersi,
la certezza di sapere che non si è "soli" mai,
la fermezza nel sostenersi
a vicenda.
e credere.
in nulla di più labile
di un pensiero...
di un gesto...
di una parola...
in nulla che si possa trattenere mai nelle mie mani...
in nulla che emani forte il proprio odore...
in nulla che abbia definita, immutabile,
una "sua" forma...
eppure in null'altro,
- più d'ogni cosa ne sono convinto -
credo sia racchiusa l'essenza
di questo nostro
ambire "essere teatro".
ed in questo "cammino"
immaginario...
di più, immaginifico...
nulla è più semplice
che scivolare su un sasso...
che perdere, improvvisamente,
l'orientamento...
la cognizione di una direzione...
o fermarsi per qualche istante.
e guardare.
come sedersi su un ciglio...
e solo guardare,
lasciandosi trasportare
con lieve indolenza,
per qualche passo,
da una corrente
cui crediamo non appartenere,
ma della quale siamo invece
molecola vitale,
ognuna  diversamente ancora,
in un divenire
che non conosce
soluzioni di continuità.
che non si arresta.
è un'officina, la nostra,
dove si lavora
il più antico,
il più nobile,
degli artigianati.
quello dell'anima.
mutabilissima,
questa sì, mutabilissima.
nuda,
costantemente esposta
a mille intemperie;
al freddo
di questa primo giorno
di freddo,
così come al caldo
di un'improvvisa
folata
carica d'afa agostana.
ed il freddo lo si avverte,
dentro,
da far rabbrividire.
lo si avverte
non meno violento del caldo,
quando è violento,
il caldo.
ma il non essere dietro una lastra di vetro
a contare soldi o
a timbrare buste;
il non essere
dietro una scrivania
ad evadere pratiche
o ascoltare interlocutori,
tanto opportuni,
quanto occasionali,
è una scelta
che appartiene ad ognuno di noi.
quanto quella
di affondare le mani
dentro noi stessi,
sia il caldo o il freddo ad avvolgerci.
dentro noi stessi...
ma ci sono attimi
in cui più forte
lo sentiamo addosso
quel freddo o quel caldo...
attimi in cui i sassi
sul nostro cammino
appaiono come insormontabili ostacoli,
ed il buio fa preda di noi,
e crediamo davvero
aver smarrito ogni orientamento,
e quel ciglio su cui ci poggiamo
diviene quasi un rifugio certo.
ove non ha luogo il freddo.
ove non ha luogo il caldo.
e non ci si accorge
che quei sassi,
il buio,
un ciglio,
non siamo altro che noi stessi.
ma nel nostro cammino,
breve o lungo che sia,
mai si è stati usi lasciare compagni nel buio,
o su un ciglio, lungo la strada.
ci si ferma.
insieme.
si sosta.
non importa quanto fugace o lenta
sia la nostra sosta...
e non importa
cambiare sentiero
ed imboccare una via
ove più radi
sembrano i sassi.
il nostro incedere
non è differente
da quello di uomini
legati in cordata.
sono diversi i passi di ognuno.
diverse le scarpe.
mai la vetta.
anche se essa appare
ad ogni passo
più distante di un passo...
una delle prime cose
che non ho mai dimenticato
- nella vita come in teatro; in teatro come nella vita -
è la consapevolezza
del nostro essere
in nulla dissimili
ad un chicco di grano.
che ha bisogno di andare in fondo alla terra,
che ha bisogno del buio,
per potersi frangere
sotto la pressione
delle sue stesse nascenti radici...
e da quelle assorbire
l'acqua per dissetarsi...
e crescere...
e divenire spiga...
farina...
pane...
per infinite bocche diverse,
pane...
così le officine.
senza una sterile didattica
da condurre
ma con la capacità di ascoltare,
di sentire...
guizzanti
lungo le mille strade verso il teatro
ma senza mai perdere di vista
la propria meta...
senza chiedersi,
o chiedere,
un "come";
ma pretendendo
da ognuno di noi,
senza sosta,
un "perché"...
né credo di velare
d'alcuna retorica
le mie parole
affermando ancora
che è un atto di "amore" grande
questa nostra scelta
di vivere il teatro.
non ha importanza,
adesso,
raccontare
di un'altra nostra sera
intorno al palcoscenico,
intorno agli esercizi,
ai movimenti,
alle improvvisazioni,
al testo preso
per la prima volta in mano...
non ha mai voluto
essere cronaca
questo anomalo diario
che per il terzo anno
solo apparentemente
racconta le nostre sere.
non questo vuole essere.
sono una finestra,
queste pagine,
attraverso le quali
sbirciare dentro
un "pensiero"
che salda attorno
ad un palcoscenico
me e ragazzi e ragazze
legati dalla voglia
di saperlo fino in fondo, il teatro...
ed attraverso il teatro
sapere fino in fondo
noi stessi.
soprattutto, noi stessi.
finché avremo voglia di sporcarle
queste nostre mani...
finché avremo voglia
di imbrattarci delle nostre emozioni...
finché avremo il coraggio
di osare...
finché non avremo timore
di scoprire i nostri limiti
o i nostri difetti...
finché avremo il coraggio
di inventare,
sera per sera,
il nostro essere teatro...
ed "affrontarci" senza nulla di pronto,
di "preparato a tavolino",
di prestabilito,
di sicuro.
donarsi l'uno all'altro
per donare l'uno all'altro
"una lacrima...
o un sorriso..."

ormai i ragazzi
sono tutti già qui.
insieme
ci avviamo sul palco.
insieme
ci avviamo verso un'altra sera
senza che essa ci abbia rivelato ancora
dove ci condurrà...
unica certezza
è il sapere di potersi affidare
l'uno all'altro...
senza cadere...
senza restare soli mai...

è sempre un attimo di silenzio, prima.
poi...
"inspiro...
pausa d'apnea...
espiro..."

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