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diario d'officina

ritornano pagine usuali...
consumate fino a notte.
istante per istante.
oltre il nostro vecchio portone di legno...
ed ancora ciottoli da raccattare... o da deporre...
ancora una via di cui non si intuisce la meta...
ed infinite immaginifiche vivono.
ancora il sottilissimo filo di un sogno
a legare senza nodi.
non più grande
del refe ordito dalle graziose mani della  "regina mab"...
e non diversamente dai suoi,
filo che è vano spezzare...
perché non vi sono lame
capaci di recidere
i tessuti dell'anima - i più intimi -
ove si dipingono
le voci... i mercati... i vicoli...
i volti...
...ed i sogni...
quelli di ognuno...
quelli che unici rubano alla realtà le loro tinte
e vivono
tra le pareti delle officineteatrali.
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lascio i miei vestiti scivolare in terra.
li ripiego con cura
li ripongo nella sacca...
tra appunti... fogli... libri...
e parole.
le mie... le loro...
il pensiero di tante cose da dire ancora...
da ascoltare...
instancabilmente...
di nuovo indosso i miei abiti di ogni giorno.
lo zaino sulla spalla... le chiavi in mano...
mi avvio anche stasera...
spengo le lampade...
buio...
ma la luce rimane con me...
non quella dei freddi neon al soffitto.
non quella...
una luce lieve... donata... rubata...
sagoma ombre di verità cercate.
le mie...
le loro...
le nostre...
immagino di portarla via.
anche solo un riverbero. minimo.
nella sacca...
tra gli appunti... i fogli...
una maglia ripiegata con cura...


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lunedì, 26 febbraio 2007
sembra quiete
quando
infine tacciono
gli urli.
e di loro,
un'eco
profonda,
indissolubile,
rimane a spezzare
il silenzio.
quello che improvvisamente
si vorrebbe ammantasse
i giorni.
zittendo il rumoroso
brusio
dello scorrere
delle ore;
l'affannarsi
incessante
- d'un tratto banale piccolo inutile -
inseguendo
attimi,
ma poi incapaci di coglierli.
il silenzio
che è calato
repentino
su queste stesse pagine,
consegnandole
al bianco.
il silenzio che resterà.
fino alla fine
del tempo
in chiunque
serbi in sé
voci
che mai
sono state silenzio;
né mai
il silenzio
consegnerà all'oblio
ciò
cui il tempo
non ha dato misura.
voci che adesso
lo infrangono,
il tempo,
sopravvivendo,
non alla morte,
alla vita.
e si rivela
senza fatica,
senza sforzo,
naturalmente,
quel luogo,
quelle piccole pieghe
lì dentro di noi,
ove sono,
e vivono,
e ritornano nitide,
limpide,
parole
che apparivano
sfuggenti,
gesti
di una  quotidianità
usuale,
la memoria
di attimi
velocemente fluiti.
e se una
"fine"
esiste,
essa è lì solo,
lì dentro di noi,
tra quelle pieghe
come recessi
sconosciuti,
quando
nessuna eco
frantuma più...
ed è solo
il silenzio.
ma adesso no.
adesso vibra,
ed è forte,
quell'eco.
di gioie...
di emozioni...
di giochi...
di incontri...
di dolore...
di silenzi...
eco.
e mi accorgo
come
i giorni,
tutti,
scorrano
nel suo continuo
mai uguale
pulsare.
ed in quell'eco stessa,
inconsapevolmente,
le cose
prendono forma,
attingono
il nostro
significare e significarle,
assurgono
a piccoli atti
che sublimano
istanti.
e d'improvviso
si avverte
la vita
scorrere dentro,
sbattere
furiosamente
contro le vene,
poi placarsi,
poi riprendere
ancora.
ancora
il suo moto.
e si rimane immobili,
fermi,
come a cercare
un rifugio,
una tana,
aspettando...
aspettando che la vita
torni ad essere
quel fiume
che scivola
a valle
senza rumore.
senza eco.
e l'inconsapevolezza
dei giorni
restituisca
ognuno al proprio fiume...
ad un navigare
sfiorando con solo un dito
il timone...
lasciandosi andare
alla corrente.
semplicemente.
io non so
ove sia il delta
dei fiumi.
immagino un mare,
quieto,
ove "voci"
conducono
la loro barca
solcando
docili onde lunghe
lì dove la terra
diviene
sottilissima
striscia d'azzurro.
e si rimane
seduti sulla rena,
sulla sabbia,
contemplando quel mare...
ascoltando
quelle "voci"
che si fanno
in noi
eco...
che non muore.
eternamente,
eco...

è strano
come a volte
i luoghi
divengano quasi
una coltre,
un mantello
da indossare...
quando il "freddo"
si fa pungente.
e invade.
l'aria intorno
appare rarefatta, quasi...
e veste,
passo dopo passo,
i miei passi abituali,
senza nulla chiedermi.
anche quella luce
che ormai so bene,
tenue,
incerta;
quella che ogni giorno
mi accoglie,
ha assunto
sfumature
diverse.
me ne accorgo
dalle ombre
in altro modo
spezzate
in cui si rompono
i raggi
di questo sole
insistente.
i giorni si allungano.
questo penso
consegnando alla realtà
una metafora
alla quale so
di non poter sfuggire:
un luogo dell'anima,
il laboratorio.
il teatro.
così ho sempre
creduto.
ed anche ora,
in questo primo
silenzio,
non diversamente
si rivelano queste pareti.
né io potrei loro
mentire,
qui ove non c'è alibi
alla nudità
cui ci costringe
la voglia,
la necessità,
di plasmarci
intorno
a verità immutabili,
mai nostre,
mai uguali.
immutabili sempre.
il bianco
di queste pagine
non si è allungato
fino a tingere
di sé
questi ultimi giorni
di febbraio,
in laboratorio.
non una volta
il nostro cammino
si è interrotto.
né il ritmo dei nostri passi.
il lavoro sulle maschere,
le improvvisazioni,
i versi di levi,
la giovane
drammaturgia di lucia,
hanno ritmato
le nostre ore.
ma ogni giorno
cercando sempre
qualcosa
che sfuggisse
quella che si immaginava
un'ultima certezza
acquisita.
sfuggirla
fino a svelarne
il suo volto.
e riconoscerne
un profilo
ancora celato.
e non per negare alcun tratto
ma piuttosto
per avere il coraggio
di osare una mano
su un viso.
ed inseguirne
la sagoma...
sfiorandola,
prima...
carezzandola,
poi...
facendola propria,
infine.
di mille autori diversi
abbiamo indagato
le pagine,
i versi.
svellere
ogni parola
d'ogni apparenza,
d'ogni estetismo,
fino
a rintracciare
il pensiero,
la sensazione,
l'emozione...
la più intima
oltre
il "segno"
vergato
su un foglio.
e quei "segni"
- adesso nostri -
restituirli
ricchi di ogni pensiero...
sensazione...
emozione...
e consegnarli
ad una parola.
nulla di più esile.
fuggente
parola
che smette
d'esistere
al suo semplice suono.
eppure
è ad essa
che affidiamo
il veicolare
i nostri pensieri,
le nostre sensazioni,
le nostre emozioni.
veicolarle
perché
prendano
intatte
nuova vita
in quella platea
che le nostre parole
"vuole" cogliere.
e d'un tratto
la realtà
di un interloquire
quotidiano
rivela
la sua diversità
dalla verità
di un interloquire
che ha vita in teatro.
ed appare
profondissimo
il solco
inapparente
che separa
la realtà
di ogni giorno
dalla verità
del teatro.
e parliamo di linguaggio,
nelle officine.
per la prima volta,
di linguaggio.
di un linguaggio
che non è quello
che usiamo
per comunicare
le cose
della nostra vita,
piccole o grandi che esse siano.
perché è la vita stessa
ad essere diversa
sul palcoscenico.
diverso il suo tempo.
diverso il suo spazio.
le emozioni,
quelle no,
non sono diverse.
e sono queste
che vogliamo
comunicare
alla nostra platea.
e non, dirle.
non semplicemente
dirle.
sarebbe come
chiamare
il pubblico
a testimone
di qualcosa
che si svolge
innanzi
ai suoi occhi.
non più coinvolgerlo.
non più provocare
quei minimi
eventi
che devono indurre
in ciascuno
la genesi
di un'emozione
per ognuno diversa.
ed allora
sfuggire
la "quotidianità"
di un linguaggio
dal nostro essere teatro,
non per assurgere
a facile,
quanto noioso,
intellettualismo,
ma per individuare
un nostro "essere parola"
in cui il pubblico
non riconosca
il suo parlare
di ogni giorno
ma sia
lentamente coinvolto
verso la codifica
di un fatto teatrale
che non è solo luci,
musica,
scena...
ma parola...
essenzialmente parola.
poiché in essa
possono
aver vita
luci,
musica,
scena,
luoghi e tempi...
la realtà
è qui.
è adesso.
e senza sosta
si tramuta
istante per istante.
la verità,
in teatro,
è solo quella
che io,
non in me,
ma nel mio pubblico
sono capace
di far vivere.
è un
"linguaggio delle emozioni"
quello cui ora
vogliamo tendere.
negando
qualsiasi
estetica
da una battuta
e consegnandoci
interamente
alla verità
di un pensiero
che deve vivere
un tempo
e uno spazio
ben oltre
la realtà
di un quotidiano.
realtà
che ogni "platea"
inconsapevolmente
lascerà scivolare
nel buio,
lungo i braccioli
di una poltrona.
e che ritroverà
poi intatta,
nel foyer,
in fondo alle tasche
del proprio cappotto.
ma non da sola.
non da sé.
il coraggio
di "dimenticare"
la realtà
è qualcosa
che solo noi,
da un nudo palcoscenico,
possiamo infondere
nel nostro pubblico;
quando la nostra verità
sarà più vera
d'ogni realtà.
non è cinema,
il teatro.
non è fiction,
il teatro.
è una favola.
e le favole
hanno solo un luogo
per vivere.
dentro ognuno di noi.
riprendiamo il copione
seduti come sempre,
anche stasera,
sul proscenio,
in cerchio.
leggiamo.
e le parole
da subito
esulano
la loro forma,
quella che sembra
essere incisa,
fissata per sempre,
su un foglio
sotto i nostri occhi,
e lentamente,
in ognuno dei ragazzi,
cominciano
a vestire
la verità
che ognuno di loro
ha già fatto propria
e che adesso
avvolge
gli altri.
nella penombra
è come si schiudesse
un uscio
da cui
una nuova luce
si emana.
ed è una luce
che lentamente
rischiara
fino ad ora
invisibili
zone d'ombra
rivelando
a noi stessi
un inusitato
"essere" teatro.
che non è mai stato
distante da noi.
era solo quiescente.
attendeva
che avessimo
mani forti
per poterlo
reggere...
contenere...
offrire, infine...
parola difficile
da pronunciare
quando il nostro "dono"
non è nulla di più
di un'emozione
celata
tra le pieghe
ove stanno
gioie...
emozioni...
giochi...
incontri...
dolore...
silenzi...
la cui eco
a volte
vorremmo tacesse.
e fosse
solo
"quiete"
d'intorno...
ma il teatro
non è un luogo
ove mai
"è"
quiete...
gabriella lo diceva spesso.
lo ricordo adesso.
adesso che so,
ancora una volta,
di averlo imparato...

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