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diario d'officina

ritornano pagine usuali...
consumate fino a notte.
istante per istante.
oltre il nostro vecchio portone di legno...
ed ancora ciottoli da raccattare... o da deporre...
ancora una via di cui non si intuisce la meta...
ed infinite immaginifiche vivono.
ancora il sottilissimo filo di un sogno
a legare senza nodi.
non più grande
del refe ordito dalle graziose mani della  "regina mab"...
e non diversamente dai suoi,
filo che è vano spezzare...
perché non vi sono lame
capaci di recidere
i tessuti dell'anima - i più intimi -
ove si dipingono
le voci... i mercati... i vicoli...
i volti...
...ed i sogni...
quelli di ognuno...
quelli che unici rubano alla realtà le loro tinte
e vivono
tra le pareti delle officineteatrali.
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lascio i miei vestiti scivolare in terra.
li ripiego con cura
li ripongo nella sacca...
tra appunti... fogli... libri...
e parole.
le mie... le loro...
il pensiero di tante cose da dire ancora...
da ascoltare...
instancabilmente...
di nuovo indosso i miei abiti di ogni giorno.
lo zaino sulla spalla... le chiavi in mano...
mi avvio anche stasera...
spengo le lampade...
buio...
ma la luce rimane con me...
non quella dei freddi neon al soffitto.
non quella...
una luce lieve... donata... rubata...
sagoma ombre di verità cercate.
le mie...
le loro...
le nostre...
immagino di portarla via.
anche solo un riverbero. minimo.
nella sacca...
tra gli appunti... i fogli...
una maglia ripiegata con cura...


index

 



venerdì, 2 marzo 2007
mi fermo a lungo
davanti alla vetrina
di una libreria.
leggo i titoli esposti.
mi soffermo
su qualche copertina.
cerco in un disegno,
in una parola,
in un nome,
qualcosa che mi spinga
a curiosare dentro.
tra altri titoli.
tra altre copertine,
tra altri nomi.
la mia voglia
di rovistare
tra gli scaffali
muore sull'uscio chiuso.
e mi riconsegno di nuovo,
come non mi accadeva da un po',
a trastevere,
a santa maria
- a questa piazza
  che tante volte
  ha accolto
  la mia necessità
  di "fermare",
  di "fermarsi" - ,
al mio camminare lento
attraverso i vicoli,
poi.
e mi accorgo
come il ritmo dei miei passi
contraddica
i pensieri
che fanno ressa
in me.
sopravanzandosi
l'uno sull'altro.
uno
nell'altro
tracimando.
i miei tentativi
di porre
ordine
falliscono ancora.
velocissimi
i pensieri,
non riesco
ad afferrarli.
forse per questo
mi perdo
nelle mie fantasie
osservando
la gente.
o quella
vetrina
di una libreria
chiusa.
o le fotografie
esposte
in una piccola
"galleria"
che si affaccia
sul mio vicolo
e dentro la quale
il mio sguardo
si rifugia,
passando,
per brevissimi istanti.
ma tanto basta
a dare
incipit
a favole
senza fine
che cominciano
a prendere corpo
insinuandosi
tra i mie passi
e placando
altri pensieri.
ne rimane traccia
sul mio taccuino,
come adesso,
fermandomi per strada
ed appuntando
una frase,
una sensazione,
poche righe
che apparterranno
a qualcosa
che ancora non è.
ma che sarà.
ne sono convinto.
sarà.
e sorrido,
poi,
quando del mio taccuino
sfoglio le pagine
scritte serrato.
colme
di "sarà"
che sono stati
solo per piccoli attimi.
e che mai più
sono stati.
mai più
per solo un piccolo attimo,
sono stati.
e se dovessi tracciare
il percorso
dei miei giorni,
potrei inseguirlo
proprio
tra quelle righe.
tra quei mille
"sarà"
in cui non smetto di credere.
che non smetto di serbare.
che non smetto
di annotare,
scrivendo veloce,
serrato,
ogni volta.
come se granelli
potessero perdersi,
sfuggire,
svanire.
sono quelle
le mie orme.
ed a volte
vorrei percorrerle,
a ritroso...
ma quanto labili!
basta uno scroscio di pioggia...
o l'incauto
passo
di altri...
solo il tempo...
e non è più
alcuna orma.
soltanto qualcosa
che vive dentro
di me.
e non è stata la pioggia,
o il passo di altri,
o il tempo
a cancellare orme.
incapace io
di averne cura,
di riconoscere
in quell'impronta
un cammino probabile,
di distinguere
passi invisibili
che ambivano
divenire percorso...
e mi illudo
cercando orme...
non accorgendomi
che in realtà
la terra
è mutata...
come ad ogni stagione.
la terra
che accoglie
i miei passi...
e la terra di me.
dentro,
me.
e mai
saranno identiche
a quelle di ieri
le mie orme di oggi.
la fascetta elastica
sigilla
la copertina
di finta pelle nera
del mio taccuino...
le mie orme...
ed io riprendo i miei passi.
lenti
come prima.
lasciandomi
accarezzare
da questo primo affacciarsi
di marzo
denso di odori precoci,
quest'anno.

sulla porta
del laboratorio
mi raggiunge silvia.
arianna,
qualche minuto dopo.
le nostre voci
violano
insieme
la luce d'ombra
lungo il corridoio
delle officine.
mi apparto
per lasciare
i miei abiti
e tirare fuori
dalla sacca
quella voglia
che non si appaga
di essere qui.
e indossarla.
e non so ancora
il colore
di cui si pregnerà,
oggi,
la mia maglia nera.
giacché
nessun colore
è qui,
adesso.
è come
se fossero
piccoli tumuli
di "terre"
adesso,
sparse tutt'intorno.
i ragazzi
mi raggiungono
sul palcoscenico
ed insieme,
senza saperlo,
cominciamo
a muoverci
tra quelle
"terre".
e piano piano
cominciamo
a raccoglierne
ciascuno
un po'.
nelle mani,
un po'.
e metterla
insieme
la "terra" d'ognuno...
e cominciare
lentamente
a pestarla...
e l'ocra...
e il blu...
e il rosso...
migrano
verso
quella tinta
che non sappiamo ancora,
ma della quale
vogliamo macchiarci.
stendendola
sul nero
di una maglia,
macchiarci.
insieme,
macchiarci.
e non è casualità.
mai una volta
lo è stata.
è la voglia
di determinare
insieme
il nostro essere teatro.
giorno per giorno.
confrontandoci.
dialogando.
ascoltandoci.
così hanno genesi
i nostri colori;
così
le sfumature
che ciascuno
decide di far sue.
e tra i mille colori possibili,
è il rosso
della "donna uccisa"
di pirandello
a saturare
le nostre ore,
oggi.
la lettura
è molto calma.
un "adagio"
teso
a carpire
le parole
una per una.
lasciare che fluiscano
dentro di noi.
e da noi,
agli altri.
e l' "adagio"
della lettura
sembra quasi
dare ancora
più forza
alla crudezza
di quella donna;
al fragore
della sua risata
che devasta,
che la devasterà;
al dilagare
di quel rosso,
cupo come sangue.
è qualche istante
di silenzio
tra noi,
alla fine della lettura.
quando la parola
è emozione,
penetra,
invade,
è sempre
il silenzio
di qualche istante
a colmare
poi
il tempo:
quello che serve
per uscire
fuori
da una pagina
e tornare
a guardarsi.
e sono le nostre parole,
adesso.
le prime
sensazioni
che affiorano.
timidamente.
naturalmente.
i primi passi
verso quella verità
che non basta
intuire,
ma che si vuole
ghermire
alla pagina
scritta.
impossessarsene.
e proprio
per questo motivo
non mi stanco
di provocare.
di porre domande.
di spingere
di nuovo
verso quella
pagina
rintracciando
a volte
anche una sola parola,
quella che basta
a dire
un divario
non scritto,
né da descrivere,
ma che è
incolmabile distanza
tra i personaggi.
e ne distingue
- diversissimo -
il loro "essere".
ed il loro
"essere vivi".
e lentamente
si rivela,
oltre la semplice parola,
la figura
di quella donna.
oltre la semplice,
immaginifica,
vicenda...
oltre un "carattere"
leggibile...
oltre una sessualità
vissuta
nella ricerca
di uno spasimo che sublimi...
oltre il "tangibile",
si rivela
una donna
che ambisce
una libertà mai avuta...
una donna
che accusa
i lacci cui inconsapevolmente
si lascia legare
cercando
di eludere
la catena
cui la costringe
il suo tempo,
il suo stesso
essere donna...
e riproviamo
ancora
a leggere
quel brano
tra le cui righe
il nostro pensiero
comincia ad insinuarsi
lasciando
che le parole
sfuggano
il loro essere suono
per divenire "atto".

nadia è per la prima volta
con noi,
stasera.
ha voglia,
solo curiosità, forse,
di sentire
un'altra voce
tra le altre
che ha già ascoltato.
il nostro lavorare
sulla respirazione,
sul diaframma,
sull'emissione,
ha per lei un sapore nuovo.
mai provato.
esistono mille modi
d'essere teatro.
non migliore degli altri
è il nostro.
né peggiore.
è il nostro.
semplicemente.
condividerlo
è una scelta.
d'ogni allievo,
giorno per giorno.
delle officine,
giorno per giorno.
così,
quando ogni nozionismo
viene bandito
e le sere
diventano un reciproco
confrontarsi.
mettersi in gioco.
osare,
sbagliare,
demolire e ricostruire...
emozionarsi.
così,
le officine.
ma una pausa
non basta
a dire
la storia di una passione...
di un amore...
di un'idea...
e le storie
si ascoltano...
non si vivono.
per questo
lascio che la penombra
avvolga ancora
la nostra sala...
riduca al silenzio
la nostra platea
immaginaria...
per viverla
ancora,
anche stasera,
quest'idea...

spengiamo le luci.
giochiamo.

l'adagio e il "rosso"
di pirandello
ancora
tornano da inseguirsi.
sono di nuovo spettatore
del loro
scoprire questo testo
che non smette
di rivelarsi sempre diverso.
che non smette
di denudare
verità inapparenti
che chiedono
d'essere vive.
ed è ancora fitto
il confronto tra noi.
la simbologia
legata
ad un ultimo bacio
rubato
ad una morte violenta
che non si aspettava...
che non si chiedeva...
ma in quel bacio
l'illusione
di aver catturato un sogno
inseguito
in amori fugaci ed intensi
ed insieme
la realtà
di una vita
che lentamente,
- inarrestabile -
si allontana
consegnando
alla verità
del "buio"
ogni illusione.
ed avverto
- sottile -
nei ragazzi
il pudore
ed il timore
nel confrontarsi
con un testo
come quello che adesso leggiamo.
come se prendesse
corpo,
in loro,
la consapevolezza
di un proprio limite.
la paura
di "non farcela"...
il "peso"
del proprio essere
- voce corpo gesti -
innanzi
alla "levità"
di quel personaggio...
sensazioni
che avverto
nel loro sguardo...
in una domanda
irrisolta ancora...
in un silenzio
un silenzio più lungo...
e torniamo
ad appropriarci
dell' "adagio",
battuta dopo battuta...
sbagliando.
e fermandoci.
chiedendoci
perché
una verità
rimane incagliata
nelle parole di un testo
come una nave
tra scogli
a pelo d'acqua.
ma non ci sono scogli.
non ci sono navi.
semplicemente noi stessi.
semplicemente il nostro essere teatro.
ed il pensiero di ognuno
che deve impossessarsi
di quelle parole.
ed immagini
prendono a forgiarsi.
ed un semplice
"ah... qua..."
diviene
infine
il luogo
ove una donna
scopre di non essere più viva...
e non è più una parola,
adesso,
ad essere pronunciata
dalle labbra di agnese...
non più "suono"...
improvvisamente
la verità
della propria morte
che si palesa ad una donna uccisa...
improvvisamente
la magia del teatro
che si rivela ancora una volta...
ed è rosso,
stavolta...
lo stesso rosso
che pirandello
ha dipinto
in un sottile rivolo
di sangue
che sfugge
dalle labbra
di una donna
che non ha avuto paura
di sognare d'essere libera...

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