diario
d'officina
si smettono gli abiti del mattino.
le scarpe. per prime le scarpe.
uno zaino, la borsa, la tracolla.
ne sfilo via - senza fretta - indumenti che calzo sui miei
pensieri
che striano di ombre e di luci una pedana spoglia. nuda.
il silenzio. e il respiro. sono la misura dei miei passi.
sparigliate giungono poi le prime voci.
saluti, sorrisi, passi di corsa.
ed ognuno, non diversamente da me,
ritualmente e mai per abitudine, via le scarpe.
per prime, via le scarpe.
e la pedana è già palcoscenico.
una cantina, teatro.
e si muovono i primi passi dentro le officine teatrali.
.
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.
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sono l'ultimo ad andare via.
spengo le luci.
ho fatto ordine.
poi sento ancora un clic-clac. è dentro o fuori di me?
sorridendo chiudo il pesante portone di legno...
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lunedì, 11 aprile
è rimasto chiuso il portone delle officine
lo scorso venerdì.
una scelta di tutti.
di tutti. ancora.
riprendiamo il nostro lavoro.
oggi.
giulia ha conosciuto queste nostre pagine.
curiosa, è con noi stasera.
spengiamo da subito le luci della sala.
il piccolo palcoscenico
di nuovo
si illumina.
seduti intorno
ricominciamo lì dove ci eravamo interrotti.
i lazzi di petrolini
raccontano personaggi
in una sola battuta.
il marchesino h.;
lola valy, la soubrettina;
un attore ingloriosamente messo alla porta;
figure grottesche
si animano nelle parole di petrolini.
figure ove la verità diviene inverosimile...
e però vere, reali, palpabili...
tragicamente comiche, a volte...
mai facilmente caricaturali.
sul palco
cominciamo a restituire loro
un afflato...
già il primo passo, in scena,
giova a raccontarmi
qualcosa che ancora non so
e che quel piccolo personaggio
deve già recare in sé. con sé.
intuire in quel primo passo
una "verità" che non c'è lo spazio, il tempo,
per narrarla.
e sarà differente quel "primo passo"
se percorso di giorno o di notte,
sotto la pioggia o il sole,
tra la folla o da soli...
il proprio corpo,
i propri gesti,
divengono misura
del proprio "essere" in scena.
e sinergicamente ogni parola
segue ogni mio atto
non costruendo un "personaggio"
ma lasciando che esso
prenda in me vita.
fluidamente.
lentamente.
è tratta dalle pagine
del girotondo di schintzler
la scena che cominciamo a leggere.
due personaggi.
un soldato, una prostituta.
come dovessimo allestire una scena
inizia la nostra lettura.
senza alcuna "intenzione"
scorriamo le parole dell'autore.
poi ci fermiamo.
analizzando battuta dopo battuta
dialoghiamo tra noi.
ci confrontiamo.
si confrontano.
è su una battuta
che il dialogo si fa più serrato.
alessandro sviscera i suoi perché.
ognuno, dopo di lui, i propri.
ed in fretta raggiungiamo quel punto
in cui il teatro smette
di essere mera teoria.
quel punto in cui il teatro
diviene "qualcosa da fare".
torniamo a leggere
quella stessa battuta.
ognuno cercando la verità
del proprio "perché".
e ciò che di fragile è in noi
già mostra le sue crepe.
ed il confronto
torna ad essere
il più bel modo di crescere.
giulia è rimasta in silenzio con noi.
per tutta la sera.
-"avrei voluto provare..."
-"potevi dirlo... potevi farlo..."
sarà ancora con noi.
venerdì.
chiudo le porte delle officine.
rimangono dentro,
sospese,
il girotondo
e piccole domande ancora insolute.
...i nostri passi che lentamente riprendono...
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