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diario d'officina

diversamente...
solo allungare una mano
e lievemente
coi polpastrelli
spingere,
perché di nuovo si schiuda
il vecchio portone di legno
delle officine.
come se mai avesse echeggiato
- già un'estate è trascorsa -
il suo ultimo "clack",
breve secco,
l'usuale lucchetto freddo d'acciaio
scivola via ancora, tra le asole di ferro battuto.
odore di chiuso
viene incontro
come correndo, sfuggendo,
oltre l'uscio socchiuso
contendendo il passaggio
ai raggi di sole
che lacerano la penombra
in brandelli che si allungano
sul pavimento
precedendo passo dopo passo
i miei passi...
e sono passi
che già mi conducono
attraverso un'altra stagione...
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le parole tracimano
il tempo.
si condividono
usuali gesti
che ritualmente ormai
segnano la fine
del nostro giorno.
ci si sofferma
aspettando d'essere tutti
attraverso il lungo corridoio
che si apre a quella realtà
per ore barattata
tra queste pareti
in cambio di briciole di verità.
è buio di nuovo
oltre il portone di legno.
intorno, notte spezzata
da luci di quarzo,
nel vicolo.
per qualche istante
ancora insieme.
noi.
tutti.
e come profumo
il teatro
ancora ci avvolge.



index

 



venerdì, 30 novembre  2007
non io
per primo.
altri prima
di me.
altri certo meglio
di me.
pedro calderòn de la barca...
hikmet...
neruda...
montale...
luzi...
un frate che
- solo -
costruisce,
pietra su pietra,
in cima ad un monte,
una cattedrale.
alta.
perché
da più lontano
si veda.
vecchio pescatore
che non smette
di ricucire
reti strappate
nell'attesa
del prossimo mare.
rosso porpora velluto.
sipario
labile scrigno
che mai indugia
all'offerta.
domani.
parole diverse.
parole semplici.
parole che stordiscono
ed insieme seducono.
parole per dire
soltanto
che nulla di più
che un inestinguibile
sogno
è la vita.
incalzante sogno
che mai seda
la sua
"necessità"
di essere.
non importa cosa.
non importa quando.
non importa dove.
che "sia",
importa.
campi di ortiche
brulicano
di fatti
resi alla vita
inseguendo
effimero
attorno al quale
scivola preziosa
seta
che avvolge,
occultando allo sguardo
i colori acri
di un "indefinibile"
che guida
passi ciechi
le cui orme
rimangono
spesso,
inerti,
su quello stesso,
indifferente,
campo di ortiche.
Né ci si volge,
una volta mai,
indietro.
Né gli occhi
si chiudono.
troppo fragili,
i sogni...
troppo facile
il loro dissolversi
all'alba
di un qualsiasi
crepuscolo.
e sbarrati,
a disputare
l'ancora
invisibile
all'irrefrenabile
rincorrersi
d'immobili giorni,
rimangono gli occhi.
ed è un palio
infinito
contro
ogni notte...
un palio
ove non sono
altri contendenti
oltre uno specchio...
un palio
ove l'anello
da infilare
in cima
ad acuminata
lancia
correndo al galoppo
- il vento negli occhi
  che solca di lacrime
  il viso -
è solo
la mai sazia
voglia
di credere.
in un sogno.
tutto ciò
io imparo.
senza parlare.
ascoltando.
quando i ragazzi
mi si fanno
intorno
ed il nostro dialogare
inizia a inforcare
stretti
angusti
vicoli
che sembrano
ancor più
restringersi
attorno
a ciascuno
man mano
che dentro essi
si conducono
i passi.
ed anche la luce
pare
incapace
di penetrare
vie
ove spiragli
d'ombra
si proiettano
sagomando
il cammino
di forme
cha sfuggono
- ora sfuggono -
ogni geometria
e che senza fatica
assumono
sembianze
di spettro.
e fanno paura,
i sogni...
improvvisamente.
paura.
d'inesistenti
spettri
che sorgono
quando
impellente
diviene
la "necessità"
di possederlo,
il sogno.
e s'ignora
- ci si dimentica -
che nello
stesso istante
in cui
ci illudiamo
di trattenerlo
tra le dita,
il sogno,
esso stesso
si fa della medesima
materia
delle nostre
paure.
ed in esse,
svanisce.
e quella seta
cui sussurrando
avevamo
confidato
d'avere cura
di un sogno,
d'un tratto
si rivela essere
null'altro
che grezza
tela.
e d'ogni cosa,
forse,
rimane solo uno specchio.
ed è allora
che vorrei
essere capace
di prendere
le mani dei ragazzi
e lentamente
schiuderle
tra le mie mani.
piano piano
svelare
quell' "invisibile"
adesso racchiuso
- intimamente
  racchiuso -
nell'immaginaria
coppa
che ora
reggiamo
l'un l'altro
tra le nostre dita
intrecciate.
che condividiamo.
ora.
ed in quella
coppa
è fiamma
il cui riverbero
si riflette
identico
sul volto di entrambi.
è vino rosso
per sedare,
uguale,
la nostra arsura.
è sale
da spargere
disperdendo
grani di sapienza
che avvinghiano
ancora 
ogni
"follia".
ed è respiro.
alito.
afflato.
vita.
da infondere.
ad un sogno
semplice.
perché
non si dissipi.
o dissolva.
ed nei vicoli,
le mani strette
al petto,
a proteggerlo
quel sogno,
non prenderanno
forma
sagome
indistinte
nelle quali
diveniamo incapaci
di riconoscere
la nostra
stessa
ombra
quando infine
lasciamo
la "luce"
alle nostre
spalle.

e tutto questo,
io,
ancora imparo.
stasera.
e non smetto
di attraversare
la vita
stringendo
tra le mani
ineffabile
essenza
di un qualcosa
che non voglio
scivoli via.
tra le mie dita.
qualcosa
che a volte
cede
al mio invito
e si lascia
sfiorare
e di nuovo
subito
si allontana
assumendo
tratti
ora più morbidi,
ora più duri,
ma sempre
inducendomi
a seguirlo...
e quando
i vicoli si fanno
più bui,
cerco
un riverbero
di luce...
vino rosso
da ingollare
senza fretta...
e la follia
di rinunciare
ad ogni sapienza...
e respiro...
e crollano
inesistenti muri
di vicoli angusti
nell'attimo
in cui
riappare
il mio sentiero...
nitido
si staglia
nel suo
tortuoso
inerpicarsi
senza
una meta...
ed i miei passi...
incerti
passi
senza sostegno...
incerti
passi
che non smettono
ancora di condurmi
attraverso
terre
in cui
a volte
più forte
si avverte
la solitudine...
incerti
i miei passi.
non la voglia
di andare.
percorrere.
consumare.
poi mi guardo
intorno.
intorno...
e sono
solo
campi d'ortica...


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