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diario d'officina

ritornano pagine usuali...
consumate fino a notte.
istante per istante.
oltre il nostro vecchio portone di legno...
ed ancora ciottoli da raccattare... o da deporre...
ancora una via di cui non si intuisce la meta...
ed infinite immaginifiche vivono.
ancora il sottilissimo filo di un sogno
a legare senza nodi.
non più grande
del refe ordito dalle graziose mani della  "regina mab"...
e non diversamente dai suoi,
filo che è vano spezzare...
perché non vi sono lame
capaci di recidere
i tessuti dell'anima - i più intimi -
ove si dipingono
le voci... i mercati... i vicoli...
i volti...
...ed i sogni...
quelli di ognuno...
quelli che unici rubano alla realtà le loro tinte
e vivono
tra le pareti delle officineteatrali.
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lascio i miei vestiti scivolare in terra.
li ripiego con cura
li ripongo nella sacca...
tra appunti... fogli... libri...
e parole.
le mie... le loro...
il pensiero di tante cose da dire ancora...
da ascoltare...
instancabilmente...
di nuovo indosso i miei abiti di ogni giorno.
lo zaino sulla spalla... le chiavi in mano...
mi avvio anche stasera...
spengo le lampade...
buio...
ma la luce rimane con me...
non quella dei freddi neon al soffitto.
non quella...
una luce lieve... donata... rubata...
sagoma ombre di verità cercate.
le mie...
le loro...
le nostre...
immagino di portarla via.
anche solo un riverbero. minimo.
nella sacca...
tra gli appunti... i fogli...
una maglia ripiegata con cura...


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venerdì, 19 gennaio 2007
il sole negli occhi
risalendo
dal lungotevere
verso il cedro.
la gente,
sagome nere
che paiono
muoversi
irreali
in immota rarefatta
foschia
di luce di contr'ora,
mi viene incontro rada.
mi sforzo
di distinguerne
i tratti.
tentativo vano.
ci si lambisce
poi
passandosi accanto.
e gli occhi
per un attimo
disertano
la strada
cercando,
sfuggente,
il volto
lo sguardo
i tratti
di chi adesso
mi scivola
accanto.
- diversamente sagoma ancora -
come fluire,
ognuno seguendo,
o inseguendo,
la propria corrente
attraverso
i gli infiniti
rigagnoli
in cui si spezza
si frantuma
si dirama
il ruscello
del proprio
quotidiano scorrere.

in sicilia
si chiama
"u 'bbisolu"
il gradino
su cui siedo
per qualche minuto.
parliamo di vita,
al telefono,
con un'amica.
parliamo di scelte.
parliamo delle
nostre scelte.
di noi.
non siamo mai
come gli altri ci vorrebbero.
mai,
gli altri,
come noi li vorremmo.
e parlando di vita,
di scelte.
di noi,
gli attimi fuggono.
e mille volte
mi chiedo
se davvero
sono capace di ascoltare.
io per primo.

silvia.
poi giorgia.
è già ora.
lascio sopra
"u 'bbisolu"
quel parlare fitto.
sopra il gradino
il mio scorrere
lungo
i piccoli rami
del mio torrente.
lì,
il mio essere
sagoma
nel controluce
di un inafferrabile
pomeriggio
di gennaio
già troppo
intriso
di una primavera
ancora lontana.

il laboratorio
è avvolto
nella sua usuale penombra.
la spezziamo con le nostre voci,
prima ancora che i neon si illuminino.
faccio in fretta a cambiarmi.
la tenda cinese,
da una parte del palco,
rivela l'accesso
ad una piccola stanza.
poco più che uno sgabuzzino.
la tiro giù.
come sempre.
come se qualcosa
potesse fuggire
dal palco
e rintanarsi
in quell'angolo angusto.
sono i miei piccoli rituali.
di ogni giorno.
quando questo palco
diviene
il "nostro" palco.

la lezione fugge.
giunge al suo termine in fretta.
troppo in fretta.
per tutti.
ma ancora nessuno
sazio
del gioco
che stiamo costruendo
intorno a  "biondello".
ci guardiamo tra noi.
e la voglia di rimandarla,
la lezione di dizione,
stavolta prevarica
ogni proposito.
e si continua ancora a giocare
sul testo di shakespeare.
ancora immaginando,
ogni volta diverso,
quel bizzarro servo
che ora irrompe in una sala,
ora urla da una torre,
ora corre per la piazza,
a tutti annunciando che
"ecco, petruccio torna!"...
e mille volte
ci si ferma
cercando di capire
"perché"
un pensiero
chiaro,
nitido,
definito,
non riesca ancora
a divenire
quella verità di battuta
che cerchiamo,
dispiegando ogni lembo
di quella lieve,
impenetrabile cortina
oltre la quale
"biondello"
sembra quasi
farsi beffe
di noi.

solo l'arrivo di daniela
ci riporta
alla realtà
di un pomeriggio
già da un po'
ormai ammantato
dalle ombre della sera.
ancora il tempo di qualche battuta,
un breve confronto,
un prossimo appuntamento
- il nostro -
che già sappiamo
ma che ugualmente
amiamo rinnovare.
i ragazzi vanno via
un po' per volta
al sopraggiungere degli altri.
ed altro teatro,
poi,
ad invadere
il dialogare
tra queste pareti.

maria non è con noi.
una brutta sciatalgia la costringe ancora a letto.
ma sua assenza si avverte.
auguri,
amica mia.

sul palcoscenico.
gli esercizi.
ormai sempre più
indirizzati
verso un approfondito
lavoro
sui meccanismi
biomeccanici
che presiedono
all'emissione vocale;
un "naturale"
proseguire
il nostro lungo lavoro
sulla respirazione,
sul articolazione
diaframmatica.
mi soffermo a lungo
sulla "fisiologia"
della parola.
voglio che i ragazzi
ne assumano
i più piccoli processi,
nella convinzione
che anche nel nostro lavoro
di "tecnica dell'attore"
non possa restare
insoluto
un solo perché.
e soltanto
quando realmente
in possesso
d'ogni dettaglio
- il più piccolo -
solo allora
potremo davvero
avviare
un reale controllo
dell'emissione
e della modulazione
vocale.
per prima cosa
è la nitidezza
di un suono
ciò a cui tendiamo.
da una "emme"
tenuta
tra le labbra
lievemente
distese in un sorriso
ha genesi
l'emissione di una "a"
profondamente poggiata
sul diaframma...
spiegata
come su un piatto
sotto le labbra...
distesa
fino ad incontrare
la finestra
giù in fondo alla sala.
e poi giocarci con la "a".
nasce lievissima,
per poi crescere.
per poi tornare
lievissima ancora...
colpi di diaframma
ne accompagnano dopo,
l'emissione,
come piccoli soffi
continui.
ascolto le domande
che i ragazzi mi pongono,
le difficoltà che incontrano,
la sensazione
che si accompagna
all'emissione
del suono.
parliamo...
proviamo...
parliamo...
uno accanto all'altro.
sempre.
e sempre più il "palcoscenico"
fa da fondale
al nostro
voler essere qui.
insieme.

spegniamo la luce.
giochiamo.

ancora improvvisiamo.
ancora
per ricacciare dentro
quella
ingiustificata
paura delle improvvisazioni
che sembra
a volte
porre un freno
al nostro progredire
attraverso
un certamente articolato
discorso intorno al teatro.
intorno
al "nostro"
teatro.
ma non credo
esistano altre vie
che parimenti
conducano ad una verità
che alberga
solo dentro di noi.
e quella verità
mettano in luce.
il pudore,
quello che solo in noi stessi nasce,
più del timore di sbagliare,
non diversamente che nella vita,
troppe occasioni
rende vane.
il pudore
d'essere nudi.
il pudore
d'essere senza difese.
il pudore
d'essere se stessi.
forse proprio per questo
ho lasciato
dentro le scatole di cartone
i proiettori
che avrebbero dato luce alla scena
e posto in ombra noi,
al di qua del proscenio.
preferisco la crudezza,
la freddezza,
dei nostri neon
che non smettono
di rivelare i nostri volti,
e con essi i nostri pensieri.
ma più forte è spesso
la convinzione
che le improvvisazioni
servano a mostrare agli altri
qualcosa si sé.
mai così,
per noi.
piuttosto
che siano un continuo
provocare
teso a svelare
se stessi,
a se stessi.
da questi pensieri,
che avverto
la necessità
di condividere
con i ragazzi,
muove il nostro giocare.
ancora due sedie sulla nostra pedana.
ancora il palcoscenico
idealmente diviso
in due "emiscene".
ma stavolta
non un solo personaggio
che alternativamente vive
in due interpreti
tesi a cercare
una unità di pensiero,
di azione...
è un'interazione tra due personaggi
quella cui induco
questa sera.
dalla quotidianità
più semplice,
banale,
il dialogo
tra due colleghe:
l'una che ha goduto
della promozione
negata all'altra.
senza motivo per entrambe.
e da ciò
le supposizioni,
maliziose,
cattive anche,
cui tanta squallida cronaca,
e troppo spesso il teatro,
ci ha reso ormai avvezzi.
ma ad ognuno dei due personaggi
sono due allievi a dare vita.
alternandosi tra loro,
indipendentemente
dall'agire dell'altro personaggio.
è un po' complicare
l'improvvisazione
della nostra ultima sera,
ponendo molta più attenzione
non solo alla verità
del singolo
personaggio,
ma anche al rapporto
che ininterrotto si instaura
tra i due
sin dalle prime battute.
battute non scritte.
che nascono improvvisando.
ancora alla ricerca
di una verità
nel rapporto tra i due
che non può certamente prescindere
dalla verità di un contesto
che appartiene ad entrambi.
e che entrambi,
adesso,
improvvisamente,
per un evento
che certamente divide,
allontana,
diversamente vivono.
i ragazzi entrano facilmente
nel meccanismo
di questo nostro nuovo gioco.
trovano il tempo
per alternarsi
nell'interpretazione del loro personaggio,
sfruttando opportunamente
quei tempi
ove una "sospensione"
può avere vita.
e si abbandonano,
poi,
al gioco.
rasentando a volte il grottesco
- e sono forse i momenti più belli -;
a volte il farsesco
- e sono forse i momenti più facili -.
non celo
il mio divertimento.
il mio ridere
con loro.
il mio abbandonarmi
al gioco
che essi mi propongono.
ed io li lascio
tirare fuori ogni cosa,
senza interrompere,
fino a renderli
pienamente padroni
di un meccanismo
di alternanza scenica
che lentamente
prende a muoversi
con un suo tempo...
con un suo ritmo...
con una sua verità.

ci facciamo presso,
poi.
in cerchio
attorno al proscenio
così come
siamo soliti fare.
ed iniziamo ad analizzare
ciò che è stato.
e da subito viene fuori
l'abbandonarsi di ognuno
ad una spinta emotiva
che sovente
conduce ad un mostrare,
ad una esteriorizzazione,
dentro la quale ha difficoltà
a rivelarsi
la "verità"
di un personaggio.
comico, drammatico, tragico, grottesco, farsesco
che esso sia.
e per un istante
li invito a pensare
i propri personaggi
in una totale
inversione di ruoli.
apparentemente "semplice"
la donna cui è stata accordata
una dubbia promozione;
apparentemente "estroversa"
colei
cui è stata negata.
ed i personaggi,
già dal nostro confrontarci,
assumono subito
colori diversi
da quelli cui abbiamo assistito.
e di nuovo
torniamo a parlare
di un gioco
fatto di contrasto
- non di contraddizione -
che certamente
può rivelare
quelle sfumature
che restavano cieche
nel contesto di un'improvvisazione
divertente,
allegra,
tonda,
piena...
ma a tinte sature.
ma non sono le parole
a dare dimostrazione
e tangibilità
al nostro argomentare.
è proprio l'improvvisazione
appena conclusa
che ha messo in luce
ciò che adesso,
dialogando tra noi,
tangibilmente avvertiamo.
non importa far bene,
importa che un meccanismo
nuovo,
diverso,
si metta in azione.
non importa sbagliare.
importa sbagliare
sempre in modo diverso.

ed anche stasera,
infine,
le luci si spengono...


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