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diario d'officina

diversamente...
solo allungare una mano
e lievemente
coi polpastrelli
spingere,
perché di nuovo si schiuda
il vecchio portone di legno
delle officine.
come se mai avesse echeggiato
- già un'estate è trascorsa -
il suo ultimo "clack",
breve secco,
l'usuale lucchetto freddo d'acciaio
scivola via ancora, tra le asole di ferro battuto.
odore di chiuso
viene incontro
come correndo, sfuggendo,
oltre l'uscio socchiuso
contendendo il passaggio
ai raggi di sole
che lacerano la penombra
in brandelli che si allungano
sul pavimento
precedendo passo dopo passo
i miei passi...
e sono passi
che già mi conducono
attraverso un'altra stagione...
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le parole tracimano
il tempo.
si condividono
usuali gesti
che ritualmente ormai
segnano la fine
del nostro giorno.
ci si sofferma
aspettando d'essere tutti
attraverso il lungo corridoio
che si apre a quella realtà
per ore barattata
tra queste pareti
in cambio di briciole di verità.
è buio di nuovo
oltre il portone di legno.
intorno, notte spezzata
da luci di quarzo,
nel vicolo.
per qualche istante
ancora insieme.
noi.
tutti.
e come profumo
il teatro
ancora ci avvolge.



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lunedì, 22 ottobre 2007
smaniosa
necessità
di empire.
o vuotare.
di tendere
incessantemente
verso qualcosa
che non "è"...
tendere
perché finalmente "sia".
o al contrario.
perché finalmente
smetta di "essere".
o mai più
possa perpetuarsi
ancora.
parole inusuali
per definire
un indicibile
stato dell'anima
che in ognuno di noi,
una volta almeno,
si è insinuato,
ha albergato.
ha scandito,
diversamente scandito,
il tempo di un incedere
quotidiano
attraverso il giorno;
che una volta almeno
ha condizionato,
o determinato,
scelte.
o modi di essere.
così,
la "frenesia".
e già onomatopeicamente
il suo suono
sembra voler condurre
ai margini del rosso bruciato
di una ovale di tartan
ove l'anima, a volte,
prende la sua corsa
senza distinguere
né i blocchi di una partenza,
né un traguardo.
non uso molte parole
per introdurre
l'improvvisazione
di quest'oggi.
ancora una volta
preferisco
la provocazione
delle domande dei ragazzi,
distinguendo già,
nei loro primi sguardi,
il disagio
che ha genesi
ogni volta
che l'affrontare
il palcoscenico
diviene il ruotare
attorno a "qualcosa"
che sembra non avere
alcuna "consistenza"
al di là
di un mero pensiero.
e forse
adesso
non ambisco
a nulla di più.
cercare proprio
nell'inconsistenza
di una sensazione,
in una "smania"
così insita
nel nostro tempo
da apparire
non più riconoscibile,
la causa
di una "verità".
ancora
eludendo
il descrittivismo,
o la scenica narrazione
di un qualsiasi quotidiano.
di una qualsiasi
"realtà".
le domande
dei ragazzi
si fanno più fitte.
giungono.
nitide.
puntigliose.
insistenti.
a volte rivelando
la voglia di saziare
un "come si fa"...
ma è una voglia che rimane
inappagata.
una domanda cui solo il palcoscenico
può offrire una risposta.
o noi stessi.
ed il confronto
assurge ancora
a misura
del nostro desiderio
di crescere.
scoprendo,
crescere...
reciprocamente.
poi la luce
cede al buio...
come le parole,
alla scena...
naturalmente.
e sembra
che il nostro dialogare
adesso
prenda a ramificarsi
come
l'estuario di un fiume
ove già
convergono
tutte le nostre tensioni...
emozioni...
impellenza,
necessità,
esigenza
di infrangere
il muro del nostro
"fare" sulla scena
per cercare
- sottilissima -
l'essenza di un
"essere"
in scena.
e le improvvisazioni
assumono
il loro significato
più profondo,
che esula
qualsiasi "mostrare",
per approdare
ad una opportunità,
sempre nuova,
sempre diversa,
di rivelare
cose di sé.
a se stessi,
per primi.
ma nulla
è di individualistico.
in nessuno.
nulla.
è piuttosto
giocare
sulla propria
individualità
in simbiosi
- e di più,
  in complicità -
con i propri compagni.
e la "frenesia",
dal palcoscenico,
sembra
invadere
lentamente
il buio
della platea,
dilatare quella penombra
a ridosso
del proscenio
che accoglie
la mezzaluna
del nostro stare
intorno
a un'idea.
ed è forse
questo "sentirsi"
l'un l'altro
che infonde
la voglia di osare.
di tentare
strade
non ancora percorse.
ed è "frenesia"...
anche questa,
frenesia...
scemata quella sensazione
di iniziale disagio
è adesso
la "smania"
di palcoscenico
a catturare.
si abbandonano
in quinta,
accanto a panni smessi,
il pudore
e il timore.
e le improvvisazioni
iniziano
ad impadronirsi
di un linguaggio
che svicola
ogni traccia
di quotidianità
e ricerca
in un'astrazione
la propria "verità".
gesti piccoli,
passi,
movimenti più ampli,
poi più decisi,
poi lievi ancora...
ogni cosa
inizia ad assumere
una valenza simbolica
oltre la quale
senza fatica
si rivela la storia
di una "frenesia"
che diviene
"concretamente"
segno di un tempo,
di uno spazio.
verità semplice.
da un "distacco"
prende origine
l'aspirare
ad una nuova vita.
drappi
cedono
al ritmo
di un incedere
che pare
non conoscere
più ostacoli.
e sembra vederli cadere,
quei drappi,
incapaci ormai
di trattenere
qualunque "soffio".
incapaci
d'essere barriera.
inutile
freno
a qualcosa
che si agita.
dentro.
e da dentro,
muove.
ed è in fondo,
oltre l'ultimo telo
strappato via,
un orizzonte
che si apre
senza più alcun confine.
restiamo in silenzio
per un attimo,
dopo l'improvvisazione
di arianna.
poi,
uno per volta,
parliamo.
e ciascuno,
di quell'improvvisazione,
narra la propria storia.
ognuno
la inventa.
la crea.
ognuno,
dopo aver riconosciuto
nella semplicità di un gesto
e nella verità
di un ritmo,
il "suono"
di una frenesia
che per pochi istanti
ha cancellato il palcoscenico
e condotto ognuno
lungo sentieri
che esulano
queste pareti
e la realtà
di un piccolo laboratorio
di teatro.
ed è in questi istanti
che riconosco
parole
che sono state
genesi delle officine...
riconosco
un nostro teatro
che vive,
che pulsa,
che emoziona...
e nulla
è di più
che
la leggerezza
di un'idea...


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