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diario d'officina

diversamente...
solo allungare una mano
e lievemente
coi polpastrelli
spingere,
perché di nuovo si schiuda
il vecchio portone di legno
delle officine.
come se mai avesse echeggiato
- già un'estate è trascorsa -
il suo ultimo "clack",
breve secco,
l'usuale lucchetto freddo d'acciaio
scivola via ancora, tra le asole di ferro battuto.
odore di chiuso
viene incontro
come correndo, sfuggendo,
oltre l'uscio socchiuso
contendendo il passaggio
ai raggi di sole
che lacerano la penombra
in brandelli che si allungano
sul pavimento
precedendo passo dopo passo
i miei passi...
e sono passi
che già mi conducono
attraverso un'altra stagione...
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le parole tracimano
il tempo.
si condividono
usuali gesti
che ritualmente ormai
segnano la fine
del nostro giorno.
ci si sofferma
aspettando d'essere tutti
attraverso il lungo corridoio
che si apre a quella realtà
per ore barattata
tra queste pareti
in cambio di briciole di verità.
è buio di nuovo
oltre il portone di legno.
intorno, notte spezzata
da luci di quarzo,
nel vicolo.
per qualche istante
ancora insieme.
noi.
tutti.
e come profumo
il teatro
ancora ci avvolge.



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lunedì, 29 ottobre 2007
a volte
è come restare seduti
su un gradino di pietra
e chiudendo gli occhi
scrutare i volti
di uomini e donne
che ci scivolano accanto.
scrutarli
fino a inseguirne
i tratti del profilo con un dito.
e riconoscerli, poi...
tra infiniti altri volti...
quelli,
riconoscerli poi...
e sentire il sole,
addosso,
a mezzogiorno
ancora più caldo,
posarsi sulla pelle
e su di essa
srotolare
la sua luce
con la lentezza
del dorso di una mano
che lieve
sfiora
una guancia;
gocce di pioggia
che stillano
ritmando l'incedere
di un passo che non vuole
arrestarsi
e lentamente
trovano il loro solco
tra i solchi
che schizzano
sul viso
gioia o dolore,
e divengono
a lacrime
simili;
e folate di spudorato vento
che avvolge
accarezzando
insinuandosi
tra braccia
intorno a se stessi
strette,
o che percuotono,
improvvise,
quasi a voler strappare
apparente
taciturna
quiete...
occhi chiusi.
per vedere,
occhi chiusi.
per sentire.
percepire.
cogliere.
al di là di ogni realtà.
invisibile
benda di edipo
riluttante
a volte
a svelare alla vista
troppo labili
tracce di sentieri
che facilmente
si smarriscono
quando
impazienti
di percorrere vie,
comunque percorrerle,
infine li apriamo,
gli occhi.
e il volto della gente
intorno a noi
ritorna anonimo
tratto di un viso
tra tanti.
indistinto.
ed il sole
la palla di fuoco
che scandisce
indifferente
il giorno
e la notte.
indifferente giorno.
indifferente notte.
e pioggia...
e vento...
importuna insolenza
che devia,
o interrompe,
l'usuale
distendersi
dei giorni.
metafore ancora.
immagini
che si rincorrono
nella mia mente,
e qui,
adesso,
ancora,
davanti alla pagina
che scorre
innanzi ai miei occhi.
immagini
non per raccontare
il "cosa"
di un pomeriggio
senza vincoli
che piano piano
ha lasciato
che la notte
lo permeasse di sé,
fino a catturarlo...
immagini
per dire
il coraggio
che pian piano
cattura,
smanioso
come "frenesia"
che è ancora adesso
gioco
di un teatro
che non è,
che non è mai stato,
solo palcoscenico.
e nuovi "giochi"
si svelano
come su una giostra
che ad ogni giro
rivela
il colore di una luce
che ora appare distinta...
una musica
non ancora ascoltata...
il vortice
di una girandola
che coinvolge
dentro un ritmo diverso...
e gli occhi,
senza fretta,
prendono a "socchiudersi"
non perché esausti
ma perché
avidi
di qualcosa
che non ha luogo
in occhi
capaci solo di guardare
ma incapaci
di "vedere".
si snoda
in un cerchio
attorno
al fuoco
una danza antica,
tribale,
che è in ogni suo gesto
il rinnovarsi
di un rituale
che è espressione
della libertà
di un popolo.
ed inaspettatamente
quella danza
si chiude
nella morsa
improvvisa
stretta da "altri"...
il fuoco
spento
da calci
avvolti
in stivali di pelle,
sporchi di fango...
la musica tace.
o vorticosamente
il ritmo impazza.
poi silenzio.
ed in quel silenzio
non fanno fatica
ad affiorare
versi di ignazio buttitta.
che vorrei
dirli a daniele,
adesso,
alla fine del suo improvvisare.
versi che parlano
di libertà
e di catene...
versi che parlano
di una lingua
"addutata di patri"
e che io ho riconosciuto
in quella danza,
in quel ritmo
ed in quel fuoco
che non c'erano...
che ho rivisto
in quei calci
di pelle
e di fango...
in una morsa.
ed ho chiuso
gli occhi,
come daniele prima,
perché
ogni cosa
si svelasse
nitida.
per vedere.
per vedere,
chiusi.
il caffè amaro
non segna
una pausa,
stasera.
intriso delle nostre parole
ha il gusto
di un altro momento,
non meno denso
di quelli
stasera vissuti.
ed anche questo
si condivide
insieme ai nostri pensieri
intorno
ad un altro
immaginario falò,
bruciando ancora
vecchie assi di legno
che sappiamo ritroveremo
intatte
a rivestire
il palcoscenico
del quotidiano
di ognuno.

torniamo
ad indossare
i nostri abiti.
lentamente.
anche stasera
scorrono
gli ultimi istanti
prima di andare via.
ma è silenzio
tra noi.
forse voglia
di raccattare
"qualcosa"
che ancora rimane sul palco.
forse
nessuna voglia
di andare realmente via.
forse,
in ciascuno di noi,
è rimasto il desiderio
di dire ancora qualcosa.
o a qualcosa,
sul palco,
provare
ad abbandonarsi
di nuovo.
istintivamente,
poi.
guardo le mie mani...
sfioro la mia fronte...
la mia pelle è distesa.
chiudo gli occhi.
e in un attimo
sotto le mie dita
avverto di nuovo,
i segni
con cui il sole
ha voluto
disegnarsi
su di me,
sulla mia pelle,
sul mio volto,
sulle mie mani...
tra le pietre
di un teatro...
un'estate...
e sorrido...
e inappagabile
è in me
istante di felicità.
lo sento
scorrermi dentro.
e mi invade.
e mi colma.
ed ho certezza ancora.
certezza
di non aver mai amato
il riparo
di un'ombra...


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