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diario d'officina

ritornano pagine usuali...
consumate fino a notte.
istante per istante.
oltre il nostro vecchio portone di legno...
ed ancora ciottoli da raccattare... o da deporre...
ancora una via di cui non si intuisce la meta...
ed infinite immaginifiche vivono.
ancora il sottilissimo filo di un sogno
a legare senza nodi.
non più grande
del refe ordito dalle graziose mani della  "regina mab"...
e non diversamente dai suoi,
filo che è vano spezzare...
perché non vi sono lame
capaci di recidere
i tessuti dell'anima - i più intimi -
ove si dipingono
le voci... i mercati... i vicoli...
i volti...
...ed i sogni...
quelli di ognuno...
quelli che unici rubano alla realtà le loro tinte
e vivono
tra le pareti delle officineteatrali.
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lascio i miei vestiti scivolare in terra.
li ripiego con cura
li ripongo nella sacca...
tra appunti... fogli... libri...
e parole.
le mie... le loro...
il pensiero di tante cose da dire ancora...
da ascoltare...
instancabilmente...
di nuovo indosso i miei abiti di ogni giorno.
lo zaino sulla spalla... le chiavi in mano...
mi avvio anche stasera...
spengo le lampade...
buio...
ma la luce rimane con me...
non quella dei freddi neon al soffitto.
non quella...
una luce lieve... donata... rubata...
sagoma ombre di verità cercate.
le mie...
le loro...
le nostre...
immagino di portarla via.
anche solo un riverbero. minimo.
nella sacca...
tra gli appunti... i fogli...
una maglia ripiegata con cura...


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venerdì, 20 aprile 2007
è una luce diversa.
luce che avvolge.
densa da attraversarla.
una luce che so.
che conosco da sempre.
da sempre
la porto dentro di me.
ma lascio che mi invada...
la respiro...
così è.
ogni volta.
e stringo gli occhi
in cima alla scaletta
dell'aereo,
senza indossarli
i miei occhiali
da sole.
ho voglia di sentirla,
la luce,
sfuggire le ciglia
fino a colmarli
i miei occhi.
lasciarli
lentamente assuefare
a quel riverbero
di sole bianco.
fino a dischiuderli
poi,
dischiuderli..
non diversamente
da come accade
quando
mi immergo
nel mare
e li apro gli occhi
con la voglia
di essere io stesso
quel mare.
una ventata
di caldo,
improvvisa,
e la voglia
di sfilarsi via la giacca.
già subito.
scendo lentamente
i gradini
andando incontro
ad un parlare
che mi restituisce
il sapore
dei miei anni
vissuti
su questa terra.
e di nuovo
non è una sensazione
inusuale,
insolita,
inaspettata.
medesima,
mi assale
ogni qual volta
faccio ritorno
nella mia sicilia.
l'invito
a condurre
lezioni seminario,
ad enna,
mi ha portato via
da queste pagine.
ritorno adesso.
un po' più ricco,
dentro.
come accade
ogni volta
scaturisca
una nuova occasione
di confronto.
non so ancora
di cosa parlerò,
oggi.
un po' di ansia...
riconosco anche questa.
mille idee
in mente...
qualche foglio
nello zaino...
la strada,
tracciando un cerchio incompleto
intorno alle falde
dell'etna,
corre via
veloce;
mentre i colori,
tutto intorno,
mutano in fretta
abbandonando
grigio nero di lava
per vestirsi,
la terra,
di questo suo verde
che man mano
pare inghiottire
l'autostrada
innanzi a me...
verde mai precoce,
questo suo verde...
e sfilano,
poi,
incontro a me,
cartelli
che indicano
luoghi già noti...
morgantina...
piazza armerina...
scritte
veloci,
oltre i finestrini
dell'auto.
veloci non abbastanza
per portarmi via
dalle prime
emozioni
che il teatro,
proprio in questa terra,
ha saputo offrirmi...
donarmi...
morgantina...
siracusa...
segesta...
e sono ancora
facile preda dei miei pensieri,
diversamente intensi
quando vestono
gli abiti
mai consunti
di una memoria
che non sbiadisce.
ancora pochi chilometri
per raggiungere enna;
città
che ha ancora il sapore
di un grande paese,
dove tutti si conoscono per nome...
dove ci si saluta per strada...
ci si sofferma...
dove la fretta ha un modo diverso,
pacato,
d'essere fretta...
valter mi accompagna,
attraverso strade
via via più strette,
fino in albergo.
per tutto il viaggio
ho ascoltato
le sue parole...
non diverse
da quelle
che avevo già
udito,
quattordici anni fa,
sulle labbra
di altre persone.
non diverse
da quelle
che mi hanno condotto
via da questa isola.
ma non diverse
nemmeno
da quelle che avrei voluto ascoltare
e non ho mai sentito.
parole che trasmettono
entusiasmi mai sopiti...
che raccontano progettualità
che ha voglia
di divenire...
che nutrono idee
che ambiscono
essere evento...
parole che infrangono silenzi
che non appartengono
solo a questa terra...
qui hanno forse colori diversi.
più accesi.
più crudi.
altrove hanno il colore tenue
di parole vane
che silenzio
rimangono.
ed è forse per questo
che sono stato felice
di essere qui.
in uno di quei posti
che si sa che c'è...
ma che non si sa mai bene dove...
una di quelle
province lontane...
non geograficamente.
solo lontane.
e mai perché
realmente
lo siano...
più perché qualcosa
- storia società cultura politica -
ha determinato
- ed ogni casualità muore -
che lo divenissero,
lontane.
lo spazio
che mi accoglie,
nel pomeriggio,
mi riporta
ad altri ricordi.
teatrini ricavati
nel salone
di una parrocchia.
il palcoscenico
da una parte...
dall'altra
file di sedie spaiate.
in fondo,
oltre le sedie,
sulla parete,
un'apertura
oltre la quale immagino
una macchina
da vecchio cinematografo.
passeggio sul palcoscenico,
mi guardo intorno,
misuro i passi,
guardo l'altezza
alla quale
sono posti
i proiettori...
piccoli riti
che si perpetuano
quando comincio a muovermi
in un teatro.
anche questa sala
così spoglia:
un teatro, adesso.
senza sipario
né quinte...
senza arlecchino
né cieli...
senza camerini
o foyer...
ché sono altre
le cose
che fanno un teatro.
adesso i miei passi,
il mio osservare,
il mio respirare...
quella specie
di rispetto
mai dichiarato
verso un luogo
che sappiamo
appartenerci.
intimamente
essere nostro.
ed accade
che un luogo semplice
divenga
concretamente
la proiezione
di quanto
ha realmente vita
dentro di noi.
i ragazzi
arrivano
un po' per volta.
li accolgo
con un sorriso,
una stretta di mano...
ci presentiamo
l'un l'altro...
già in cerchio.
sul palcoscenico
tutti.
so già che non ricorderò
i loro nomi.
il loro sguardo
ricorderò.
quello di ognuno.
forse per questo
cerco i loro occhi...
per inciderli
in me...
e per iniziare
a sentirli
ancor prima
di ascoltare
la voce di ognuno.
la lezione scivola via...
velocissima...
non abbiamo fatto pausa.
non me ne sono accorto.
nulla,
loro,
mi hanno chiesto.
infine,
al termine
del nostro breve
condividere "ore",
ci fermiamo
ancora.
a parlare.
a dialogare.
a conoscerci
un po'...
quel poco
che ci è concesso
dal poco tempo rimasto.
e non importa,
qui,
adesso,
dire
di una lezione,
di una poesia,
di un pomeriggio
troppo breve,
al pari di altri vissuti
nelle officine.
mai cronaca,
mai solo cronaca
queste pagine...
ancor più ora
che sono pagine
strappate via
al tempo incalzante
degli impegni a venire.
ancor più adesso
che prendono la forma
di appunti
sparsi
sulla tavolaccia di legno
dove abbiamo imparato
a scrivere
le nostre emozioni.
quelle stesse
che raccolgo negli occhi
di questi ragazzi
che mi "hanno ospitato"
in casa loro,
simili tra noi.
la stessa voglia di rubare,
scoprire,
afferrare attimi
che avvertiamo
reciprocamente
come il lento forgiarsi
di qualcosa
che non ha né un tempo,
né un luogo.
ma che è qui.
adesso.
intorno a noi.
e timidamente
cominciamo ad accarezzarlo...
sostenerlo...
serrarlo tra le nostri mani
mani
che forse non sapevamo ancora
fossero così capaci...
forti...
così sono le emozioni.
così noi,
innanzi ad esse.
senza preavviso.
cominciano a fluire,
inaspettate,
sorprendendoci...
rivelandoci
impreparati...
impauriti...
incapaci, a volte...
ed è una strana ebbrezza
che invade
e ricaccia in un angolo
timidezza...
timore di dire,
di osare...
ed esporsi
diviene
una necessità.
non vi sono
vie di mezzo
quando qualcosa
di "importante"...
di molto piccolo,
sì,
ma importante,
accade...
quando forse
si riesce
a non fuggire.
non da un palco,
o da un teatro,
o da una sala
che improvvisamente
si impregna
di odori
diversi.
da se stessi,
non fuggire...
e questo coraggio
adesso è qualcosa
che improvvisamente
inizia a insinuarsi
tra noi.
tra le nostre reciproche
paure.
e più di ogni cosa
è proprio l'ineffabile sensazione
di un coraggio
che coglie
d'improvviso,
ciò che ci lega
l'un l'altro...
ciò che relega
fuori
da una sala di provincia
lo scorrere delle ore,
la fatica di un viaggio,
il mettere in comune
cose di sé
con qualcuno
di cui si conosce
niente più che il nome.
e quel coraggio
assume i colori
della passione...
dell'amore...
della "spregiudicatezza".
della voglia d'essere
se stessi.
e si depone
la maschera
della quotidianità
per denudare
il proprio viso
al teatro...

una pagina diversa,
questa.
vorrei che lo fosse.
non nelle parole.
non nei contenuti.
diversa
perché
narra
di un gruppo
di giovani
che lontano
da facili luci
si stringono
intorno
ad un palcoscenico
per ricacciare
ombre
che senza fatica
si sono allungate,
ed ancora si allungano,
attraverso strade
di cui ingiustamente
si rammenta
troppo spesso
solo il buio.
giovani
che, senza saperlo,
dimostrano
ad un mondo sordo
che nessun luogo,
nessun uomo mai,
è silente.
siamo noi,
soltanto noi,
ovunque noi siamo
nel mondo,
a  non avere
la capacità di ascoltare.
a non volerla avere,
la capacità di ascoltare...

roma è calda.
come la sicilia,
in questa stagione
senza stagioni.
sfilo via il lucchetto.
torno ad aprire
il portone di legno.
i ragazzi
sono puntuali.
mi chiedono
di raccontare.
mi guardano
avidi di ascoltare
del mio breve viaggio.
già sapevo
che non avrei ricordato
i nomi dei ragazzi
che ho incontrato.
ad enna.
a troina.
già sapevo
che non avrei saputo
le parole
per dire i loro occhi
che non dimentico.
ma mi piace
parlare di loro...
di loro,
adesso,
con i ragazzi delle officine...
e sussurrarlo qui,
ai miei sette lettori,
forse per ricordarlo a me stesso,
che in realtà
luoghi lontani
esistono.
esistono.
soltanto
in fondo
alla nostra ignoranza.

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