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diario d'officina

ritornano pagine usuali...
consumate fino a notte.
istante per istante.
oltre il nostro vecchio portone di legno...
ed ancora ciottoli da raccattare... o da deporre...
ancora una via di cui non si intuisce la meta...
ed infinite immaginifiche vivono.
ancora il sottilissimo filo di un sogno
a legare senza nodi.
non più grande
del refe ordito dalle graziose mani della  "regina mab"...
e non diversamente dai suoi,
filo che è vano spezzare...
perché non vi sono lame
capaci di recidere
i tessuti dell'anima - i più intimi -
ove si dipingono
le voci... i mercati... i vicoli...
i volti...
...ed i sogni...
quelli di ognuno...
quelli che unici rubano alla realtà le loro tinte
e vivono
tra le pareti delle officineteatrali.
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lascio i miei vestiti scivolare in terra.
li ripiego con cura
li ripongo nella sacca...
tra appunti... fogli... libri...
e parole.
le mie... le loro...
il pensiero di tante cose da dire ancora...
da ascoltare...
instancabilmente...
di nuovo indosso i miei abiti di ogni giorno.
lo zaino sulla spalla... le chiavi in mano...
mi avvio anche stasera...
spengo le lampade...
buio...
ma la luce rimane con me...
non quella dei freddi neon al soffitto.
non quella...
una luce lieve... donata... rubata...
sagoma ombre di verità cercate.
le mie...
le loro...
le nostre...
immagino di portarla via.
anche solo un riverbero. minimo.
nella sacca...
tra gli appunti... i fogli...
una maglia ripiegata con cura...


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venerdì, 13 aprile 2007
giorni di pasqua.
durante i quali
il portone di legno
delle officine
è rimasto serrato.
poi il lucchetto
ancora.
secco,
il rumore,
al suo schiudersi.
facile
il suo scivolare via
dagli occhielli
in ferro battuto.
e ci si ritrova.
qui tutti.
luce d'ovatta
d'un sole
già caldo
schiarisce
i muri
grezzi
di pietra e mattoni.
come
se su banchi
d'apprendista
ognuno avesse
lasciato
gli arnesi
del suo mestiere,
e quelli fossero
rimasti
immobili nel buio,
ad attendere,
ora ciascuno
riprende
i propri.
e si riavvia
naturalmente
il cigolare
degli ingranaggi
che nuovamente
iniziano
a muoversi
nelle officine.
che nuovamente
le officine
muovono.
un cigolio mai uguale...
di pensieri,
sensazioni,
emozioni.
rumore che giunge
lievissimo,
indistinto.
da subito.
rumore
che ruba il suo corpo
agli istanti.
e li veste
di sé.
ma come gli istanti,
poi,
rimane invisibile...
impalpabile
inapparenza.
e man mano
che i giorni
velocissimi
si inseguono
tra le pareti
di queste
"insolite" officine,
sempre più
avverto
il nostro mestiere
come un'arte antica
vissuta
intorno ad
"impalpabili
inapparenze".
ché
non sono le parole
né i gesti
ciò da cui
ha genesi
questo incessante
rumore
che scandisce
il nostro
cesellare,
o recidere,
o ricomporre,
tra i "banchi"
delle officine.
parole
e gesti
sono ciò che
infine
appare;
sono forma
che si modella
intorno
a qualcosa
che a volte
non ha vita più lunga
della scia
di un profumo
che qualcuno
lascia intorno
passandoci accanto,
distrattamente
appena lambendoci.
e lo si insegue,
quel profumo,
per brevi istanti
lo si insegue,
cercando di rintracciare,
tra mille volti,
uno soltanto;
tra mille
odori,
quella sola sensazione,
che come un'improvvisa
intrusione
nell'usuale
scorrere delle cose
intorno a noi,
per un attimo
induce
a deviare
da un percorso
già noto.
per un attimo.
poi rimane
silente.
relegata
al capriccio,
alla burla,
di una casualità
che gioca,
a volte,
intrecciando
i nostri passi
con quelli
di altri.
ed a quella stessa
casualità
la si restituisce.
abbandonandola
al suo stesso
gioco.
e ciò
che nella vita di ogni giorno
rimane inerte,
volatile
al pari
della scia
di un profumo,
tra i nostri "banchi"
diviene
ciò
cui più di ogni cosa
ambiamo.
"impalpabile
inapparenza"
che senza sosta
proviamo
a forgiare.
vogliamo
forgiare.
i versi
di baudelaire
tornano
tra noi.
seduti
in cerchio,
sul proscenio,
divengono
quasi
una piccola fonte
verso
la quale
si tendono
cocci di terracotta
per attingere
acqua.
per dissetarsi
ognuno.
ma di quei cocci
non distinguo
le venature dell'argilla,
quelle impresse da un forno,
dal fuoco;
né se un disegno
qualcuno di essi
reca inciso,
e se esso
è diverso dagli altri;
non vedo
la forma del manico,
la rotondità
della pancia,
la bocca
di quei cocci,
né il suo spessore...
non so quanto fragili...
non so quanto forti...
solo cocci
protesi
verso
acqua.
ed ancora
mi sfugge
dal loro stesso
protendersi
a quella "fonte",
la sete
di ognuno...
la necessità
di berla,
quell'acqua.
perché più di ogni cosa
è la "necessità"
di saziare
la mia sete
ciò che rende
diverso,
unico,
il mio coccio.
il mio bere.
il mio sorseggiare
o ingollare
d'un fiato
quell'acqua.
acqua
che non cambia.
che per tutti
è uguale.
che dalla stessa
fonte
stilla
scrosciando
per ciascuno
con la medesima
intensità.
ed è allora
l'ineluttabilità
di frantumarle
quelle terrecotte...
e cercare
ancora
nuova
terra e acqua...
argilla...
e di nuovo
lavorarla con le mani
modellando
un coccio
capace
di contenere
acqua
per saziare
la propria sete...
ed un manico
forte
da contenere
la propria mano...
da non spezzarsi
sotto il peso
dell'acqua...
e una bocca
dove posare
le proprie labbra
senza
che alcuna goccia
possa mai
scivolare
lungo il mento
o bagnare
la camicia
che ognuno
indossa...
e porla,
poi,
dentro la fiamma viva
di un fuoco
quella terracotta...
e sono le mani
che scivolano
sull'argilla...
sono le dita
che si stringono
intorno
a levigare
asperità...
sono le unghie
che incidono
graffiti
- i propri graffiti -
sulla superficie
già liscia
di quella tazza
di terracotta...
questi
i rumori
che lentamente
invadono
le officine.
rumori
di mani,
di dita,
di unghie...
rumori
non diversi
da una carezza,
da uno sguardo,
da mani
che si stringono
o da dita
che si intrecciano.
rumori che dicono
pensieri,
emozioni,
sensazioni...
che svelano
infine
verità.
senza alcun rumore.
che non servono
rumori
a dire
le cose
che vivono
dentro di noi,
quando esse
"veramente"
pulsano
in noi.
e come argilla
si modellano
le parole,
i gesti,
intorno
a rumori
che appartengono
soltanto al nostro
avvertire
versi
di una poesia,
in nulla
dissimili
da acqua
di fonte.
e proprio
cercando,
o volendo
provocare,
altri rumori
chiedo ai
ragazzi
di improvvisare
sulle immagini
che i versi
di baudelaire
evocano.
immagini
che tracimano
una nell'altra,
con lo stesso ritmo
con cui
i versi
straripano
l'uno nell'altro.
ed è un improvvisare
che mai
cerca rifugio
in un descrivere
o in un narrare...
è viverle,
adesso,
quelle immagini...
dare loro respiro
in un'astrazione...
in un semplice gesto...
in uno sguardo,
in un passo...
nulla che debba
essere consegnato
a me
o ad una platea...
è un improvvisare
che appartiene
solo a loro.
alla loro voglia,
capacità,
necessità,
d'udire
"rumori".
o di sfuggire
la sordità
cui più facilmente
la realtà
ci ha reso
avvezzi.
e voci
superflue
tacciono
quando
lentamente
i rumori
cominciano
a prendere
consistenza.
cominciano
a diffondersi
tra i "banchi"
d'officina.
cominciano
ad invadere
loro.
ad invadere
me.
poi,
dopo,
i versi ancora.
come mai
prima
erano fluiti,
adesso.
sorprendendoci
l'un l'altro.
scoprendo insieme
vie
non ancora percorse.
scavalcando
ostacoli
che parevano
muri
dalle alte pareti
glabre.
rivelando se stessi
a se stessi.
ed insieme,
lentamente,
svaniscono
i rumori...
tornano
ad essere
"impalpabili
inapparenze"
che prendono
- ben oltre
  una semplice
  forma -
in ognuno
dei ragazzi
una propria
vita,
un proprio
modo
di essere
diversamente
la medesima
verità.
"impalpabili
inapparenze",
questo si fabbrica
nelle officine...
con la terra
e con l'acqua...
con le mani
e con le unghie...
per non aver
paura
di attingere
acqua
da quella
fonte
dove
aneliamo
saziare
una sete
che solo
ognuno
di noi
sa dove,
come,
perché,
nasce...
chiedendo
a nessuno
di offrirci,
o donarci,
una tazza
di terracotta
da riempire...
ove bere...
avendo il coraggio
di stringerla tra le mani
la nostra tazza,
di protenderla
verso una fonte,
e portarla
alle labbra,
infine...
con la libertà
che deriva
dalla consapevolezza
della propria tazza...
della propria sete...
di una fonte
d'unica acqua...
e mi piace
ripeterla
questa
parola:
libertà.
l'unica
che mai in teatro
è una favola...
l'unica,
senza la quale,
mai nessuna
favola,
in alcun luogo,
potrebbe mai essere...

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