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diario d'officina

serata d'autunno incalzante.
per la prima volta di nuovo,
stasera il portone di legno che già ha accolto "cose di noi"
torna a schiudere i suoi battenti.
e si ritrovano percorsi... odori... suoni...
ancora trame di un discorso interrotto.
mai spezzato.
la luce fredda di neon
si scalda scivolando lungo i muri d'avorio
pregni ancora di emozioni vissute.
stasera di nuovo voci ricominciano ad inseguire sorrisi.
i sorrisi le voci.
occhi nuovi scrutano...
e ritualmente si ripetono gesti mai rituali.
riprendiamo il cammino.
semplicemente.
semplicemente.
senza scarpe di nuovo...
.
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.
.
.
.
.
.
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.
.
.
di nuovo l'ultimo ad andare via.
di nuovo la sala buia.
ma non è vuoto.
come luminescente foschia riprende forma,
né basta a se stessa, la voglia di forgiare emozioni.
e donarle.
e la sento addosso.
e si richiude alle mie spalle
dopo aver ceduto ai miei passi che la fendono.
per un attimo mi giro...
allungo una mano...
fino a quanto illusoria
la sensazione di "tenere" tra le dita
l'inconsistente essenza che ci farà essere qui ancora domani?
le voci dei ragazzi... di fuori...
sorridendo ritorno a chiudere il pesante portone di legno...



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venerdì, 7 ottobre 2005
è pioggia stasera.
lungo il vicolo passi affrettati.
sul sampietrino l'acqua piovana
disegna rivoli che scivolano sul nero pavet.
Né se ne intuisce la fine.
immagini brevi.
accendo le luci.
come ogni sera.
mi accoglie il tintinnio della pioggia sulle finestre.
musica incerta... mai uguale... lenta...
quasi incessante...
sorella al ritmo dei miei gesti...
dei miei pensieri...
del mio semplice essere qui. ora.
per qualche minuto io e lei.

mi raggiungono gli altri.
ed il nostro "tempo" adesso sovrasta.
sul palcoscenico.
senza scarpe.
ricominciamo a parlare di respirazione.
pochi esercizi.
per ritrovare...
o per cominciare.
nessun automatismo adesso.
adesso controllo ogni cosa di me.
il diaframma si dilata...
si contrae...
il mio respiro... mio, adesso.
e subito si colgono piccoli vizi,
tracce del quotidiano condursi.
e siamo accanto, gomito a gomito,
e respiriamo insieme.
per capire.
per trovare i primi fragili lembi
di un progredire standosi presso...
ha un suono lievissimo
- ma è come  sibilo che allaccia -
la parola "simbiosi"...
quella a cui tendiamo.

"spalanchiamo le porte all'aria densa d'umido
 che avvolge stasera trastevere...
 ed invade, ora, le officine teatrali...
 la vedi?..."
e cominciamo a muoverci in quest'aria.
nello spazio saturo di lei.
il nostro corpo l'attraversa lasciandosi avvolgere.
"sentila dentro... vivila... non esternare...
 non raccontare..."
e si comincia a provare.
"ma io nella vita sono così"
ma basta poco a svelare la bugia
dietro cui si cela Il nostro "fare" senza "essere"...
bastano quei pochi secondi in cui,
per pochi secondi,
una "verità" è affiorata.
ed io l'ho avvertita...
e titti, su di lei, l'ha avvertita...
e senza saperlo
ha appena compiuto il primo timido passo
verso il suo modo di "essere" teatro.

improvvisiamo, poi.
di nuovo.
senza parlare.
senza mimare.
di nuovo.
una busta bianca lasciata su una panca.
un androne... un parco...
una stanza...
un ascensore...
e sono brevi storie inventate in un attimo
ma dietro ogni passo,
dietro ogni sguardo,
dietro ogni gesto
denudiamo mille perché...
è giorno? è sera?
piove?
è sereno?
peperoni o ostriche?
dimmi cosa hai mangiato...
e ad ogni risposta
la mia mano lentamente si schiude
rivelando un'emozione racchiusa
che ogni volta anela ad essere "vita".

sul lastricato di strada
ancora bagnato
si riflettono tenui le luci di trastevere.
consumiamo i nostri passi
sfuggendo rade gocce di pioggia.
 
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