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diario d'officina

ritornano pagine usuali...
consumate fino a notte.
istante per istante.
oltre il nostro vecchio portone di legno...
ed ancora ciottoli da raccattare... o da deporre...
ancora una via di cui non si intuisce la meta...
ed infinite immaginifiche vivono.
ancora il sottilissimo filo di un sogno
a legare senza nodi.
non più grande
del refe ordito dalle graziose mani della  "regina mab"...
e non diversamente dai suoi,
filo che è vano spezzare...
perché non vi sono lame
capaci di recidere
i tessuti dell'anima - i più intimi -
ove si dipingono
le voci... i mercati... i vicoli...
i volti...
...ed i sogni...
quelli di ognuno...
quelli che unici rubano alla realtà le loro tinte
e vivono
tra le pareti delle officineteatrali.
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lascio i miei vestiti scivolare in terra.
li ripiego con cura
li ripongo nella sacca...
tra appunti... fogli... libri...
e parole.
le mie... le loro...
il pensiero di tante cose da dire ancora...
da ascoltare...
instancabilmente...
di nuovo indosso i miei abiti di ogni giorno.
lo zaino sulla spalla... le chiavi in mano...
mi avvio anche stasera...
spengo le lampade...
buio...
ma la luce rimane con me...
non quella dei freddi neon al soffitto.
non quella...
una luce lieve... donata... rubata...
sagoma ombre di verità cercate.
le mie...
le loro...
le nostre...
immagino di portarla via.
anche solo un riverbero. minimo.
nella sacca...
tra gli appunti... i fogli...
una maglia ripiegata con cura...


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lunedì, 13 novembre 2006
è ancora dentro,
non è mutata,
l'emozione
- che era già come una promessa -
vissuta da spettatori assistendo alla pièce
di peter brook.
inevitabile
che il nostro dialogare,
senza sforzo alcuno,
ritorni a quella sera.
alcuni dei ragazzi stasera non ci sono.
i primi raffreddori...
avremmo voluto ripercorrere
le scene viste insieme.
lo faremo venerdì.
tornando ad analizzare ed a confrontarci
così come da sempre
amiamo fare.
adesso è ripercorrere in un racconto
ciò che è stato.
ripercorrere
per gli occhi che non erano con noi
e restituire loro
ciò che i nostri occhi hanno vissuto.
trascorrono così
i primi tempi di questa sera.
il vecchio divano di pelle
ormai pregno
del nostro parlare
intorno al teatro.
e le stesse parole
lentamente
ci lasciano scivolare
verso il palcoscenico.
verso una nuova sera
da inventare
insieme.
gli esercizi iniziali
scorrono velocemente
arricchendoli
ogni volta
di un piccolo particolare in più
che credo
possa essere utile
a formare in ciascuno
un'immagine
via via più concreta
dell'articolazione diaframmatica.
acquistano sicurezza,
i ragazzi.
prendono coscienza,
i nuovi allievi,
delle stratificazioni...
delle rigidità...
delle resistenze
che naturalmente
il nostro corpo oppone
ad un lavoro
che vuole
ricondurre meccanismi fisiologici
ad un automatismo
che adesso appare ancora smarrito.
ma in tutti
è la fascinazione
per un lavoro
che mai smette
di svelare
noi stessi a noi stessi.
a volte anche creando disagio...
a volte lasciando
una sensazione,
personalissima,
di "insoluto" per un risultato
non ancora raggiunto...
ma ogni volta
che una piccola meta
viene infine conquistata
in nulla
è differente
dal sapore
di una minima vittoria
su se stessi.

una sedia.
questo l'accessorio che stasera
usiamo per confrontarci
con la voce.
ancora non per educare,
ma per percepire.
imparare a sentire
il suono
al pari di una vibrazione
del corpo intero.
"qualcosa" che origina in noi
e che noi
possiamo diversamente
usare...
indirizzare...
canalizzare.
tensione muscolare e rilassamento
sono la base degli esercizi;
associando un'emissione vocale
che, pur avendo una sua corposità,
non sia mai aggressiva
verso gli organi preposti
alla formazione della parola.
ed anche stavolta
le immagini
sono il più valido aiuto
nell'esecuzione di esercizi
che mi piace
assumano
le sembianze di un gioco
mai uguale.
raccolti sulla sedia
come in posizione fetale
lentamente ci si solleva
fino a mantenere
la postura
in equilibrio su una sola gamba...
il corpo come a spiccare un volo...
la testa e la colonna vertebrale
sempre perfettamente in asse
tra loro.
qualche battuta...
la paura di cadere
che si tinge quasi
di buffa clowneria...
sorridiamo...
i ragazzi iniziano insieme,
ma singolarmente.
io mi muovo tra loro.
li ascolto.
controllo la postura.
la contrazione del diaframma.
la sua spinta costante
che diviene fluidità del suono.
il variare
della tensione muscolare
in ogni diversa fase
dell'esercizio.
ed è ancora, soltanto,
semplicemente un gioco.
poi per un attimo i ragazzi,
senza alcuna
coordinazione voluta,
o provocata,
iniziano a muoversi insieme.
ad emettere, insieme...
rimango a metà della sala.
a guardarli.
non è la prima volta che accade
ma ancora è emozione
scoprire
in quegli attimi brevi
istanti densi
di una teatralità non voluta
ma intimamente,
inconsapevolmente,
ambita.

spegniamo le luci.
giochiamo.
ancora un'improvvisazione.
ancora voglia di "cercare"...
di "cercarsi"...
di scoprire un "gioco"
dentro questo gioco
senza confini, senza regole,
eppure rigorosissimo,
che è il teatro.
il palcoscenico
vestito solo di una sedia.
di fronte ad essa,
immaginario,
lo schermo di una televisione...
di un cinema...
le immagini scorrono.
in noi la voglia di leggerle
vedendole riflesse
nella verità
di chi sta sul palcoscenico.
e quelle immagini
mai avranno vita
se accanto ad esse
non si animerà
anche un "contesto"
- una stanza buia... un tinello... un cinema... -
ove esse si svolgono.
alessia è la prima
a salire in scena.
il suo improvvisare è conciso,
pieno,
crudo... cruento...
una donna costretta
ad una sedia
da lacci
che le serrano
i polsi...
le caviglie...
poi immagini,
improvvisamente,
violentemente,
prendono a scorrere
innanzi ai suoi occhi.
immagini che serrano
più di quei lacci.
immagini che è impossibile sfuggire.
immagini
che feriscono...
che suscitano orrore...
ed in alessia
assume una sua "verità"
non solo
la "tortura"
cui è sottoposta,
non solo
l'orrore di una sequenza filmata,
ma insieme
la stanza che la imprigiona...
-bianca... insonorizzata... fredda di luce... fredda... -
il suono
- quasi uno stridere -
di quei filmati
proiettati solo per lei
e che noi in lei
adesso distinguiamo.
ma poi,
troppo repentinamente,
alessia pone fine
alla sua prova.
senza una chiusura...
senza conclusione alcuna...
ed è come un cerchio imperfetto.
una figura che anelava
ad una sua forma
ed improvvisamente
fosse stata lasciata scivolare dalle mani...
infrangendosi, poi...
torniamo ancora a parlare di "ingressi"...
di "uscite"...
dell'importanza
- adesso -
di raccontarla fino in fondo,
la propria storia.
alessia mi ascolta
con attenzione,
vuole capire fino in fondo
le considerazioni
che sorgono dalla sua prova.
è un gioco nuovo per lei,
il teatro...
ed il nostro dialogare
è in ugual misura
scoprirlo, questo gioco...
ove il confronto,
il posare - scoperte -
sul tavolo,
le carte di entrambi,
è un reciproco lento continuo crescere.
le improvvisazioni
proseguono.
uno per uno
sul palco.
ed uno per uno
è ancora un'occasione
per indagare
ancora più a fondo
non solo questo nostro magnifico gioco,
ma soprattutto se stessi.
Perché non vi è mai
un giudizio di merito
sull'improvvisare di ognuno.
mai un giudizio estetico.
mai un giudizio.
le improvvisazioni
nascono sì per la platea,
ma è a se stessi
che si rivolgono;
in se stessi
che trovano genesi;
per se stessi,
per acquisire
il coraggio di guardare
tra le pieghe della propria anima,
che trovano
la loro più intima essenza.
maria, infine,
sul palcoscenico.
e la sua prima prova
è ancora motivo
di un nuovo confronto.
innumerevoli le cose che affiorano, ogni sera...
innumerevoli le cose da dire. ogni sera.
in quella improvvisazione
forse troppe cose "descritte"...
forse troppe cose "fatte"...
più importante "essere"...
è molto lontana da noi
l'idea di un teatro "cartolina"...
estremamente viva, vicina,
l'esperienza di brook...
maria ricomincia la sua improvvisazione.
un processo per violenza contro una donna
le immagini di nuovo scorrono innanzi a lei.
ma sono immagini che adesso,
lentamente,
cominciamo a distinguere
anche noi,
ed è il disgusto
che lentamente emerge
dall'assistere impotenti
al racconto
di un fatto di cronaca...
un racconto
che soltanto gli occhi di maria
ci restituisce.
istante per istante.
ed il suo leggero protendersi
in avanti
adesso non è solo
la necessità
di "ascoltare",
ma molto più l'impossibilità
di staccarsi...
di andare via...
di non essere testimoni,
per quanto inerti,
di qualcosa che da subito
si incide...
e lede...
poi è improvviso
il suo alzarsi
e oscurare immagini... voci...
"verità"...
con un atto di rabbia...
come uno schiaffo.
...
maria viene giù dal palcoscenico.
siede accanto a me.
non mi tocca.
ma avverto ugualmente
la tensione che ancora percorre il suo corpo.
una tensione che non ha bisogno di essere "fatta"...
che non necessita di descrizioni...
e che rimane anche in noi...
ben lungi dal ricordo
di una semplice "cartolina"...

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