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diario d'officina

ritornano pagine usuali...
consumate fino a notte.
istante per istante.
oltre il nostro vecchio portone di legno...
ed ancora ciottoli da raccattare... o da deporre...
ancora una via di cui non si intuisce la meta...
ed infinite immaginifiche vivono.
ancora il sottilissimo filo di un sogno
a legare senza nodi.
non più grande
del refe ordito dalle graziose mani della  "regina mab"...
e non diversamente dai suoi,
filo che è vano spezzare...
perché non vi sono lame
capaci di recidere
i tessuti dell'anima - i più intimi -
ove si dipingono
le voci... i mercati... i vicoli...
i volti...
...ed i sogni...
quelli di ognuno...
quelli che unici rubano alla realtà le loro tinte
e vivono
tra le pareti delle officineteatrali.
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lascio i miei vestiti scivolare in terra.
li ripiego con cura
li ripongo nella sacca...
tra appunti... fogli... libri...
e parole.
le mie... le loro...
il pensiero di tante cose da dire ancora...
da ascoltare...
instancabilmente...
di nuovo indosso i miei abiti di ogni giorno.
lo zaino sulla spalla... le chiavi in mano...
mi avvio anche stasera...
spengo le lampade...
buio...
ma la luce rimane con me...
non quella dei freddi neon al soffitto.
non quella...
una luce lieve... donata... rubata...
sagoma ombre di verità cercate.
le mie...
le loro...
le nostre...
immagino di portarla via.
anche solo un riverbero. minimo.
nella sacca...
tra gli appunti... i fogli...
una maglia ripiegata con cura...


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lunedì, 22 gennaio 2007
un pezzo di pizza.
calda.
consumata sull'uscio
del piccolo locale
dal quale intravedo ponte sisto.
un ragazzo,
sulla piazza,
avvicina passanti.
offre in vendita
un quaderno
con arabeschi rosa.
le sue poesie.
lo intuisco quando si fa più vicino
e mostra le pagine
al disinteresse
dei più.
due ragazze,
poi,
sostano con lui.
ascoltano.
sorridono.
raccolgono infine
i loro spiccioli d'euro.
e lo comprano
quel quaderno
d'arabeschi e di rosa.
lui si allontana
salutando le ragazze
come fossero
amiche ritrovate.
infilando i soldi in tasca.
tirando fuori
dal "postale"
a tracollo,
identico,
un altro dei suoi
piccoli "volumi"
colorati.
di viola, questo.
ed io assorbo
ogni cosa.
guardando,
rubo.
verso la birra
nel bicchiere di carta.
gli ultimi sorsi.
poi trastevere
di nuovo mi avvolge.
mai uguali i vicoli.
magia
di queste stradine
rubate al tempo.
illusione
ogni volta.
ogni volta
per pochi attimi.
un'auto blu
mi passa accanto
costringendomi
contro una transenna
oltre la quale
operai
pavimentano
con sampietrini
una piccola voragine
vecchia una settimana almeno.

in laboratorio
due ragazzi
provano
uno spettacolo che non conosco.
aspetto di fuori.
non voglio disturbare.
passeggio su un fazzoletto di strada.
non ho voglia di sedere.
l'antico portone di legno
che accoglie
le officine,
- di fronte a me,
  io appena più a valle -
è socchiuso.
lo guardo.
non smette di affascinarmi.
le pesanti ante
lasciano spazio
ad un breve spiraglio
appena dischiuso
e sembra quasi
un invito
ché alcuno lo violi.
una membrana lieve
oltre le quali sono le nostre emozioni.
né so mai quali.
scoprirle ogni volta.
o da quelle,
lasciarsi denudare.
e mi accompagnano,
questi pensieri,
varcando la soglia,
quando patrizia mi raggiunge
ed i ragazzi,
finite le prove,
vanno via,
lasciandole ancora lì,
che vagano per qualche istante,
le emozioni loro.
né mi abbandonano,
i miei pensieri,
quando ci sediamo tutti intorno
al proscenio,
con i ragazzi.
e proprio di emozioni,
casualmente,
cominciamo a dialogare.
ed il confronto
da subito
si infittisce
intorno
all'analisi di un brano di un testo
tratto dalla letteratura contemporanea.
e "naturalmente" affiora
la voglia,
la necessità
di vedere
ben oltre
le righe,
avarissime,
di una scrittura
che pare non avere
il coraggio di osare.
o la voglia.
o la necessità.
immagini come splendide cartoline,
le sue,
che scorrono
senza riuscire
a provocare
un pensiero
che mi permetta
di impossessarmi
della voce del personaggio che narra.
di vedere
con i suoi occhi.
toccare con le sue mani.
solo "assistere".
null'altro
mi consente quel testo.
ma io cosa vendo?
cosa offro,
io,
a quell'omino
in fondo alla sala
che ha pagato
un biglietto
per comprare
una lacrima?
per comprare
un sorriso?
sul mio carrozzone
divengono
esigue,
parole incapaci
di incidere.
di incidersi.
in me.
per primo,
in me.
ma ho scelto io
di "vivere"
un carrozzone.
scelto di porlo
al centro di una piazza.
scelto
di bandire al suono
di una grancassa
l' "arte" del mio mestiere.
scelto io
le "mie parole".
e non importa
se queste
siano incapaci
di segnare
- piccolissimo -
un solco.
sono mie,
quelle parole.
mie ORA.
ed è da me,
mai da loro,
solo da me,
che lievemente
deve nascere
la capacità,
o virtù,
di ledere l'animo
di quel piccolo uomo
seduto
in ultima fila;
fino a condurlo
- anche solo per un istante -
fuori
dall'adesso
immaginaria oscurità
di un teatro
e guidarlo
fino al sentiero
che reca
le rughe profonde
disegnate
dalle ruote del mio carrozzone.
e lì
abbandonare
la sua mano.
ed indurlo
ad inseguire
le invisibili tracce
di un'emozione.
ADESSO
la sua.
SE IN LUI
AVRANNO VITA
LE PAROLE
CHE IO DONO;
E CHE NON PIù APPARTENGONO
AD UNA AUTRICE AVARA
O AL MIO GIOCARE
SULLA RIBALTA DI UN CARRO.
E che RESTERANNO
PAROLE CHE VAGANO
SE NON SARò CAPACE
DI ANNIDARLE
IN QUELL'OMINO
E IN OGNUNA
DELLE altre CINQUE PERSONE
CHE AFFOLLANO
IL MIO TEATRO.
ANNIDARLE
Lì OVE OGNI EMOZIONE
HA GENESI.
E SOLO ALLORA
SI VERSERà UNA LACRIMA...
O SI APRIRà
UN SORRISO...
ABBANDONANDOSI
AD UN'EMOZIONE
CHE APPARTIENE
SOLO A SE STESSI.
POICHé
DAL MIO
CARROZZONE
non VERRà
UN TEATRO
che narri
una sola storia.
PER TUTTI UGUALE.
narrerà
le mille emozioni
di cui una storia è capace,
affinché ognuno
colga la propria.

e COME SE UN FILO SOTTILE
CORRESSE OGGI
ATTRAVERSO
LE STANZE
DELLE OFFICINE,
ANCORA DALLE EMOZIONI
CI TROVIAMO
L'UN L'ALTRO
avvinghiati
CON LE RAGAZZE
DEL CORSO DI SCRITTURA CREATIVA.
emozioni
che non riescono a staccarsi
da una pagina scritta,
quando le parole
divengono "gabbia"
ad un sentire
che si avverte,
ma che non sfugge
oltre inapparenti sbarre
celate da facili "estetismi";
gabbia
ad un sentire
che non riesce
a spiccare
quel volo
cui ambisce.
è difficile
accarezzare il foglio
tracciando parole
con una penna
mossa solo
dal proprio avvertire
lo scorrere
delle cose semplici.
e domande che spesso
mi pongo
le stendo adesso
sulle tavole nude
ove abbiamo adagiato
l'alamaro
del nostro invisibile
inchiostro.
inchiostro di colore diverso,
diversamente denso.
in ognuno,
diversamente denso.
inchiostro capace
di elidere "sbarre"...
librare
o insinuarsi
o ghermire
i più intimi
moti dell'anima...
ma poi è la china.
- nera.
  densa.
  che macchia -
è la china
la realtà
d'ogni nostro  "sentire".
..."essere"
essere in un tempo.
essere in uno spazio.
"realmente" spazio...
"realmente" tempo...
poiché alcuna "verità"
potrà mai avere
un suo respiro
al di fuori di una realtà.
di uno spazio.
di un tempo.
appigli certi,
sicuri,
sui quali
chiunque scorra
lo sguardo,
leggendo le parole tracciate
da nera china,
possa poi abbandonarsi
alla "verità"
di un inchiostro
che non "segna" parole...
e viverla
quella verità
denudando in essa
la propria verità...
domande che mi pongo ora,
ancora,
ed ogni volta
scrivendo anche
le pagine di questo diario.
di getto.
di getto,
così come sono
i giorni delle officine.
di getto,
così come il nostro
inseguire emozioni.
di getto.
in un gioco,
il nostro,
senza avversari
se non noi stessi.
un gioco ove non sono bari.
né bluff.

non meno dense
le ultime ore
di laboratorio.
anche oggi.
dalla respirazione,
gli esercizi
evolvono poi
verso
l'emissione vocale.
ancora lavorando
sulla pulizia,
sulla nitidezza
del suono.
brevissima
sequenza
di note
al pianoforte, dopo.
una "emme"
insegue
ogni tasto suonato.
ed è come
improvvisamente
cogliere
gemme
silenziosamente
fiorite,
ascoltando
daniela...
agnese...
la loro voce
muoversi
lungo la tastiera
del pianoforte
superando l'iniziale incertezza,
il pudore di sempre,
e raggiungere
prime variazioni
tonali
che sono già
incipit
di nuovi
passi
da compiere,
di un cammino
che ancora prosegue.
esile sorriso
negli occhi di ognuno.
pochi minuti di pausa,

spegniamo la luce.
giochiamo.

riprendiamo in mano
il testo di lucia.
quella breve drammaturgia
attorno alla quale
si erano concentrate
gran parte delle nostre serate
prima della pausa
delle festività natalizie.
e quel microdramma,
stasera,
non è solo
il pretesto di un gioco.
ne ripercorriamo
le prime battute.
una "scrittrice"
incontra
vivo
Il "teatro"
proprio su un palcoscenico.
e dialoga
con lui,
dopo che la chiusura del sipario
li svela
alla loro "verità"
celandoli
ad ogni realtà
che rimane relegata
oltre il rosso velluto
della "tela".
ed è
senza maschera,
teatro,
nel suo rivelarsi.
non così
la scrittrice
che si conduce
dal foyer
attraverso la platea
mai smettendo
la maschera
della sua quotidianità.
e da valenza simbolica
a verità scenica.
entra dal fondo della sala
la scrittrice,
indossando la sua maschera.
sul palcoscenico,
a volte nudo,
ma invisibile,
la scorge
teatro.
ed inizia
così
un gioco
all'improvviso
tra i due,
ove la reciproca
necessità
l'uno dell'altro
si tramuta
in un invito
di "teatro"
a seguirlo
sul palcoscenico,
al di là di un sipario chiuso,
ove non ha vita
alcuna maschera.
la voce di "teatro"
echeggia
tra le poltrone
e i palchi
come fosse
una voce di dentro
che ineluttabilmente
induce
a inseguirla.
la maschera
della scrittrice
si muove lentamente,
poi più veloce,
poi adagio ancora,
quasi come una marionetta
i cui fili regge
l'affabile voce
di un teatro deserto.
e cattura tutti
l'assistere
ad un gioco
fatto di simboli
all'interno del quale
ognuno scopre
la verità
di personaggi
che esulano
una semplice
valenza simbolica,
e si fanno vivi
in un singolare
interagire
tra la "maschera"
e il "teatro".
ma è la realtà
di un luogo
a dare
verità ai personaggi.
realtà
che non ha vita
da un naturalismo
scenografico
che esula
il nostro essere teatro
ma dalla verità
che ognuno
restituisce
al contesto
che lo circonda.
ed è un addentrarsi
in un
"gioco delle parti"
ove nulla
è realtà,
nulla verità.
ma io "vedo"
un teatro...
io "credo"
a ciò che scorre
davanti ai miei occhi...
e non c'è finzione.
c'è solo una favola.
una meravigliosa
bugia
che ammanta
ancora
l'incanto
semplice
dell'essere
teatro...

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