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diario d'officina

ritornano pagine usuali...
consumate fino a notte.
istante per istante.
oltre il nostro vecchio portone di legno...
ed ancora ciottoli da raccattare... o da deporre...
ancora una via di cui non si intuisce la meta...
ed infinite immaginifiche vivono.
ancora il sottilissimo filo di un sogno
a legare senza nodi.
non più grande
del refe ordito dalle graziose mani della  "regina mab"...
e non diversamente dai suoi,
filo che è vano spezzare...
perché non vi sono lame
capaci di recidere
i tessuti dell'anima - i più intimi -
ove si dipingono
le voci... i mercati... i vicoli...
i volti...
...ed i sogni...
quelli di ognuno...
quelli che unici rubano alla realtà le loro tinte
e vivono
tra le pareti delle officineteatrali.
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lascio i miei vestiti scivolare in terra.
li ripiego con cura
li ripongo nella sacca...
tra appunti... fogli... libri...
e parole.
le mie... le loro...
il pensiero di tante cose da dire ancora...
da ascoltare...
instancabilmente...
di nuovo indosso i miei abiti di ogni giorno.
lo zaino sulla spalla... le chiavi in mano...
mi avvio anche stasera...
spengo le lampade...
buio...
ma la luce rimane con me...
non quella dei freddi neon al soffitto.
non quella...
una luce lieve... donata... rubata...
sagoma ombre di verità cercate.
le mie...
le loro...
le nostre...
immagino di portarla via.
anche solo un riverbero. minimo.
nella sacca...
tra gli appunti... i fogli...
una maglia ripiegata con cura...


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lunedì, 12 marzo 2007
e ci sono
giorni
in cui le cose
si acquietano.
senza rumore,
sembrano aver trovato
un loro fluire.
privo di scosse.
o salti improvvisi.
giorni
che non sono
giorni
di un remissivo
pensare
o agire;
che non sono
d'indulgente
- verso se stessi, indulgente -
immobilità;
che non sono
compagni
di un nulla,
o di un niente.
giorni
in cui forse
più forte
di avverte
la voglia
di chiudere
le tante porte aperte.
e tirare
le somme.
naturalmente.
e mi torna
in mente
una voce,
adesso.
ascoltai solo
una volta
la frase
di un uomo che
- oggi, sì,
  posso dirlo -
mi è stato maestro.
diceva
che a volte
bisogna avere
il coraggio
di fermarsi.
e scendere.
e pensare.
semplicemente
pensare.
parole che quella sera,
a cena,
ascoltai
attentamente,
ma che pure
scivolarono
su di me
senza lasciare
alcuna apparente
traccia.
non era così.
le parole
hanno bisogno
di un loro tempo
per maturare.
e coglierle.
quando
le parole
riescono a ricavarsi,
a scavare,
una nicchia
dentro di noi.
e rimangono lì,
a volte un tempo
che non si sa
nemmeno più
quanto sia...
e improvvisamente,
inaspettatamente,
riaffiorano
nella memoria
dei giorni,
degli eventi,
e rivelano
ciò
che custodivano
in se stesse,
nella nostra
anima...
e non vanno via.
più via.
e spesso
mi chiedo
se sono state loro,
annidate silenti,
a tacersi:
o noi,
invece,
catturati
dal clamore
di quotidiani
schiamazzi,
a preferire
una sordità
troppo sovente
adusa.
ed in questa
improvvisa
necessità
di fermarsi,
di scendere,
di pensare,
si riesce
a vederle,
le cose.
non solo guardarle.
vederle.
quando gli occhi
non ostentano oltre
su una forma,
ma si insinuano
curiosamente
tra stretti
celati
sinuosi
recessi.
fino in fondo.
e negli occhi
degli altri
riconosco spesso
il mio sguardo.
in quello
dei ragazzi,
qui,
adesso.
assorti su altre parole.
li osservo.
ci guardiamo
a volte...
a spezzare parole,
o silenzi...
e nel loro guardarmi,
guardarci,
si avverte
lievissimo
lo scrosciare
di tutta questa
"acqua"
che noi siamo
e che
inconsapevolmente
continua
a correre
verso
il "suo"
mare.
proverbio antico,
mille volte
parafrasato,
a dire
l'ineluttabile
casualità
che la vita
sceglie
per dipingere
il tempo,
per rivelare
giorni inattesi,
per proiettarci
a volte
nel vortice
di girandole
segretamente ambite,
timidamente
temute...
la mia vita
me lo ha insegnato.
ogni volta
che ho creduto
che scelte
apparentemente
inopinate
non fossero altro
che una brusca,
coraggiosa
- quando con il coraggio
  mascheriamo
  la follia -
inversione
di rotta.
non erano
tali.
mai lo sono state.
era ritrovarla,
invece,
la rotta.
quando quella codardia
non cattiva,
- il guscio
  certo
  dentro il quale
  solo scosse
  attutite
  giungono -
ci induce
a prediligere
sentieri
aperti
facili...
lievemente scoscesi
da non lasciarla
avvertire
la "fatica"
di un passo...
ed è acqua limpida,
irrefrenabile.
poi si placa...
mai ferma
l'acqua di sogni...
acqua verso la quale
non si smette mai
di porgere
il palmo
delle proprie mani,
chiuse a mo' coppo.
come bambini...
per sentirla,
l'acqua,
per bagnarsi
la pelle...
immergerle
fin oltre i polsi,
le mani...
e la voglia
di avvicinare,
poi,
le labbra,
alle mani...
e bere.
e non vi è più
un luogo
ove alberghino
la timidezza
del proprio sognare,
il timore
di un vortice...
ed a me sembra
di condurre
i miei passi
dentro le officine
come percorrendo
la sabbia fine
lungo
le sponde
del torrente
di ognuno
dei ragazzi
che adesso
mi stanno attorno.
ed in silenzio,
mi ascoltano...
camminare
proprio lì,
dove la realtà
lambisce
il sogno...
ed i sogni
urtano
contro
una "terra"
fatta di rocce...
e di scogli...
e di pietre...
e nel loro
ascoltarmi
vedo i ragazzi
pascerlo
giorno per giorno
il proprio
sognare,
le proprie
emozioni...
nutrirle
di un cibo
rarissimo
e prezioso:
i propri istanti...
ed è per questo
che mai
uno solo
può essere
gettato via.
né mai uno
rifiutato.
o preteso.
e diventa
un'isola
questo nostro luogo,
questa antica
stalla
che oggi offre
riparo
alle nostre emozioni.
un luogo
ove le acque
dei sogni
dilagano
calme,
liberamente
fluttuando
senza mai smettere
di ambire
una nuova foce
verso
un mare
che appare
ancora lontano.
giacché
nuovi percorsi,
nuovi
"letti"
ove scorrano
acque,
si rivelano
senza posa.
e si è
soli,
sempre,
ad affrontare
le acque...
e sono facili
le correnti
che improvvise
spingono
alla deriva.
e i minuti
trascorrono
velocissimi
come a fare contrasto
a questa
strana
quiete,
quando essa
diviene
un uscio
aperto,
in alto,
a guardare
la contrada
ove
il caso
ha voluto
strade diverse
si incrociassero...
la quiete
che adesso
avvolge
questo nostro
pomeriggio
attorno
a versi
che ancora
ritornano.
il parlare
pacato...
il confrontarsi...
la ricerca
continua
che anima
le officine
e che non smette
di rivelare
"mondi"
che si aprono
dinnanzi
ai nostri
occhi
e che incontrano
il fremito
di un'emozione...
e pari,
la voglia
di attraversarli...
correndo,
attraversarli.
ed in questa quiete
hanno genesi
i miei pensieri.
quando
il teatro
diventa
un desco
sul quale
si spezza
un pane.
da mani
offerto.
da altre mani
accolto.
e non è
un pane
che consumiamo
per saziare
la fame di un giorno.
è il pane
che vorremmo
sostenga
i giorni a venire,
quando le officine
saranno
un luogo lontano
e ciascuno
dovrà
impastarla
con le proprie mani
la farina...
e l'acqua...
questo
i miei maestri
mi hanno
offerto...
in una frase...
in un gesto...
in un atto
inusitato...
in un sorriso,
in un rimprovero...
farina e acqua...
e forza
nella mani,
per impastarla...
perché
intrapreso
il viaggio
lungo il corso
del mio fiume
mai ho saputo,
né so ancora,
ove si aprirà
al mare
il delta
del mio sognare.
e con me
non avrò
altro
che farina e acqua...
e nelle mie mani
un remo
che mai si è spezzato...
perché
fatto
di un'essenza
di legno
che nulla
può consumare...
corrodere...
spezzare...
no.
non solo
credere
ad un sogno,
ma avere
la "necessità"
di quel sogno...
la "necessità"
di sempre
un sogno nuovo
in cui credere.
ma la realtà
mai appartiene
ai sogni.
fuori
dall'uscio
delle officine
prende la voce
di una donna
che litiga
per uno stendino per i panni
usato come transenna
per serbare
per sé
un piccolo
pezzo di strada...
in un telefono
che tace,
l'incapacità
di donare
un istante
di sé,
perché
incapaci
di comprendere
quanto infinito
possa essere il dono
di un istante...
nell'insopportabile
arroganza
di un "sì"
affettato...
o di un "no"
mai apertamente
detto...
hanno altri colori,
i sogni.
ed il teatro
è sogno.
continuiamo a leggere
il nostro copione
abbandonandoci
ad un colore...
ad una musica...
ad un respiro...
ad un passo...
abbandonandoci
l'uno
ai sogni
dell'altro...
ma non per
eliderci
dalla realtà
ma per viverla,
da dentro,
la realtà...
con nella sacca
solo
farina e acqua...
in mano
un vecchio
remo...
ed un fiume...
casualmente,
follemente,
un fiume
che corre
al mare...
forse
nessuno
di noi
sa come
si è improvvisamente
ritrovato
al centro
della corrente...
ciò che sappiamo
è la voglia
di scenderla
la corrente...
di affrontarla...
e basta
restare
qui attorno
ad un testo,
le luci spente
giù in sala,
provare
sul palco
una scena...
forse
non serve
di più
per non avvertire
lo sciabordìo
dell'acqua
sotto la chiglia...
o forse,
semplicemente,
per non averne
paura.

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