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diario d'officina

diversamente...
solo allungare una mano
e lievemente
coi polpastrelli
spingere,
perché di nuovo si schiuda
il vecchio portone di legno
delle officine.
come se mai avesse echeggiato
- già un'estate è trascorsa -
il suo ultimo "clack",
breve secco,
l'usuale lucchetto freddo d'acciaio
scivola via ancora, tra le asole di ferro battuto.
odore di chiuso
viene incontro
come correndo, sfuggendo,
oltre l'uscio socchiuso
contendendo il passaggio
ai raggi di sole
che lacerano la penombra
in brandelli che si allungano
sul pavimento
precedendo passo dopo passo
i miei passi...
e sono passi
che già mi conducono
attraverso un'altra stagione...
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le parole tracimano
il tempo.
si condividono
usuali gesti
che ritualmente ormai
segnano la fine
del nostro giorno.
ci si sofferma
aspettando d'essere tutti
attraverso il lungo corridoio
che si apre a quella realtà
per ore barattata
tra queste pareti
in cambio di briciole di verità.
è buio di nuovo
oltre il portone di legno.
intorno, notte spezzata
da luci di quarzo,
nel vicolo.
per qualche istante
ancora insieme.
noi.
tutti.
e come profumo
il teatro
ancora ci avvolge.



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venerdì, 18 gennaio 2008
è chiara
la copertina di cuoio.
quaderno
chiuso.
mai aperto.
cinto da nastro nero.
sottile.
qui accanto a me...
lascio che il dorso della mia mano
- lentamente -
scorra su di esso.
scivoli.
ed è come una carezza
quella che io
sento
sulla mia pelle.
carezza alla quale
mi abbandono
indugiando
un attimo di più,
la mia mano,
su quel cuoio.
non voglio
ancora
svelare
pagine opaline
che sanno
di antico.
pagine
che sanno intridersi
di china.
che si fanno penetrare
d'inchiostro
rivelando
sulla trama
di carta
sottili rami
che paiono
in breve fuga
scolpire
segni intrecci nodi
d'emozione.
quando parola
è
emozione.
la luce della mia lampada
gioca
morbide forme
chiaroscure
sulle imperfezioni
del cuoio
mentre
lentamente,
riga dopo riga,
si sciolgono
dal silenzio
i fogli sfusi
di queste pagine.
silenzio
fatto
da giorni
scanditi
dalla densità
di ore
ratte.
silenzio
che diviene
il manto
dentro cui si avvolge
la pagina stessa
ricusando
semplici tratti.
quando parola
è
semplice tratto.
adesso,
qui,
è come fermare
il tempo.
di nuovo.
di nuovo
come ogni volta.
e piano
si schiudono
ancora
le porte
delle officine.
e voci odori colori
affiorano,
sovrapponendosi
a volte.
mi si fanno
presso.
d'accanto.
e d'ogni cosa
le mie dita,
sfiorando
i bottoni
di una tastiera nera,
senza posa
cercano di rintracciare
più intima essenza
di un incanto
che mai scema.

maschere bianche.
mute.
immobili nella fissità
di un'espressione
scevra
d'ogni pensiero.
oggetti senz'anima
adagiati
sul proscenio;
o tra le mani
di qualcuno
insistentemente
scrutati
cercando di intuire
una "piega"
che non trova
alcun luogo
sul volto
levigato
di un "non volto".
eppure
infiniti invisibili solchi
ingannano
quella stessa immutabilità
che pare costringere
ciascuno
di noi
ad un tacere
che diviene
subito
smaniosa
necessità
di "dire".
e quelle maschere,
ora,
come pagine bianche,
ancora,
innanzi a noi.
pagine che nuovamente
celano
ai nostri occhi
verità
che già "è"
in loro.
in loro,
come in ognuno di noi.
come le parole
di questo stesso foglio
che sento
che si sgranano
una per una,
come nocciole
allacciate
nei giri di una collana
appesa al gancio
sul banco
di una bancarelle di dolci
in un rione
parato
a festa.
e i bambini
le indossano
quelle collane.
vezzosamente.
inventando
mille gioielli
per ogni nocciola.
e mille favole
per ogni gioiello.
dimenticando
una collana di frutta secca
e di zucchero,
ma solo
affidandosi
al sorgere
di un nuovo gioco.
ogni re o regina;
ogni accattone
improvvisamente ricco;
ogni superbia o umiltà
è già
in ognuna di quelle nocciole
finché avranno
verità
di re o regina,
di nobile o pezzente...
così le parole
slegandosi
l'un l'altra
allo svanire
del bianco di un foglio
innanzi ai colori
- tenui ancora -
delle immagini
di una verità
- verità che è in noi già -
che lentamente
affiora.
non sono fisse,
mute,
immutabili
quelle maschere bianche,
senza segni,
che paiono ergere
beffarda barriera
al di qua
della scena.
incapace di muoversi,
di parlare,
di mutare,
è la paura
d'affidarsi
a quella maschera bianca.
semplicemente.
come ad una collana di nocciole.
paura
che trattiene
dal lasciare
fluire
le cose;
che conduce
ad inseguire qualcosa
che è ancora distante;
che induce
in una cecità
che cinge
di buio
ciò che aspetta solo
d'essere colto.
e mi fermo
osservando i ragazzi
provare,
muoversi,
osare...
azzardare...
e sono forse questi
i rarissimi istanti
duranti i quali
il teatro e la vita
divengono
l'uno
metafora dell'altra.
reciprocamente.
indosso
la mia maschera
salendo anche io
sul palco.
non so
quale gioco
mi attende.
non so quali passi.
non so
ove si poserà
il mio sguardo
a segnare
ogni direzione.
sento solo la maschera
sul mio viso.
aderire.
e muovendomi,
poi,
da subito
cerco "parole"
che ricaccino,
negandole,
pagine bianche.
strie di colore
- seppur pallido -
ho necessità
di inseguire.
e lo invento,
il colore.
passo dopo passo.
e passo dopo passo
comincio
ad intuire
sfumature
che voglio
attraversare...
per prenderle,
per possederle,
attraversare.
ed è la maschera
a condurmi.
in ogni mio gesto.
denudando
me.
ad ogni mio gesto.
ed io cedo
a quella
voglia
d'essere nudi
sotto una maschera
incessantemente
ritrovando
cose di me.
ed identica sensazione
avverto
quando i ragazzi,
uno per volta,
calzata la loro maschera,
lentamente
prendono ad abbandonarsi
al gioco
cui essa stessa induce;
che essa stessa
pretende.
gioco rigorosissimo.
quella maschera
fissa
è come
granito bianco
sul volto di ognuno.
pietra
che improvvisamente
diviene
malleabile
nella leggerezza,
nella misura,
nell'esattezza
di ogni gesto.
un passo...
una mano...
il volto
che si volge...
ed è
già pensiero.
ed è già
verità.
e nulla è
che già non fosse
dentro di noi.

guardo
il mio quaderno di cuoio.
intuisco
pagine vergini
sotto la mano
che di nuovo
lo sfiora.
e per un attimo
mi intimorisce
pensare
che ogni verità,
in un qualche modo,
è già tra quelle...
aspetta.
semplicemente aspetta
che io sciolga
sottile nastro nero
ed a quelle
mi affidi.
ed io non smetto
di cercare
il coraggio
di un gesto.
semplice gesto.

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