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diario d'officina

ritornano pagine usuali...
consumate fino a notte.
istante per istante.
oltre il nostro vecchio portone di legno...
ed ancora ciottoli da raccattare... o da deporre...
ancora una via di cui non si intuisce la meta...
ed infinite immaginifiche vivono.
ancora il sottilissimo filo di un sogno
a legare senza nodi.
non più grande
del refe ordito dalle graziose mani della  "regina mab"...
e non diversamente dai suoi,
filo che è vano spezzare...
perché non vi sono lame
capaci di recidere
i tessuti dell'anima - i più intimi -
ove si dipingono
le voci... i mercati... i vicoli...
i volti...
...ed i sogni...
quelli di ognuno...
quelli che unici rubano alla realtà le loro tinte
e vivono
tra le pareti delle officineteatrali.
.
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lascio i miei vestiti scivolare in terra.
li ripiego con cura
li ripongo nella sacca...
tra appunti... fogli... libri...
e parole.
le mie... le loro...
il pensiero di tante cose da dire ancora...
da ascoltare...
instancabilmente...
di nuovo indosso i miei abiti di ogni giorno.
lo zaino sulla spalla... le chiavi in mano...
mi avvio anche stasera...
spengo le lampade...
buio...
ma la luce rimane con me...
non quella dei freddi neon al soffitto.
non quella...
una luce lieve... donata... rubata...
sagoma ombre di verità cercate.
le mie...
le loro...
le nostre...
immagino di portarla via.
anche solo un riverbero. minimo.
nella sacca...
tra gli appunti... i fogli...
una maglia ripiegata con cura...


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lunedì, 18 dicembre 2006
non è più quel fondale
ad incorniciarsi
oltre l'arco
della nostra scena.
per lunghi giorni,
silente,
invisibile,
è rimasto alle spalle del nostro lavoro.
del nostro giocare.
le sue botti...
l'immaginario odore di vino...
le pietre dipinte, ugualmente irregolari...
una finestra aperta
sul fiume...
su una barca che si lascia trascinare dalla corrente...
su castel santangelo...
su un sole
che sa di una primavera ormai alle soglie...
e forse non è casuale
che l'abbiano rimosso
proprio adesso
che il freddo
comincia a farsi
pungente.
e senza quel fondale,
è il "vuoto"
della scena
ad accogliermi, oggi.
nuovamente,
totalmente,
è tornato ad essere,
il "vuoto".
si apre innanzi ai miei occhi.
nella penombra
di questo pomeriggio senza sole
solo un taglio di luce
che penetra da una finestra,
lo attraversa,
IL "VUOTO",
e  si distende
lungo il  palcoscenico
sagomandosi
come IN FORMA DI lama.
nulla di più
ma ciò che avverto
è adesso
IL come,
IL quanto,
convivano
in me
quel "vuoto"
e la sensazione
di pienezza
che quel "vuoto" stesso
suscita
naturalmente,
senza fatica,
nei miei pensieri.
ove il "vuoto"
non è nudità.
non è
mancanza,
NON è
assenza.
MAI UNA VOLTA LO è STATO.
HO SEMPRE CREDUTO NELL' "INCERTEZZA".
NON NELLA "CERTEZZA".
HO IMPARATO A NON PRIVARMI
DEL PRIVILEGIO
DEL DUBBIO.
IMPARATO A NON INNAMORARMI
DELLA "FORMA" DELLE IDEE.
IMPARATO A SFUGGIRE,
RIFIUTARE,
OGNI "MISURA".
ED HO ASSUNTO IL "VUOTO"
COME L'UNICA TERRA
OVE LASCIARE
PENETRARE
PROFONDAMENTE
LE MIE RADICI,
E RITROVARE
NELLE EMOZIONI
CIò CHE UNICAMENTE
è CAPACE DI "COLMARE".
ricordo una sera, adesso.
ERAVAMO IN PROVA.
ALLA FINE
DEL MONTAGGIO DI UNA SCENA
CHIESI A LAURA DI PARLARMI.
- "...MI MERAVIGLIA!"
NON AGGIUNSE ALTRO.
LAURA DA UNA PARTE,
CON I SUOI STRUMENTI.
ALESSIA SEDUTA SUL PROSCENIO,
IL COPIONE SULLE GINOCCHIA.
UNA MATITA TRA LE MANI.
INNANZI A ME
QUESTO STESSO "VUOTO"
DOVE ADESSO IO SONO.
ED HO SENTITO
STILLARE,
GOCCIA DOPO GOCCIA,
L'INUSITATA "MERAVIGLIA"
EMPIRE DI Sé
OGNI "LUOGO",
OGNI NOSTRO "LUOGO";
NON DIVERSAMENTE
DA COME LAURA,
ADESSO,
CREAVA L'INCANTO
LASCIANDO SCIVOLARE
DALLE SUE DITA,
DENTRO UN CIOTOLA D'OTTONE,
ACQUA...
AL DI Là DI OGNI CERTEZZA,
AL DI Là DI OGNI FORMA,
AL DI Là DI OGNI MISURA.
MA SENZA MAI SMETTERE DI OSARE.
SENZA MAI SMETTERE DI scrutare.
SENZA MAI SMETTERE
DI AMBIRE
AD UNA "MISURA"
CAPACE DI SFUGGIRE OGNI METRO.
COSì QUESTO LUOGO.
COSì IL "NOSTRO" ESSERE TEATRO.
COSì LE OFFICINE.

questi e mille altri pensieri
mentre oggi INDOSSAvo
di nuovo
I MIEI "PANNI".
QUELLI DI OGNI GIORNO, QUI DENTRO.
CHE VESTONO,
CHE COPRONO,
CHE SCALDANO...
GLI UNICI
CHE SONO ESSI STESSI "VUOTO".

PER ULTIMO LEGGO IL RACCONTO DI MARIAVITTORIA,
STASERA.
POI SARà NATALE.
LE RAGAZZE SONO GIà IN PROCINTO DI PARTIRE.
QUALCUNA STASERA STESSA.
seduti intorno al proscenio,
la lezione di scrittura creativa.
è piegato in quattro il foglio che mariavittoria mi porge.
I LEMBI CURIOSAMENTE AVVINTI
IN UN CONO
SENZA APPIGLI.
FORME NATE GIOCANDO CON LE DITA E LE LABBRA,
SPECCHIO DELL'ATTESA DI ESSERE LETTO.
è SCRITTO SERRATO.
FITTO FITTO IL SUO RACCONTO.
NON  PIù LUNGO
DI UN'UNICA PAGINA.
SCORRO VELOCEMENTE
SU queLLE PAROLE,
DESIDERANDO COME SEMPRE
CHE ESSE LASCINO
LA LORO PRIMA TRACCIA IN ME,
MEDIATA DA NIENTE ALTRO
SE NON DAL LORO STESSO ESSERE NARRAZIONE.
è LA SAGA DI UN UOMO.
IN PRINCIPIO BIMBO, COL PADRE.
INFINE PADRE, CON IL SUO BIMBO.
VADO OLTRE L'USO RIDONDANTE A VOLTE,
INGENUO ANCORA,
DI ALCUNI AGGETTIVI.
PIù FORTE è L'AVVERTIRE LE IMMAGINI,
CHE LE PAROLE DI MARIAVITTORIA RECANO.
AVVERTIRE IL LORO PLASMARSI DENTRO DI ME.
PLASMARSI FINO A VIVERE,
NITIDE.
ED è L'OCCASIONE, PARLANDO CON LEI,
DI PARLARE ANCHE AGLI ALTRI.
DELLA LEVITà DELLA SCRITTURA.
DELLA NECESSITà DELLA NETTEZZA.
DELL'ESIGENZA,
MIA COME D'oGNI ALTRO LETTORE,
DI CREARE DA ME,
PER ME,
UN LUOGO DOVE LASCIARE CHE CRESCA,
SENZA LEGAMI,
UNA NUOVA EMOZIONE.
I RAGAZZI COMINCIANO AD ARRIVARE.
STAVOLTA SI AVVICINANO anche loro
AL PROSCENIO.
SIEDONO TRA NOI.
ED ANCORA UNA VOLTA
LA SCRITTURA CREATIVA
E LA RECITAZIONE
AVVIANO TRA LORO UN DIALOGO
CHE VORREI FOSSE NON CASUALE.
CHE VORREI FOSSE DI OGNI GIORNO.
INVADENDOSI L'UN L'ALTRO
PER RECIPROCAMENTE CRESCERE.
VICENDEVOLMENTE COMPLETARSI.
RITORNO A LEGGERE ANCORA.
ED è SOLO EMOZIONE.

NON SONO RITUALI GLI AUGURI
CHE CI SCAMBIAMO
QUANDO LE RAGAZZE
VANNO VIA.
è ANCORA LA VOGLIA DI RITROVARSI
INTORNO A UNO SCRITTO,
IL NOSTRO BREVE ABBRACCIO,
NON IL CONGEDARSI
PER QUALCHE GIORNO.

RESTIAMO Lì SEDUTI
CON I RAGAZZI.
LE USUALI PAROLE,
I SORRISI,
LE BATTUTE DI SCHERZO,
RIEMPIONO LA BREVE PAUSA
ASPETTANDO AGNESE,
STASERA ANCORA INTRAPPOLATA NEL TRAFFICO.
ALESSIA CI RAGGIUNGE
INASPETTATAMENTE.
ED IO NE SONO FELICE.
FELICE OGNI VOLTA
CHE LE OFFICINE
REALMENTE VIVONO
quali UNO SPAZIO APERTO
che appartiene AGLI ALLIEVI soltanto.
E mentre dialoghiamo CORRE TRA LE NOSTRI MANI
UN SACCHETTO DI ALBICOCCHE SECCHE,
DOLCISSIME.
AGNESE
ARRIVA GIUSTO IN TEMPO A COMPLETARE
QUEL PRIMO GIRO DI GOLOSITà.
E DA SUBITO
PARLIAMO DI PROGETTUALITà, QUESTA SERA.
DI QUELL'IDEA
CHE DA SEMPRE
Dà VITA ALLE OFFICINE
E CHE FINALMENTE
PUò AMBIRE
AD AVERE UNA SUA VERITà:
IL PALCOSCENICO.
NON PER UNA SERA.
Né PER PARENTI O AMICI.
IL PALCOSCENICO
COME SCELTA
DI UN PERCORSO
CHE NON PUò,
Né DEVE OLTRE,
RESTARE ENTRO I CONFINI
DI QUESTE MURA.
UN'IDEA,
primigenia IDEA
CHE VUOLE
TRAMUTARSI IN REALTà.
MA COME TUTTE Le COSE CHE NON "SONO"
SE NON DENTRO DI NOI,
è ADESSO
IMPORTANTE
iniziare A PRENDERSI CURA
DI QUELLA STESSA IDEA.
COLTIVARLA.
NUTRIRLA.
LASCIARLA CRESCERE
FINO A DARLE
PROPRIO DENTRO DI NOI
la sua prima verità.
NON è UNA "DISPONIBILITà" CHE CHIEDO AI RAGAZZI.
NON ORA.
ORA è IL CORAGGIO,
LA VOGLIA DI CREDERE.
E SOLO su QUESTO
POTRà POI FORGIARSI
IL CORAGGIO DI ESSERE.

non spegniamo la luce, stasera.
cominciamo a giocare.

GLI IMPEGNI DI LAVORO,
UN VIAGGIO DI GENNARO,
I MALESSERI DOVUTI
A QUESTO SEPPUR TARDIVO
CAMBIO DI STAGIONE,
AVEVANO COSTRETTO QUALCUNO
A NON ESSERE
CON NOI,
L'ULTIMA sera in laboratorio.
ED è con LORO
che per LA PRIMA VOLTA,
adesso,
COMINCIAMO A PARLARE
DI MASCHERE.
è sempre avvolto
da un'insolita magia
l'attimo in cui
le prendo via dalla mia borsa
ed una per una
le porgo ai ragazzi.
e loro
le colgono
dalle mie mani,
le rigirano nelle loro,
curiosamente,
a volte calzandole,
a volte guardandole solo.
le mie indicazioni
sono ancora,
volutamente,
estremamente generiche.
poche parole
per dire la storia
di quelle maschere neutre,
bianche,
inespressive,
immobili.
la rima buccale
una sagoma muta.
inquietante.
per qualcuno lo è.
e lo dice.
poche parole ancora
per precisare
quella gestualità essenziale,
i movimenti netti,
puliti,
rigorosi.
sobri,
che appartengono a quelle maschere.
non aggiungo di più.
è la "provocazione",
il "mettersi in gioco",
il toccare con le proprio mani,
il percorso che ancora
vogliamo prediligere.
mai nessun nozionismo
nelle officine.
ma la voglia
di scoprire
insieme
itinerari.
e percorrerli.
per primo è gennaro
ad indossare la maschera.
oltre la vista,
dal corridoio in fondo alla sala,
il suo ingresso.
lo seguo.
seduto sul proscenio.
i ragazzi intorno a me.
e di nuovo
è il silenzio
che invade lo spazio.
quando qualcosa
riesce a catturare
la nostra attenzione.
ben oltre le parole.
nuove indicazioni, le mie.
gennaro ripete ancora
il suo entrare dal fondo della sala:
la nostra scena, stasera.
ma i suoi movimenti
sono ancora
lontani
dalla "verità"
che la maschera impone.
schiocco le dita.
non è per fermarlo.
tutt'altro.
per iniziare a giocare.
e gennaro intuisce.
e si presta da subito
ad un gioco
mai fatto.
lentamente mi alzo.
ancora schioccando le dita.
la maschera segue la mia mano.
il rumore ritmato
del mio pollice
contro l'indice e il medio.
inizia così
una sorta di "passo a due"
tra la mia mano
e la maschera.
i movimenti
si fanno adesso più rarefatti,
più lenti,
ma precisi.
PUNTUALI.
MORBIDI.
POI DI SCATTO.
POI MORBIDI ANCORA.
ED è COME PERDERE,
in quegli istanti,
LA COGNIZIONE DI QUELLO stesso SPAZIO.
NON DISORIENTAMENTO.
MA COME SE IMPROVVISAMENTE
UN LUOGO
CHE NON è PIù
LA LUNGA SALA DEL LABORATORIO,
CI AVVOLGESSe.
UN LUOGO OVE HANNO VITA
UNA MASCHERA
ED UNA MANO,
FENDENDO ENTRAMBI,
MORBIDAMENTE,
L'ARIA
TUTTO INTORNO.
MI FERMO.
GUARDO GENNARO NEGLI OCCHI,
OLTRE LE FESSURE
DI QUEL VOLTO BIANCO
CHE è ADESSO IL SUO VISO.
GENNARO SI SVESTE DELLA MASCHERA.
SORRIDIAMO.
NON SERVE DIRE ALTRE PAROLE, ADESSO
INDOSSO LA MASCHERA IO STESSO
QUANDO è AGNESE
AD INDOSSARE LA SUA.
UN FILO SOTTILE
CONDUCE I MOVIMENTI DI ENTRAMBI.
ED è STRANO,
INSOLITO,
CHE NESSUNO DEI DUE
ADESSO
CONDUCA.
SONO LE MASCHERE
A CERCARSI,
A GUIDARE,
A CONDURRE.
IN UN GIOCO FATTO
DI UN RECIPROCO AVVICINARSI
ED ALLONTANARSI.
SENZA MAI SFIORARSI
UNA VOLTA.
E PIAN PIANO
ENTRAMBI
ABBANDONIAMO
IL NOSTRO QUOTIDIANO "agire"
E LEGGERISSIMO
DIVIENE IL CORPO,
ABBANDONANDOSI QUASI
ALLE INEFFABILI NOTE
DI UNA MELODIA CHE NON C'è.
è POI MARGHERITA. ANCORA.
RIMANGO IN DISPARTE, STAVOLTA.
LA GUARDO.
LA OSSERVO.
LA LASCIO GIOCARE CON LA SUA MASCHERA.
GIOCARE A CONOSCERLA.
GIOCARE A SCRUTARE IL NOSTRO SPAZIO
COME FOSSE UN LUOGO
MAI CONOSCIUTO.
INCURIOSITA AVVICINARSI.
INTIMORITA RITRARSI.
E SOTTO QUELLA MASCHERA
SEMBRA ELIDERSI
LA TIMIDEZZA
DI MARGHERITA.
E PLASTICAMENTE
IL SUO CORPO
TRACCIA FIGURE
CHE paiono QUASI
LASCIARE
LIEVISSIME SCIE
AD OGNI SUO MUOVERSI.
POI è MARIA ANCORA.
E ALESSIA.
E DI NUOVO TUTTI, POI.
TUTTI.
UNO PER UNO.
MA ADESSO
INTERVENGO DI PIù.
SUI PASSI.
SULLE DIREZIONI.
SULLO SGUARDO.
SULLA RITMICITà
DEI MOVIMENTI.
SULL'ESPRESSIVITà DELLA MASCHERA
CUI IL CORPO
è DEBITORE
DI QUESTA SUO NUOVO
MODO DI ESPRIMERSI.
SUL "PORTARE" LA MASCHERA.
SU UN'ANALISI GESTUALE
NON MENO SEVERA
DI QUELLA
CHE SAPPIAMO
CONDURRE SU UN TESTO.
SULLA NECESSITà
DI  RIPORRE DA PARTE
LA PROPRIA FISICITà
E PRESTARE IL PROPRIO CORPO
AD UNA MASCHERA.
NON DIVERSAMENTE, poi,
CHE AD UN PERSONAGGIO.
I RAGAZZI MI ASCOLTANO.
INTERVENGONO.
CHIEDONO.
E UN PROGREDIRE
LENTO IL NOSTRO.
VISSUTO INDIVIDUALMENTE.
OVE OGNUNO,
PUR NELLA FISSITà
DI UNA MASCHERA
IMMOBILE,
GIà COMINCIA a "sentirla",
DIVERSA DA TUTTE LE ALTRE,
LA PROPRIA MASCHERA.
E NELLA MISURA DI OGNUNO
è L'ASSENZA DI UNA
QUALSIASI "MISURA";
ed è palpabile
LA PIENEZZA
CHE VIENE
DAL PERCEPIRE
SE STESSI.
ed è ancora "alchimia"
IL nostro essere qui,
COLMARE
- gocce di "meraviglia" -
LO SPLENDIDO "VUOTO"
CHE  STASERA
CI HA ACCOLTO.
E DOMANI,
ANCORA...
e ancora,
finché le officine saranno.

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