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diario d'officina

ritornano pagine usuali...
consumate fino a notte.
istante per istante.
oltre il nostro vecchio portone di legno...
ed ancora ciottoli da raccattare... o da deporre...
ancora una via di cui non si intuisce la meta...
ed infinite immaginifiche vivono.
ancora il sottilissimo filo di un sogno
a legare senza nodi.
non più grande
del refe ordito dalle graziose mani della  "regina mab"...
e non diversamente dai suoi,
filo che è vano spezzare...
perché non vi sono lame
capaci di recidere
i tessuti dell'anima - i più intimi -
ove si dipingono
le voci... i mercati... i vicoli...
i volti...
...ed i sogni...
quelli di ognuno...
quelli che unici rubano alla realtà le loro tinte
e vivono
tra le pareti delle officineteatrali.
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lascio i miei vestiti scivolare in terra.
li ripiego con cura
li ripongo nella sacca...
tra appunti... fogli... libri...
e parole.
le mie... le loro...
il pensiero di tante cose da dire ancora...
da ascoltare...
instancabilmente...
di nuovo indosso i miei abiti di ogni giorno.
lo zaino sulla spalla... le chiavi in mano...
mi avvio anche stasera...
spengo le lampade...
buio...
ma la luce rimane con me...
non quella dei freddi neon al soffitto.
non quella...
una luce lieve... donata... rubata...
sagoma ombre di verità cercate.
le mie...
le loro...
le nostre...
immagino di portarla via.
anche solo un riverbero. minimo.
nella sacca...
tra gli appunti... i fogli...
una maglia ripiegata con cura...


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lunedì, 11 dicembre 2006
sono rimaste chiuse
le porte delle officine,
l'otto dicembre.
chiuse solo per un venerdì di festa.
eppure è strana
la sensazione
che nasce dallo schiudere
adesso
il nostro portone di legno.
come fosse trascorso più
tempo
che solo una giornata di pausa.
è un odore tra queste mura
che non so descrivere
ma che rimane addosso.
che lo riconosci.
così adesso.
ritrovarlo.
ancora riconoscerlo.
penetrarlo mentre attraverso il corridoio,
la sala,
accendendo le luci.
il palcoscenico infine.
nessuno ha rimosso il fondale.
quello squarcio di antica cantina,
osteria,
resterà con noi
anche oggi...
sposto una vecchia poltrona,
da sempre il mio spogliatoio,
nel solito angolo "fuoriscena".
mi cambio.
e guido è già qui.

non va via, stasera,
lucia,
a conclusione
della lezione di scrittura creativa.
sa che giocheremo sul suo testo.
è curiosa.
mi chiede di poter restare.
di poter vedere.
di poter ascoltare.
ed io stesso
sono felice
che lei abbia espresso il desiderio
di trattenersi con noi.
è una ulteriore fase
del percorso
che ha scelto di intraprendere
attraverso la scrittura,
quella cui prenderà parte
questa sera.
un percepire,
tangibilmente,
i passi che si conducono
dalla lettura del testo
fino alla sua prima "interpretazione"
sul palco.
attraverso un'analisi
dettagliata
della drammaturgia.
fino ad intuire
i motivi,
i significati
più intimi
che quello stesso scritto
reca insiti in sé.
ed anche i ragazzi,
che già stanno preparandosi
alla lezione,
sono entusiasti
della presenza
di lucia con noi.
della possibilità
di un confronto diretto,
più approfondito,
con l'autrice
di questo microdramma
cui abbiamo deciso
di provare a dare
una sua vita.
già so
che il "giocare" di stasera
sarà certamente
un po' diverso
da quello delle altre sere.
per questo motivo
decido di mettere da parte
la lezione tecnica
e sedere da subito,
tutti insieme,
in cerchio sul palcoscenico.

spegniamo la luce.
giochiamo.

i fogli del testo di lucia
sono davanti a ciascuno di noi,
poggiati sul palco.
lucia accanto a me.
la guardo per un attimo.
mi sorride.
intuisco la sua emozione.
le sorrido.
iniziamo a leggere.
margherita e daniela.
non una lettura neutra,
ma un approccio al testo
che sia già
pieno dell'esperienza
che viene
dal nostro improvvisare
dei giorni passati.
del nostro primo
"animare"
quei due personaggi.
ed un luogo.
ed un tempo.
ancora impossessarci
delle "nostre" immagini
e lasciarle fluire
attraverso la stessa lettura.
né è tutto ciò
un tentativo
di una lettura interpretativa.
più semplice
e forse più complesso:
il cercare dentro noi
i contorni di una "verità"
che lievemente
ha preso a delinearsi
e tornare a seguirne i tratti;
leggermente
incidendoli,
marcandoli,
con la punta sottile
della matita
con cui siamo avvezzi
schizzare
la tavola della nostra creatività.
lucia è in silenzio.
ascolta.
cominciamo a leggere.
già tante cose, tra noi,
e tra me e lucia,
erano state dette.
ma di queste
nessuna avevo voluto "fissare",
forse augurando davvero
che fossimo tutti insieme,
noi e l'autrice,
qui,
seduti sul palcoscenico,
la sala buia.
solo i neon su di noi.
e sotto la loro luce
il testo
diviene da subito
fulcro comune
intorno al quale
il nostro "cerchio"
prende a muoversi.
le prime considerazioni,
i primi "tagli",
sono quelli
che tutti avevamo intuito,
stabilito in tempi diversi,
con lucia prima,
con i ragazzi dopo.
tagli finalizzati
a snellire,
a rendere ancora più densi,
e insieme nitidi,
i significati della drammaturgia.
ma ci fermiamo, poi.
è una piccola parte del testo,
tre battute, poco più,
che improvvisamente
è come se ci portasse fuori
da quella inusitata
"sospensione"
sulla quale
fino ad ora
scivolano senza peso
le parole
dei due personaggi.
propongo un taglio.
ed è naturale
che nasca da subito
il confronto tra i ragazzi e lucia.
mi faccio un po' da parte,
dopo aver spiegato le motivazioni,
il "perché",
della necessità
di un operare sul testo.
non ha rimostranze, lucia.
cerca di spiegare,
di articolare,
il significato
di quel suo scrivere,
di renderci parte
di un pensiero che esula
la semplice scrittura
per divenire
il rivelarsi
di un proprio dialogare
sul teatro.
un dialogare
del quale i personaggi
della breve pièce
sono ancora,
ed ancor di più in quelle poche battute,
manifestamente latori.
dall'altra parte
i ragazzi avvertono
uno scrivere
improvvisamente
più letterario rispetto
al divenire
che ha caratterizzato fino ad ora
la drammaturgia.
ed insieme
una sorta di divagazione
in quelle battute
che non incide
sul progredire scenico
e che più facilmente
può invece distogliere
da un dialogo
che non "vuole" perdere
l'intensità
che lucia
è riuscita ad imprimere
con le sue parole.
è un confronto sereno, il nostro.
un reciproco ascoltarsi.
un reciproco motivare.
entrambi,
lucia e i ragazzi,
mossi dalla determinazione
di dare verità scenica
ad una scrittura
che in quanto nata
per il teatro
solo sul palcoscenico
può ambire ad una sua vita.
decidiamo per il taglio, infine.
insieme.
per valorizzare
ancora di più il testo,
il taglio.
e di nuovo
leggiamo il testo.
da capo.
di nuovo.
e nelle parole,
nel dialogo,
i personaggi
tornano entrambi
a riappropriarsi
di quella rarefatta sospensione
in cui agiscono.
protagonisti entrambi.
diversamente, protagonisti entrambi.

lasciamo libero il palcoscenico.
lungo la sala disponiamo le sedie
di una qualsiasi "platea".
in palcoscenico,
immobile,
è "teatro".
dal fondo della platea
fa il suo ingresso
la "scrittrice".
dò solo delle indicazioni
molto sommarie,
invitando i ragazzi
a riappropriarsi ancora
del nostro giocare
improvvisando.
lucia sta seduta da una parte.
guarda in silenzio.
attentissima.
non perde una mia parola.
non le sfugge una sola azione
di quelle che già si svolgono
sotto i suoi occhi...
non una parola
di quel suo scritto
che adesso,
lentamente,
prende vita.
ed i tanti perché
che ci siamo posti
durante la lettura
diversamente
ora riaffiorano
quando all'analisi testuale
si affianca l'esigenza
di un'analisi gestuale
del personaggio.
distinguere la propria fisicità,
gestualità,
movimento,
da quelli che appartengono
al personaggio.
intuire il suo respiro,
per prima cosa.
il suo incedere.
il suo guardare,
osservare,
lo spazio intorno a sé.
ed è una verità
che è "prima" della scena,
in ogni personaggio,
e che è causa
dell'agire scenico
del personaggio stesso.
ed in questa  riflessione
già ritroviamo
il nostro lungo soffermarci,
durante le improvvisazioni,
fino alle più recenti,
su "ingressi" ed "uscite"...
su una verità
non detta,
che il pubblico non vede,
ma dalla quale origina
la primissima
verità
che il nostro personaggio
consegna al palcoscenico
ed alla platea
insieme.
più particolare
è il rapporto
che si instaura
tra i due personaggi di lucia.
ove la donna
è certamente
un personaggio reale,
concreto,
che ha un suo vissuto,
una sua realtà
al di là della sua verità.
dall'altra parte
è "teatro":
un personaggio evocato,
immaginario,
senza alcuna realtà,
concretezza,
ma anche lui
forte di una verità
dalla quale trae la sua vita.
non è dunque un rapporto di quotidianità
quello che può instaurarsi
tra i due personaggi.
è la necessità,
che tutti avvertiamo,
di creare un luogo,
un tempo,
ove "teatro" e la "scrittrice"
possano credibilmente
interagire tra loro;
ed il pubblico
stesso
possa credere,
riconoscendola vera reale concreta,
alla "favola" che si snoda
innanzi ai suoi occhi.
e dall'esigenza
di superare
qualsiasi "naturalismo"
nel rapporto tra i due,
è l'andare oltre
una gestualità
all'interno della quale
"istintivamente"
conduciamo il nostro personaggio,
ognuno dei ragazzi
cerca una sua via,
una sua strada...
le mie indicazioni
ancora soltanto
per consigliare,
correggere,
provocare...
lucia deve andar via.
lo fa in silenzio.
senza disturbare.
solo un breve cenno.
nei suoi occhi
è un sorriso.
tanto basta
a regalarmi
un piccolo attimo di felicità.
continuiamo ancora a giocare.
sono così diversi
i ragazzi tra loro.
e così aderenti,
tutti,
alla verità
di quella breve drammaturgia,
di quei due piccoli personaggi.
io li guardo.
li osservo.
e adesso nessuna differenza
è più
tra il nostro giocare
in laboratorio
ed il "gioco"
che in teatro
prende il nome
di "prova"...

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