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diario d'officina

ritornano pagine usuali...
consumate fino a notte.
istante per istante.
oltre il nostro vecchio portone di legno...
ed ancora ciottoli da raccattare... o da deporre...
ancora una via di cui non si intuisce la meta...
ed infinite immaginifiche vivono.
ancora il sottilissimo filo di un sogno
a legare senza nodi.
non più grande
del refe ordito dalle graziose mani della  "regina mab"...
e non diversamente dai suoi,
filo che è vano spezzare...
perché non vi sono lame
capaci di recidere
i tessuti dell'anima - i più intimi -
ove si dipingono
le voci... i mercati... i vicoli...
i volti...
...ed i sogni...
quelli di ognuno...
quelli che unici rubano alla realtà le loro tinte
e vivono
tra le pareti delle officineteatrali.
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lascio i miei vestiti scivolare in terra.
li ripiego con cura
li ripongo nella sacca...
tra appunti... fogli... libri...
e parole.
le mie... le loro...
il pensiero di tante cose da dire ancora...
da ascoltare...
instancabilmente...
di nuovo indosso i miei abiti di ogni giorno.
lo zaino sulla spalla... le chiavi in mano...
mi avvio anche stasera...
spengo le lampade...
buio...
ma la luce rimane con me...
non quella dei freddi neon al soffitto.
non quella...
una luce lieve... donata... rubata...
sagoma ombre di verità cercate.
le mie...
le loro...
le nostre...
immagino di portarla via.
anche solo un riverbero. minimo.
nella sacca...
tra gli appunti... i fogli...
una maglia ripiegata con cura...


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lunedì, 8 gennaio 2007
pioggia finissima
continua
che si snoda in rivoli
senza genesi
venendo incontro
ai miei passi
mentre risalgo il selciato
di sampietrini
che lastrica
il vicolo.
poca gente intorno.
lo scroscio dell'acqua
della fontanella...
quasi un controtempo
sul ritmo blando
delle gocce
che battono
il mio camminare adagio.
senza fretta.
per qualche istante
indugio
davanti alla vetrata
oltre cui
sono in saldo
arredi
degli anni settanta.
una poltrona
è ancora invenduta.
vi riconosco
brandelli della mia memoria.
poi, l'immagine  di me riflessa nel vetro,
di nuovo
mi conduce via.
da quella poltrona.
da un ricordo facile.
ancora qualche metro.
ancora pochi passi.
scivola la chiave dentro il lucchetto.
scorre il suo uncino d'acciaio
attraverso
le asole
di ferro antico battuto
del portone di legno.
e di nuovo si schiudono
le porte
delle officine.
penombra
che amo
mi accoglie.
l'attraverso in silenzio.
sui lati del corridoio
le sedie impagliate.
la sala, poi.
il palcoscenico in fondo.
è ancora presto.
ho del tempo per me.
un po' di più, stavolta.
del tempo per girare
tra le stanze del laboratorio.
rintracciare
quelle pareti
invisibilmente
scalfite
dalle nostre sensazioni, emozioni, parole...
toccarle.
e metterle le dita. dentro.
riappropriarsene.
e forse
proprio da quei segni
che vivono
solo in un immaginario
che appartiene
alla mia verità
di teatrante,
attingere
ancora
la voglia di volgere gli occhi
ben oltre
la realtà
di muri semplicemente scrostati.
ché  da questi muri,
che sotto la patina
di mani di tinta salmone sbiadito
e bianco sporco
sanno ancora di antico,
ogni cosa
ha lentamente,
giorno dopo giorno,
trovato
una suo "essere"
capace di esulare
ogni forma prestabilita.
ed è per questo,
io credo,
che mai come adesso
riaprire
il portone di legno,
oggi,
percorrere questa stanza,
sfiorare questi muri,
assume
non solo il significato
di un ritorno
alla nostra "arte",
al nostro "mestiere",
ma segna
l'inizio
di un percorso
che nella continuità
e nella determinazione
della scelta
di una cifra
del linguaggio teatrale,
vede più vicina,
più concreta,
la sua meta.
e la responsabilità
di raggiungerla.
e viverla.
pienamente,
viverla.

si fa sera in fretta.
alcuni ragazzi
non sono ancora a roma.
altri non possono essere
qui,
stasera.
restiamo a parlare un po'.
delle festività
appena concluse;
di un viaggio;
di un'influenza
insolente;
di un paio di calze
cucite a mano,
con gli aghi,
proprio per le "officine".
sorridiamo
tra noi.
siamo in pochi.
ma anche questa è una scelta.
quella di essere pochi
anche quando siamo tanti.
tutti.
non ho mai creduto
che un'esperienza
laboratoriale,
a qualunque livello vissuta,
potesse essere
condivisa
oltre una stabilita cerchia
di allievi.
è un rapporto molto intimo,
professionalmente intimo;
di reciproco abbandono;
di reciproca fiducia;
di individualità
pur all'interno di un gruppo;
di modularità
delle voci;
di capacità di ascolto.
vicendevolmente.
scambio...
confronto...
dialettica...
domande...
risposte...
e la terra su cui
"costruirsi"
fatta delle proprie incertezze.
senza pudore.
ed anche stasera,
essere pochi,
è un'occasione
per poter lavorare di più...
per "giocare"
di più.
mettiamo da parte,
ora,
il nostro piacevole
dialogare.

spegniamo la luce.
giochiamo.

riprendiamo le maschere.
avverto nei ragazzi
la voglia
di continuare
a giocarci.
la voglia
di "ritrovare"
il proprio volto,
sul palcoscenico
il proprio vero volto,
senza "finzione",
al di là
dell'espressione fissa
di una maschera neutra.
lo spazio intorno
diviene
ancora
il semplice pretesto
di un luogo sconosciuto,
da esplorare,
all'interno del quale condurre
la propria maschera...
ed attraverso la maschera,
la propria ricerca...
ha sempre
assunto
un aspetto giocoso,
la maschera,
per daniela.
come se naturalmente,
indossata la maschera,
prendesse corpo
una inusitata
levità
del proprio agire.
una nuova consapevolezza
del proprio corpo,
del proprio muoversi,
del proprio volgersi
intorno...
ed è già questo
motivo
di un primo confronto.
tra l'istintività
che senza mediazione alcuna
la maschera è capace
di mettere in luce
e la necessità
di non lasciare
che il proprio abbandonarsi
alla maschera
dia origine
a qualsiasi sorta di condizionamento.
è come un andare
contro se stessi
per trovare se stessi.
incanalarla
tutta la spinta
che emotivamente
sgorga
dall'indossare la maschera
per sviluppare
un nuovo controllo
di sé
nella direzione
che la maschera stessa
indica... vuole... esige...
daniela ascolta.
poi riprende a giocare.
più netti i suoi movimenti.
più precisi.
la maschera conduce
senza fatica.
e lei,
senza fatica,
la segue.
ed è una nuova sorpresa
scoprire in daniela
una presenza sul palcoscenico
quale non ancora
si era così rivelata.
tensioni e rigidità
svaniscono
nel disegno
di una "maschera"
che scopre se stessa
come riflessa in uno specchio.
né perde, daniela,
quel gusto di "gioco"
che aveva da subito caratterizzato
l'approccio
con la maschera.
lo tramuta piuttosto
nella ricerca
di una gestualità
estremamente precisa
ma ugualmente lieve.
a volte la interrompo.
piccoli suggerimenti
che lei assume
e subito
fa suoi nell'indossare
nuovamente la maschera.
non diversamente, maria.
anche con lei
stasera giochiamo
per trovare
una strada
per superare
qualsiasi condizionamento
provenga
dall'uso della maschera.
la invito ad essere
più precisa
nell'individuare
la direzione di un movimento,
l'autonomia di un gesto del corpo
rispetto
ai movimenti della maschera,
o la simbiosi
che deve instaurarsi
tra coro e maschera,
ove la maschera
non è mai un accessorio.
tutt'altro.
ha forza tale da elidere
ed insieme esaltare.
movimenti.
gesti.
è come se improvvisamente
nero impenetrabile
invadesse la scena
e tratti di gesso bianco
sagomano
le figure
sottolineando,
imprimendo,
incidendo su quel nero
ogni fisicità.
ed i movimenti di maria
cominciano lentamente
ad aprirsi,
a divenire ampi,
ariosi,
come se realmente
ognuno di quelli
fosse capace
di tracciare
con inafferrabile scia
l'aria intorno
a lei.

si sente il sapore del cioccolato
nei wafer di vienna.
daniela  ha scartato
una confezione
portata per noi, stasera.
ma non  abbiamo voglia di fare pausa.
il pacco dei biscotti
rimane aperto
sul proscenio.
ne rubiamo qualcuno
senza smettere di giocare.

- "qual'è il tuo colore?..."
- "celeste..."
solo queste battute
tra me e daniela
quando lei torna sul palco.
ed è il celeste
che desidero viva
- adesso -
oltre quella maschera.
e viene subito fuori
- come altre volte,
ma ancor più stasera -
quel sottile confine
tra la "rappresentazione"
di qualcosa,
e quel qualcosa, invece,
"essere".
il cielo...
il mare...
l'infinito...
la libertà...
la nitidezza...
mille parole
per dire "celeste".
ma ciò che cerchiamo
non è la "figurazione"
di un essere
mare...
o volo...
o libertà
da ogni costrizione.
non è quel
leggero cullarsi
in cui si avvolge daniela.
ciò che cerchiamo
è l' "essere" noi stessi mare...
o cielo...
o infinito...
è il lasciare fluire
una sensazione
dentro di sé
ed avvertire
il suo percorrere
il corpo...
la mente...
l'anima...
e dargli vita, poi,
attraverso
la vita di cui
e capace
la maschera.
per daniela un colore...
per maria una musica...
la "sua" musica.
-"non pensare solo a ciò che "è".
  prova a pensare a ciò che non è
  quel colore... o la musica...
  a ciò che mai potrà essere..."
ed altre strade
si schiudono
cercando
in un'astrazione
la "verità"
di una sensazione...
di un "sentire"...
non è importante, adesso,
leggere chiaramente
in ognuno,
oltre la loro maschera,
qualcosa di così
impalpabile come ciò
che chiedo loro.
è ancora il mettersi in gioco,
più importante...
intuire che non vi è mai
solo un "così",
ma vi è anche un "non così"
che più di ogni cosa, forse,
conduce
verso il proprio
"essere" teatro...
verso un gioco
senza fine né regole;
verso un osare
diversamente
ogni volta;
verso la consapevolezza
di ogni scelta,
cammino intrapreso...
o più semplicemente,
lentamente,
solo verso se stessi.

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