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diario d'officina

serata d'autunno incalzante.
per la prima volta di nuovo,
stasera il portone di legno che già ha accolto "cose di noi"
torna a schiudere i suoi battenti.
e si ritrovano percorsi... odori... suoni...
ancora trame di un discorso interrotto.
mai spezzato.
la luce fredda di neon
si scalda scivolando lungo i muri d'avorio
pregni ancora di emozioni vissute.
stasera di nuovo voci ricominciano ad inseguire sorrisi.
i sorrisi le voci.
occhi nuovi scrutano...
e ritualmente si ripetono gesti mai rituali.
riprendiamo il cammino.
semplicemente.
semplicemente.
senza scarpe di nuovo...
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
di nuovo l'ultimo ad andare via.
di nuovo la sala buia.
ma non è vuoto.
come luminescente foschia riprende forma,
né basta a se stessa, la voglia di forgiare emozioni.
e donarle.
e la sento addosso.
e si richiude alle mie spalle
dopo aver ceduto ai miei passi che la fendono.
per un attimo mi giro...
allungo una mano...
fino a quanto illusoria
la sensazione di "tenere" tra le dita
l'inconsistente essenza che ci farà essere qui ancora domani?
le voci dei ragazzi... di fuori...
sorridendo ritorno a chiudere il pesante portone di legno...



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lunedì, 12 giugno - venerdì, 16 giugno 2006
impegni incalzanti,
di lavoro,
ci hanno impedito di essere qui.
non in laboratorio.
una pagina
che non è scivolata
come le le altre
tra quelle compongono
questo diario
certo un po' anomalo;
ma una pagina,
che non diversamente
dalle altre
si è incisa nella nostra memoria
e come un altro
piccolo sasso
lastrica
la strada mai piana
che conduce
verso i nostri sogni.
sarebbe cronicistico,
adesso,
raccontare
dell'uno o dell'altro giorno.
il nostro lavorare,
il nostro giocare,
come acqua che tracima
dalla bocca di un bicchiere
in uno più capiente
che il primo contiene.
e non è mai stato
il nostro pensiero
riferire
la "cronaca"
dei nostri "istanti come eventi".
questo crediamo
di non aver mai fatto.
volontariamente, mai.

sono sempre più padroni
del loro strumento vocale,
i ragazzi.
e sempre più
è tangibile.
per me.
per loro.
sul palcoscenico,
dopo il nostro
restare a barattare
i piccoli pensieri di ogni giorno,
come pane sul tavolo
che spezzando
condividiamo
senza badare,
il succedersi
dei nostri
esercizi
ha indossato
da qualche tempo
l'abito del silenzio.
la mia voce
lo strappa
a tratti
per dettare una sequenza
che ormai appartiene a tutti.
o per proporre
una nuova prova,
più particolare,
più mirata,
più efficace.
i miei suggerimenti
sono ormai individuali.
a voce bassa.
per non disturbare gli altri.
e l'assenso
non è più che uno sguardo.

sul corpo.
cercando ancora.
complicando.
associando
movimenti
estremamente precisi
ma assolutamente
indipendenti tra loro.
il passo come ritmo.
gli occhi
ad indicare la direzione.
non casualmente.
anche questa molto netta.
immaginando che GLI OCCHI
siano ADESSO posti
sulla punta del mio naso.
e "dirigere"
IL VOLTO
per guardare,
PER VEDERE.
NON MOvimenti netti.
un'armonia
è dentro di noi.
la cerchiamo.
a sfuggire
la rigidità
che sempre accompagna
esercizi
che esigono
un coinvolgimento
totale e "forzato"
del corpo.
ove forzato
assume il significato
di sfuggire
la quotidianità,
e la pigrizia,
con la quale gestiamo
il nostro muoverci tra la gente.
automatismi acquisiti
che spesso
condizionano.
e costringono
ad una postura non corretta.
sorridiamo dei sbagli.
una simpatica "goffaggine"
che non sapevamo
si rivela.
ne sorridiamo.
senza mai prescindere
dal rispetto
reciproco.
senza malizia.
proviamo singolarmente.
poi in coppia.
poi in gruppo.
i ragazzi cominciano
a sentirsi tra loro.
senza guardarsi,
si sentono.
sfalziamo i tempi.
un filo sottile
congiunge
la fine dell' esercizio dell'uno
e l'inizio della prova dell'altro.
ancora una danza.
una non coreografia
non voluta.
ed i ragazzi,
più di me,
provano
per avvicinarsi
a quell' "esattezza"
che essi stessi esigono.
provare le "cadute",
dopo,
è davvero giocare.
e ridiamo insieme.
di gusto.
anche mentre spiego
"tecnicamente"
flessione delle gambe,
rotazione del busto,
l'accompagnare e l'assecondare
del corpo...
miracolosamente
i due materassini,
uno sull'altro,
fanno svanire ogni paura.
e lasciano ancora
spazio al sorriso.

spegniamo la luce.

qualcosa è scattato.
qualcosa di magico.
in tutti.
diversamente, in tutti.
quando non si sentono più
le parole così come sono scritte;
quando la voce
comincia davvero a fluire;
quando il disagio
ed il pudore svaniscono
e prende forma
la voglia di osare;
quando sopra ogni cosa
colgo il pensiero...
ed immagino;
allora sì.
qualcosa è scattato.
è una sensazione
che le parole
non valgono a dire.
dopo mesi
trascorsi "giocando"
su testi e poesie
- le più diverse -
indagando ogni più piccolo perché,
affrontando le battute
per provocare reazioni,
inseguendo l'esile traccia
di un pensiero
- senza mai smarrirla -
perché conduca
verso l'emozione...
una lacrima...
un sorriso...
"cirano" accompagna
il nostro lunedì.
subito sul palco.
la mia speranza
di non vedere oltre
foglietti di carta
ove è appuntata
la battuta,
anche stasera
è andata delusa.
sorrido.
non mi va di farlo notare.
ho voglia di ascoltare.
ho voglia di giocare.
daniela sul palco.
riprendiamo
lì dove ci eravamo fermati.
annullando adesso
quella "distanza"
dal suo interlocutore
a cui "cirano",
nelle esigenze dei ragazzi,
chiedeva di essere posto.
forse per dare
maggiore valenza
ad un "portato"
che rostand
racconta invece
in un rapporto
sempre più ravvicinato
tra "cirano" e l'incauto cavaliere
che ha sottolineato
le misure del naso
del "signore di bergerac".
la verità
di "cirano"
comincia ad assumere
i colori a cui attinge
daniela.
colori che sanno di osteria.
di vino.
di mani alticce
e di irriverenti pacche sul sedere.
di risate sguaiate.
non la verità del testo,
ma la verità
che daniela intuisce da quelle parole,
quella verità
ove trova il suo "cirano"
trova il suo essere.
e quella stessa verità
.d'osteria di vino di pacche -
giunge a noi,
poi.
non servono orpelli.
ogni cosa "vive"
- e deve vivere, pulsare -
dentro di noi
per poter poi raggiungere
chiunque sia intorno a noi.
come i bambini.
che le cose le danno
così come le avvertono.
dopo averle toccate,
odorate,
messe in bocca,
addentate,
lanciate via.
così adesso le parole di rostand.
e non mi sorprenderebbe
se i capelli di daniela
serbassero
un po' di quell'odore acuto
di vino...

- "divertiamoci!"
e mi porge un foglio,
margherita.
ubu.
una scena di "ubu re".
sorrido.
non avevo mai proposto
teatro dell'assurdo
ai ragazzi.
né un testo
così complesso
quale "ubu re".
- "va bene. divertiamoci..."
ci sediamo tutt'intorno.
sul proscenio.
ormai è una consuetudine
ogni qual volta
si comincia ad affrontare
un testo nuovo.
leggiamo un paio di volte.
per saperle, quelle parole, leggiamo.
dopo cominciamo a parlare.
il linguaggio
è la prima cosa che colpisce i ragazzi.
apparentemente semplice.
quasi scarno.
penetriamo più a fondo il testo.
e subito comincia ad affiorare
il "non detto"...
il simbolismo...
la forza inusitata
della lingua di alfred jarry...
proviamo ancora
a considerare la scena
come un dramma a sé.
traendolo fuori
da un contesto drammaturgico
che non tutti conoscono
e che richiederebbe
una lettura attenta.
profonda.
ma i tratti che sono
dei protagonisti
già si riconoscono
anche in questa
brevissima scena.
ne parlo un po'.
sottolineo alcuni passaggi.
restituisco una dimensione storica
al testo.
poi ascolto.
le loro riflessioni.
le loro domande.
infine è la voglia di provarlo,
quel testo...
di giocarci...
di "divertirsi",
proprio come diceva margherita.
ed a questo li sprono.
a divertirsi.
a tirare fuori.
a liberare da ogni
borghesismo teatrale,
da ogni quotidianità,
le parole di padre e madre ubu.
ma ancora senza prescindere
da un pensiero...
da un luogo e da uno spazio
che vivono in me...
che devono vivere
parimenti negli altri.
ed il gioco arriva.
puntuale.
i ragazzi provano.
li seguo.
pongo domande.
perché.
rispondono provando ancora.
cercando una verità
in quelle parole
che sembrano non avere
alcuna verità.
i ruoli si alternano.
per ognuno il suo "padre ubu".
per ognuno la propria "madre ubu".
nessuna intenzione,
o intonazione,
è suggerita.
ognuna cerca in sé
una via per andare oltre il testo.
oltre lo scritto.
mi accorgo che stanno usando
la parola
servendosi di toni e tempi
che fino a qualche settimana fa
non possedevano ancora.
e non fanno fatica.
e non una mano
ruota vuota
nello spazio davanti a sé
a dire,
o a significare,
una battuta.
"con le mani sotto il sedere...
 si legge con le mani sotto il sedere..."
e mi torna in mente
un insegnamento
di un maestro anziano.
e sorrido.
perché aveva ragione...
perché qualcosa è scattato...

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