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diario d'officina

ritornano pagine usuali...
consumate fino a notte.
istante per istante.
oltre il nostro vecchio portone di legno...
ed ancora ciottoli da raccattare... o da deporre...
ancora una via di cui non si intuisce la meta...
ed infinite immaginifiche vivono.
ancora il sottilissimo filo di un sogno
a legare senza nodi.
non più grande
del refe ordito dalle graziose mani della  "regina mab"...
e non diversamente dai suoi,
filo che è vano spezzare...
perché non vi sono lame
capaci di recidere
i tessuti dell'anima - i più intimi -
ove si dipingono
le voci... i mercati... i vicoli...
i volti...
...ed i sogni...
quelli di ognuno...
quelli che unici rubano alla realtà le loro tinte
e vivono
tra le pareti delle officineteatrali.
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lascio i miei vestiti scivolare in terra.
li ripiego con cura
li ripongo nella sacca...
tra appunti... fogli... libri...
e parole.
le mie... le loro...
il pensiero di tante cose da dire ancora...
da ascoltare...
instancabilmente...
di nuovo indosso i miei abiti di ogni giorno.
lo zaino sulla spalla... le chiavi in mano...
mi avvio anche stasera...
spengo le lampade...
buio...
ma la luce rimane con me...
non quella dei freddi neon al soffitto.
non quella...
una luce lieve... donata... rubata...
sagoma ombre di verità cercate.
le mie...
le loro...
le nostre...
immagino di portarla via.
anche solo un riverbero. minimo.
nella sacca...
tra gli appunti... i fogli...
una maglia ripiegata con cura...


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venerdì, 22 dicembre 2006
condividere.
se in una parola
dovessi dire
tutto ciò che le officine sono state
in questo loro
breve tempo,
difficilmente
saprei trovare
un termine diverso
da questo che più di altri amo:
condividere.
ed in sere
come queste,
quando sappiamo
che indugeremo tra noi
ben oltre
il tempo e lo spazio
che già
dividiamo,
improvvisamente
questa parola
diviene capace di assumere
significati e valenze
che esulano
la pareti
di un laboratorio
e fino in fondo
penetrano
ciascuno di noi.

e non è il companatico
apparecchiato sul piccolo tavolo,
o il vino rosso,
o il bianco,
che l’uno mesce
agli altri.
non il piccolo oggetto,
il simbolo,
meravigliosamente donato,
perché donato
a dire
qualcosa di sé.
e qualcosa di sé,
dare.
non è il parlare,
serrato ancora,
dell’emozione
appena vissuta
su un testo…
un’improvvisazione…
oltre una maschera…
né il sorridere insieme.
di tutto.
o di nulla.
è un vento
sottile.
esilissimo soffiare
che si insinua
disegnandosi
sui corpi di ognuno.
ed insieme avvinghiandoli
- inapparente -
con la levità
si un filo di seta.
un vento che spira
dagli occhi…
dai sorrisi…
dalla pelle…
dal cuore.
senza retorica, il cuore.
sentire e sentirsi
senza la paura
di mostrarsi.
e rivelarsi,
mostrandosi.
di questa sera null’altro.
non importa
dire di una lezione.
né di un “dopo”
che appartiene
solo a noi.
ma una cosa
questa sera ha segnato.
la caparbietà
del nostro lungo,
paziente,
seminare.
la voglia,
la determinazione,
di voler raccogliere.
adesso.

ci salutiamo.
per qualche giorno
le porte
delle officine
resteranno
chiuse.
prendiamo breve
congedo
da queste pagine
e dai nostri sette lettori.

che sia
un natale di pace.
ciò vorremmo.
di pace vera.
tra i vicoli
di questa nostra trastevere,
come nelle contrade
lontane da noi,
e che mai, forse,
i nostri passi
conosceranno.

a noi,
alle officine,
l’augurio che rivolgiamo
è quello di un tempo,
infine non più lontano,
ove le nostre “idee”
vivano libere
correndo
agili
attraverso ogni sentiero
vagheggiato,
immaginato,
ambito.
e però già conosciuto.
ché dentro di noi,
forse solo dentro di noi,
ognuno di noi,
già lo sappiamo
il nostro stretto,
mai facile
sentiero.
è quello che abbiamo scelto.
cosparso spesso
di sassi di fango che ledono.
ma abbiamo piedi forti.
e mai nessuna paura
dei nostri passi nudi
su una terra
troppo spesso aspra.


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