diario
d'officina
si smettono gli abiti del mattino.
le scarpe. per prime le scarpe.
uno zaino, la borsa, la tracolla.
ne sfilo via - senza fretta - indumenti che calzo sui miei
pensieri
che striano di ombre e di luci una pedana spoglia. nuda.
il silenzio. e il respiro. sono la misura dei miei passi.
sparigliate giungono poi le prime voci.
saluti, sorrisi, passi di corsa.
ed ognuno, non diversamente da me,
ritualmente e mai per abitudine, via le scarpe.
per prime, via le scarpe.
e la pedana è già palcoscenico.
una cantina, teatro.
e si muovono i primi passi dentro le officine teatrali.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
sono l'ultimo ad andare via.
spengo le luci.
ho fatto ordine.
poi sento ancora un clic-clac. è dentro o fuori di me?
sorridendo chiudo il pesante portone di legno...
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lunedì, 21 febbraio
è buio intorno a noi.
e silenzio.
valentina legge ancora i primi versi...
ancora una volta...
come fosse olio
sfugge via il pensiero
lasciando le parole
smarrite.
una accanto all'altra... e però sole.
è buio intorno a noi
quando un rumore di passi
interrompe il silenzio
ed ancor più induce al silenzio.
ho conosciuto
laura a dicembre.
casualmente.
rientrava da new york
e le avevano appena rubato una giacca
che aveva comprato in america
quando la mia prima telefonata
la raggiunse.
era ancora alla stazione tiburtina.
era ancora infuriata per il furto subito.
era ancora frastornata per il cambio di fuso orario.
ma amabilissima restò ad ascoltarmi.
qualche giorno dopo cominciammo
a credere insieme
in un'idea che prese forma su un palcoscenico,
il 15 gennaio.
le mie parole...
la voce di alessia...
la musica di laura...
ad ognuno di noi appartiene ancora
il viaggio.
non ho parlato di laura nelle officine.
o comunque non di una sua presenza.
stasera ho voluto che fossero loro
a decidere la "loro" lezione.
un modo semplice perché avvertano il laboratorio
come qualcosa che gli appartiene.
mai il contrario.
cominciamo così,
come loro decidono,
a scorrere ancora i versi di brecht e di levi.
donatella per prima.
senza fogli.
senza "protezioni".
cominciamo a incidere la poesia di levi.
come un bisturi il pensiero recide.
cosa?
fili sottilissimi ai quali sono legati ricordi
e che come sbarre imprigionano emozioni.
e labilissimo diventa l'immaginario limite
tra l'interpretare ed il dire di sé.
freddamente il dio di levi
diventa me stesso.
uno specchio mi riflette.
mi ascolta.
attinge avidamente le mie parole.
ed è "silenzio" oltre lo specchio.
maria mi sorprende.
la verità dei versi di brecht
si fa spazio tra il timore di sbagliare
e la caparbia voglia di osare.
di mettersi in gioco.
è una donna piccola, maria.
ma a tratti la sua ombra sovrasta la sala.
sono ancora brevi attimi.
ma più lunghi.
sorprendentemente,
ogni volta più lunghi.
poi è valentina.
lotta senza tregua sul palco
tra l'esuberanza e la voglia di fare
ed il rigore che quei versi,
prima di me,
esigono...
poi i passi di laura.
in un attimo denuda i suoi strumenti.
in un attimo è tra noi.
come ci fosse da tempo, ormai.
proviamo a giocare.
le sue percussioni a segnare il respiro d'ogni pensiero.
non accompagnare.
interagendo in simbiosi
tendere verso una stessa verità.
le parole e la musica.
linguaggi diversi
per provocare una sola emozione.
è la guerra a scandire
i passi di brecht
tra le macerie di città distrutte
avvolto soltanto dal ricordo di un amico che non è più.
alessandro si misura.
con brecht...
con laura...
con me...
-"ma perché le note non vanno
nella stessa direzione delle parole?"
non avevamo mai lavorato per contrasto,
anche se questa è una parola
che ho usato spesso in laboratorio...
negare per affermare.
mostrare un "fuori di me"
per dar vita a qualcosa
che è "dentro di me"...
poi sorrido.
penso che sia casuale questa domanda proprio adesso...
proprio su quei versi.
qualcuno diceva che per dire "bianco"
posso anche dire "non nero"...
quel qualcuno si chiamava bertolt brecht...
è uno strano entusiasmo mentre andiamo via.
guardo laura.
so che tornerà ancora.
il mio ultimo sorriso, stasera, è per lei.
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