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diario d'officina

ritornano pagine usuali...
consumate fino a notte.
istante per istante.
oltre il nostro vecchio portone di legno...
ed ancora ciottoli da raccattare... o da deporre...
ancora una via di cui non si intuisce la meta...
ed infinite immaginifiche vivono.
ancora il sottilissimo filo di un sogno
a legare senza nodi.
non più grande
del refe ordito dalle graziose mani della  "regina mab"...
e non diversamente dai suoi,
filo che è vano spezzare...
perché non vi sono lame
capaci di recidere
i tessuti dell'anima - i più intimi -
ove si dipingono
le voci... i mercati... i vicoli...
i volti...
...ed i sogni...
quelli di ognuno...
quelli che unici rubano alla realtà le loro tinte
e vivono
tra le pareti delle officineteatrali.
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lascio i miei vestiti scivolare in terra.
li ripiego con cura
li ripongo nella sacca...
tra appunti... fogli... libri...
e parole.
le mie... le loro...
il pensiero di tante cose da dire ancora...
da ascoltare...
instancabilmente...
di nuovo indosso i miei abiti di ogni giorno.
lo zaino sulla spalla... le chiavi in mano...
mi avvio anche stasera...
spengo le lampade...
buio...
ma la luce rimane con me...
non quella dei freddi neon al soffitto.
non quella...
una luce lieve... donata... rubata...
sagoma ombre di verità cercate.
le mie...
le loro...
le nostre...
immagino di portarla via.
anche solo un riverbero. minimo.
nella sacca...
tra gli appunti... i fogli...
una maglia ripiegata con cura...


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lunedì, 4 dicembre 2006
un ospite particolare, oggi, con noi.
un poeta.
il mio migliore amico.
mio padre.
ed alle mille sensazioni,
emozioni,
che giorno per giorno
segnano
il nostro cammino
nelle officine,
oggi,
per me,
se ne aggiunge una di più.
ed è bello
che lui sia qui.
è bello vederlo assistere,
in silenzio,
al nostro lavoro.
e poi attardarsi
con i ragazzi.
e dialogare con loro.
per capire.
per conoscere.
per sapere.
e nella sua "necessità"
di non fermarsi,
riconosco "il luogo"
ove nasce la mia.
a me non dice nulla.
non è necessario.
lo so.
lo sappiamo.
io e lui.
abbiamo imparato
a dialogare a lungo.
solo con gli occhi.
avrei amato restasse
in laboratorio
fino a sera.
fino a notte.
va via mentre
volge al termine
la lezione di scrittura creativa.
prima che arrivino i ragazzi.
lo rivedrò stasera,
a casa,
e sarà grande
la curiosità
per le sue parole,
lui che d'ogni mia cosa
è il primo, più severo,
critico.

è stato un regalo splendido
e inaspettato,
averti qui.
grazie...

arrivano dopo, i ragazzi.
sto ancora leggendo con sara
la scrittura che l'ho invitata a trarre
dalla sua ultima improvvisazione.
è un'attrice, sara.
ma è divenuta
più che un'esigenza,
mia e sua,
e di altri ancora,
quella di "fissare"
su un foglio,
scriverle,
le emozioni
che nascono
dall'esperienza delle improvvisazioni.
"naturalmente", un'esigenza.
come a completare
un mosaico
che si compone di più tasselli.
tasselli che non esistono
e che ciascuno
deve creare.
e poi porli, con cura,
in quell'unico "scacchiere"
ove prende ad avere
visibilità vera
il personaggio
che nasce solo
dalla propria capacità,
voglia,
necessità ancora,
di mettersi in gioco.
e mettendosi in gioco
dare vita,
traendola da se stessi,
a qualcosa che non è mai Se stessi.
e si sorprende, sara,
a scrivere di un personaggio grottesco,
che non pensava potesse mai appartenerle.
e si sorprende
a scoprire nuove cose di sé,
che pur vivendo in lei,
restavano celate da un modo di "fare" teatro
certamente diverso
dalla nostra idea
di "essere" teatro.

consumo -breve -
la mia pausa
dialogando un po' con i ragazzi,
incuriositi tutti
dalla visita di mio padre.
non sfuggo le domande che mi pongono,
ma questo è il momento
in cui sempre guardo l'orologio.
ed è già ora
di "dare un senso".

parliamo un po'
prima di iniziare gli esercizi.
saranno un po' diversi,
proprio a partire da stasera.
sempre più tesi,
ora che cominciamo
ad approfondire il lavoro sulla voce,
a cercare
una sinergia
tra respirazione,
tensione muscolare,
emotività;
assumendoli quali componenti
"essenziali"
dell'emissione vocale.
cominciamo dalla respirazione ancora.
ancora associando
gli esercizi
ad una serie di movimenti
di coordinazione e dissociazione
del gesto
finalizzati a percepire
ed a  sciogliere
"rigidità"
che potranno certamente riflettersi poi
sul corretto meccanismo
della fonazione.
movimenti semplici,
quelli di base,
che via via rendiamo
più complessi
coinvolgendo
più "territori" del nostro corpo
in una sequenza
scandita da un "tempo"
- quello della respirazione"-
e da un "controtempo"
- il nostro pensiero
  ed il controllo gestuale -.
e l'esigenza di liberarci
da inapparenti lacci
induce ad una continua apertura
del nostro corpo.
trazione e rilasciamento,
estremamente lievi,
che desidero i ragazzi
conducano
all'interno di un proprio immaginare.
e proprio in quelle immagini
si rintraccia
una "verità" del gesto
ed una reale percezione
del corpo
e del suo rapporto
con lo spazio che lo accoglie.
il mio agire tra loro
non ha più il sapore
di un controllare
la correttezza tecnica
dell'esecuzione di un esercizio.
piuttosto quello
di un confronto
sempre più modulare
rispetto alle esigenze,
ed ai problemi individuali,
di ciascuno degli allievi.
ognuno di loro
ha una fisicità
che lo caratterizza
e lo differenzia
dagli altri.
non è dunque possibile
che siano loro
ad adattarsi all'esercizio;
ma il contrario,
è l'esercizio
che deve calzare ognuno di loro.
come indossare
una maglia aderente.
senza pieghe.
mi soffermo
su ciascuno di loro.
perché insieme
si possano individuare
le singole "pieghe",
ed insieme
si possano tirare via.
è un lavoro coinvolgente,
entusiasmante,
ma ciò non toglie
che la pausa,
al suo sopraggiungere,
rechi ancor di più
il gusto di una "sollievo".

spegniamo la luce.
giochiamo.
seduti in cerchio,
sul palcoscenico,
riprendiamo in mano
il testo di lucia.
quella breve drammaturgia
che narra
dell'immaginifico incontro
tra una scrittrice
ed un uomo che si chiama,
ed "è",
teatro.
e proprio da questa figura
prende le mosse,
stasera,
il nostro gioco.
- "com'è, teatro?..."
e la mia domanda
non è finalizzata
all'individuazione
somatica di un personaggio
che del teatro
è evocazione,
di più, incarnazione.
ciò che richiedo
è che ognuno dei ragazzi
immagini
il "teatro" ove ha luogo
l'azione scenica.
il palcoscenico...
la platea...
la galleria o i palchi...
le poltrone...
i colori...
la polvere...
odori...
ed ancora una volta,
per ognuno,
è un luogo diverso
quel teatro.
piccolo...
di periferia...
antico...
grande...
abbandonato vissuto...
il sipario aperto... chiuso...
il palco...
ma un luogo comunque proprio.
che si vede.
che si intuisce
nei minimi dettagli...
poi ancora una domanda.
mia.
- "è pieno o vuoto?"...
diverse le risposte,
ma non mi meraviglia
quella di ognuno.
come già la conoscessi.
e come me,
ciascuno di loro, degli altri la risposta.
ed anche questo
sono le officine.
ma dopo, immediatamente,
abbandono il "teatro"
per tornare alla scrittrice...
e con lei,
al nostro improvvisare.
ho voglia di vederla
questa donna
che entra in un teatro...
nel "suo" teatro...
intuire una motivazione
al suo agire,
una sua storia
che la conduce in quel luogo,
un agire che mi restituisca
un suo vivere in quel teatro...
e dalla verità di un contesto,
la "verità"
dell'incontro che si svolgerà
innanzi a noi.
è un po' di incertezza nei ragazzi,
come sempre è innanzi alle improvvisazioni.
quella paura,
quel pudore,
che nasce dal confronto
con se stessi...
senza mediazione alcuna...
senza alcuna nozione
se non quelle
che riusciamo a trarre
dal credere,
e dall'indagare fino in fondo,
una "verità" che nasce
da una drammaturgia
ma che attinge vita
solo in noi.
solo da noi.
aggiungo solo una provocazione...
- "vi sono due modi per vivere il teatro.
   da attori.
   da spettatori.
   ...e la scrittrice? sarà l'uno o l'altro?..."
non è certamente un'indicazione
che potrà tornare utile
per riconoscere
in una donna, una scrittrice.
ma sicuramente
è già questa una via
per trovare
la verità di una donna
e del suo vivere un luogo.
di una donna che non sappiamo
essere una "scrittrice"
- non ancora -
ma che non potrà
non condursi
in un teatro
diversamente
da come potrebbe una donna notaio o ingegnere
o chissà altro ancora.
lungo la sala
disponiamo delle sedie.
vuote.
la platea del teatro di ognuno.
le improvvisazioni
procedono
scandite solo da un brevissimo
reciproco confronto...
diversissime l'una dall'altra,
ma ognuna
nitidamente dalle altre
per una peculiarità
che rende "unica" per ciascuno
quella donna.
riprendiamo il testo, infine.
leggiamo solo le prime battute.
torniamo ad analizzarle ancora,
alla luce delle improvvisazioni
appena concluse.
poi proviamo.
a montare.
sul palcoscenico è "teatro"
dal fondo, nella penombra, in platea,
è la "scrittrice"...
le mie indicazioni
sono adesso sempre più
quelle del regista.
ma non per suggerire,
o peggio imporre,
una serie di azioni.
ma per proporre
un percorso
da svolgere insieme.
da "verificare"
istante per istante.
insieme.
prima anna...
poi margherita...
ognuna ritrovando
la stessa donna
dell'improvvisazione
appena conclusa,
ognuna scoprendo
- casualmente scoprendo -
sul palco
una figura che improvvisamente si anima,
ognuna entrando
in rapporto con lui
seguendo l'ancora sottilissimo filo
di una donna
che si muove in un teatro
che si rivela passo dopo passo.
agli occhi della donna,
come ai nostri.
ed ancora stasera,
il gioco,
si impossessa di noi.
e le domande,
e il dialogare,
ed il confronto tra noi,
ritornano fitti ancora.
ed il teatro,
il nostro teatro,
da stasera
ha cominciato ad assumere
una forma diversa.
una forma che non è estetica...
una forma
che è già prima espressione
del nostro essere
il nostro teatro...

sento i ragazzi salutarmi
mentre mi cambio.
abbiamo fatto tardi stasera.
guardo l'orologio
prima di spegnere le luci.
mio padre dorme già...
click...
ed è buio.

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