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diario d'officina

ritornano pagine usuali...
consumate fino a notte.
istante per istante.
oltre il nostro vecchio portone di legno...
ed ancora ciottoli da raccattare... o da deporre...
ancora una via di cui non si intuisce la meta...
ed infinite immaginifiche vivono.
ancora il sottilissimo filo di un sogno
a legare senza nodi.
non più grande
del refe ordito dalle graziose mani della  "regina mab"...
e non diversamente dai suoi,
filo che è vano spezzare...
perché non vi sono lame
capaci di recidere
i tessuti dell'anima - i più intimi -
ove si dipingono
le voci... i mercati... i vicoli...
i volti...
...ed i sogni...
quelli di ognuno...
quelli che unici rubano alla realtà le loro tinte
e vivono
tra le pareti delle officineteatrali.
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lascio i miei vestiti scivolare in terra.
li ripiego con cura
li ripongo nella sacca...
tra appunti... fogli... libri...
e parole.
le mie... le loro...
il pensiero di tante cose da dire ancora...
da ascoltare...
instancabilmente...
di nuovo indosso i miei abiti di ogni giorno.
lo zaino sulla spalla... le chiavi in mano...
mi avvio anche stasera...
spengo le lampade...
buio...
ma la luce rimane con me...
non quella dei freddi neon al soffitto.
non quella...
una luce lieve... donata... rubata...
sagoma ombre di verità cercate.
le mie...
le loro...
le nostre...
immagino di portarla via.
anche solo un riverbero. minimo.
nella sacca...
tra gli appunti... i fogli...
una maglia ripiegata con cura...


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lunedì, 5 marzo 2007
adesso
stanno sparse
sul palcoscenico,
tessere sfuse.
di un mosaico...
di un puzzle...
di un domino...
di un gioco
di tessere.
sfuse.
senza alcun apparente criterio.
piccoli pezzi
che io so
non essere abbandonati.
né dimenticati.
che stanno lì.
sul palco.
come se qualcuno
avesse voluto
posarli
in quel luogo.
lasciarli
ad una quiescenza
voluta.
necessaria.
invisibili.
ma ancora una volta li riconosco.
ancora una volta li vedo.
alcuna forma
appartiene loro.
nessuna traccia
di uno schizzo abbozzato...
nessuna promessa
di un disegno...
di un dipinto...
di colori.
nudità
e cocci di vetro.
o di pietra,
cocci.
lo sguardo
insiste
su quell'immaginario
scenario
su cui i neon
infrangono
il loro riverbero
sagomando il vuoto
che segna
sentieri
improbabili
tra quei frammenti...
o schegge...
come qualcuno
avesse preso
tra le mani
una terracotta
e con perizia
avesse voluto
frantumarla,
colpo dopo colpo,
e spargerne
tutt'intorno
i pezzi.
immagini
si inseguono
quando
è silenzio
intorno...
quando i ragazzi
attorno a me
tacciono,
come avvertissero
la necessità
di quel silenzio.
ed il mio sguardo
appare
quasi perdersi
sulla monotonia cromatica
del fondoscena.
come se solo il vuoto
accogliesse i miei occhi.
stanchi,
ma curiosi sempre...
e non è vuoto
quello che mi si apre innanzi.
non adesso,
vuoto.
mai una volta
"vuoto".
è raccoglierli,
ora,
quei cocci.
uno sull'altro,
uno accanto all'altro,
ricomporli.
ridare forma
ad un'antica
brocca...
ricomporre
la figura
sbiadita
che ne ornava
la pancia...
e di nuovo
riempirla
d'acqua.
e bere.
dalla sua bocca,
bere.
fino a dissetarsi,
bere.
e mi viene
ed ho voglia di ringraziarli,
adesso che scrivo,
i miei sette lettori
che fino a qui
hanno scorso questa pagina,
e le altre,
inseguendo
le mille volute
dei miei pensieri,
raccogliendo con me
emozioni
di attimi...
sensazioni
che vivono
lo stesso
identico tempo
di un raggio
di sole
che si apre,
improvviso,
repentino,
facendosi breccia
in un inusitato varco
nel grigio
di nuvole
di un cielo
mai uguale...
cocci sparsi
su un palco.
rimangono ancora lì.
quasi in attesa
che qualcosa
- qualunque cosa -
accada.
che qualcuno
infine
li ricomponga
quei cocci.
uno per volta,
pazientemente,
restituendo
vita
ad una brocca spezzata.
giacché
questo
è il nostro gioco.
non differentemente
dalla vita,
quando la vita
non è
quel semplice
scivolare
attraverso
giorni
solo apparentemente
diversi.
e la nostra brocca
a volte,
senza volere,
la vita stessa
lede.
semplici atti,
parole,
che solo apparentemente
scivolano via.
che ci si illude,
e si vorrebbe,
via scivolassero.
lontani.
ma spigoli aguzzi,
minimi,
aprono crepe
che percorrono sentieri
che solo loro
sanno.
scelgono.
e piccoli frantumi
di noi
cedono.
ed è un rimettere insieme.
pazientemente,
inconsapevolmente
spesso,
quei cocci di noi.
così adesso.
in ognuno di quei
cocci
sfusi
sul palco
riconosco il  tempo,
il respiro,
il  sudore,
la voglia
d'essere teatro
consumata
in lunghe brevissime
ore
tra queste pareti.
a volte
scacciando via
il sonno
che s'avanza
all'avanzarsi
della sera
che si fa notte.
a volte
rinunciando
a qualcosa
per non smettere
ancora
di inseguire
la fragile concretezza
di un sogno.
di un'emozione.
di un'idea.
e di nuovo la vita,
quella sento pulsare
dentro di me,
differente in nulla
al mio  teatro.
e stasera
li prendiamo nelle mani
quei cocci.
con la voglia
di stringerli,
anche se dovessero
incidere
piccoli lembi
di pelle,
stringerli.
perché
appartengono
a ciascuno di noi.
perché
di ciascuno
di noi
sono una piccola parte.
quella
che abbiamo
saputo,
voluto,
frantumare.
consapevolmente.
cercando
fino a trovarlo
il coraggio
di un gesto,
di un passo,
di una parola.
di un dono.
un dono...
"una lacrima
o un sorriso..."
così diceva eduardo.
nulla di più,
nulla di diverso,
il nostro dono.
un'emozione semplice.
e d'un tratto,
i cocci tra le dita,
il silenzio
si spezza.
e gente
fa ressa
stasera
nella nostra immaginaria
platea.
rumoreggia,
parlotta,
si saluta.
ne giunge
il vocio
oltre il rosso
di un sipario
che non vediamo...
ma che c'è.
dentro ciascuno
di noi
adesso "è".
ed è voglia,
ed è tempo,
ora,
di misurarla
la nostra
"arte".
non l'arte
che risuona
in salotti
lontani
da queste pareti
scrostate.
non ci appartiene.
né noi,
ad essa.
è un'officina,
qui.
dove si raccolgono
cocci
rinfusamente
sparsi.
e la nostra "arte"
è quel mestiere
antico,
quanto quello
delle prostitute
antico,
di raccattare
schegge...
sceglierle...
distinguere
tra tante
quelle
i cui lembi
coincidono
l'uno all'altro...
e stendere
su quelli
un sottile velo
di colla...
senza avere
timore
che gocce
possano
spargersi
oltre la rima
che lega
ogni pezzo...
ed impastare
ancora,
argilla...
e stenderla
a riempire
le crepe...
fino a inghiottirle.
è un' "arte"
rubata
a maestri artigiani
quella
che avvertiamo
"essere" nostra.
un' "arte" senza guanti.
le mani,
nude.
così
scivoliamo sul palcoscenico,
nella penombra
della sala,
cominciando a dar vita
a quella verità
che già
sentiamo
essere in noi
ma che ha ancora respirato
solo sulle pagine
di un foglio scritto
e che adesso,
è lei stessa a chiederlo,
ambisce un suo luogo,
un suo tempo,
un suo spazio.
e per saziare
la sua ambizione
d'essere viva
accogliamo
L'abbraccio
di un palcoscenico nudo,
di un tappeto
di cocci.
e la nostra immaginaria platea
un po' per volta
declina verso
il silenzio
tacendo
ogni brusio.
e non importa chi,
dei ragazzi,
sia ora sul palco.
senza mai volgere
lo sguardo
a terra
si comincia
lentamente
a raccattare
ognuno
le proprie schegge...
ognuno
lentamente
metterle insieme...
ognuno
per dissetarsi...
battute a soggetto
mentre,
battendo su una latta
trovata in laboratorio,
qualcuno
scandisce
primi movimenti
e parole adesso
inventate
ma che già descrivono
un luogo...
inequivocabile,
un luogo.
il luogo
che quella stessa
verità
ha chiesto.
e non importa
che non ci siano
quinte
o scene
o oggetti
di un anziano trovarobe...
quel luogo vive
in ogni battuta...
in ogni movimento...
in ogni agire...
e lo riconosciamo...
e lo assumiamo
anche noi,
da giù,
ognuno distinguendo
in quel luogo
il proprio luogo...
quello che da sé
prende forma
in me
lasciandomi violare
ancora una volta
da un gioco
come la vita.
un gioco
di cocci
e di schegge...
ma non ho martelli,
nella vita...
né servono,
quando è la vita stessa
a decidere
ogni suo colpo.
e schegge
si rifugiano a volte
in anfratti celati...
ed è allora
la caparbietà
ancora
di ricomporre.
per essere.
pensieri
per brevi attimi
mi astraggono
non per portarmi via
da qui
ma per ancor più
lasciarmi aderire
ad un palcoscenico
non più nudo,
ora.
e inseguo
ogni agire
di chi è in scena
- i primi cocci nelle sue mani -
e adesso
li offre
nella forma di un tempo...
di un luogo...
di un contesto...
dell'unico contesto
all'interno del quale
può muoversi.
può avere vita.
quella vita
che la verità
di un testo
esige.
così
come i gesti
che ancora vengono,
poi...
senza mai pensare
a null'altro
che all'unico "essere"
che può
appartenere
a quel personaggio
muovendosi
in quel particolare
luogo,
in quel particolare
istante.
una misura
che tante volte
sfugge nella vita.
in teatro,
mai.
non può.
i nostri mille perché
- mille volte posti,
  mille volte risolti -
sono una guardia severa.
mai lacci.
o legami.
indicano solo una strada.
ad ognuno
appartiene
la scelta
del modo di percorrerla...
ognuno
ha piedi
e passi
diversi.
interrompo spesso.
ma solo per invitare
ad aprire le mani,
e mostrarmi
i cocci raccolti...
guardarli insieme...
e seguire
insieme
il contorno di ognuno...
e guidare
le mani
perché
con più sicurezza,
lievemente,
specularità
combacino...
aderiscano...
si penetrino...
e di nuovo
ognuno,
i cocci tra le mani,
riprende la sua "arte"...
e le prove sul palco...
gli esercizi
ripetuti
ingoiando
la fatica e la noia...
e il nostro
dialogare serrato...
il confrontarsi
su ogni parola,
e d'ogni parola
svelare
il significato più celato...
e farlo proprio...
e di nuovo
negarlo
per trovare
una via
che parli dritto
al cuore
di ognuno...
e sfidare
il proprio
corpo
verso nuovi equilibri
senza alcun timore
d'attimi
in bilico...
questa
l'unica colla
che possediamo
per rimettere
insieme
quei cocci...
i nostri cocci.
pezzi di anima.
da noi frantumata
- da noi stessi -
perché in teatro,
non come la vita,
è di ognuno
un martello.
e la scelta di usarlo.
pezzi d'anima
offerti adesso
alla nostra immaginaria silente platea,
ai miei sette lettori,
a noi stessi...
per saperla,
quest'anima...
per conoscerla...
per conoscersi...
per non avere
paura
di un nuovo gioco
più grande.
con se stessi,
per primi...
sul palcoscenico
come per strada...
per quella
smania
che prende
alle viscere
d'essere
teatro...
per qualcosa
che sarà
nostra
per il tempo
di una prova...
di una replica...
per donare...
solo una lacrima...
solo un sorriso...

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