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diario d'officina

ritornano pagine usuali...
consumate fino a notte.
istante per istante.
oltre il nostro vecchio portone di legno...
ed ancora ciottoli da raccattare... o da deporre...
ancora una via di cui non si intuisce la meta...
ed infinite immaginifiche vivono.
ancora il sottilissimo filo di un sogno
a legare senza nodi.
non più grande
del refe ordito dalle graziose mani della  "regina mab"...
e non diversamente dai suoi,
filo che è vano spezzare...
perché non vi sono lame
capaci di recidere
i tessuti dell'anima - i più intimi -
ove si dipingono
le voci... i mercati... i vicoli...
i volti...
...ed i sogni...
quelli di ognuno...
quelli che unici rubano alla realtà le loro tinte
e vivono
tra le pareti delle officineteatrali.
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lascio i miei vestiti scivolare in terra.
li ripiego con cura
li ripongo nella sacca...
tra appunti... fogli... libri...
e parole.
le mie... le loro...
il pensiero di tante cose da dire ancora...
da ascoltare...
instancabilmente...
di nuovo indosso i miei abiti di ogni giorno.
lo zaino sulla spalla... le chiavi in mano...
mi avvio anche stasera...
spengo le lampade...
buio...
ma la luce rimane con me...
non quella dei freddi neon al soffitto.
non quella...
una luce lieve... donata... rubata...
sagoma ombre di verità cercate.
le mie...
le loro...
le nostre...
immagino di portarla via.
anche solo un riverbero. minimo.
nella sacca...
tra gli appunti... i fogli...
una maglia ripiegata con cura...


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venerdì, 12 gennaio 2007
è di nuovo il sole,
oggi.
sole di un inverno
che sembra essere
come un lungo autunno.
mi attardo un po'
per i vicoli di trastevere.
quasi deserti
a quest'ora.
voglia di caffè.
nella saletta
del mio solito bar,
studenti americani
ultimano con un cappuccino
la loro pausa pranzo.
accanto a me,
al banco,
un gruppo
di operai
di un cantiere
che è a qualche metro da qui.
mi raggiungono le loro battute.
sorrido
invadendo senza volere
il loro chiacchiericcio.
sorseggio lentamente
dalla mia tazzina.
amaro, il caffè.
come sempre.
come mi piace.
pensieri slegati,
accompagnandomi per strada,
colmano poi
il breve tragitto
fino al laboratorio.
i miei passi
spezzano il silenzio
della sala.
la moquette grigia,
sul palco,
zittisce, dopo,
i miei passi.
ed è silenzio.
ancora.
quel silenzio
ove i pensieri
smettono
di vagare
e si lasciano catturare
senza fatica
dallo spazio
che adesso mi avvolge.
è una sensazione usuale
eppure sempre nuova
che accompagna
l'indossare
i panni del mio mestiere.
del mio gioco.
ed a volte mi fa paura
questo gioco.
ed avrei voglia anche io
di fughe
senza parole.
senza perché.
fuga da un gioco
che troppo spesso
non ha parole
né perché.
poi mi raggiungono
le voci dei ragazzi,
dal fondo della sala.
ed io indosso
le mie scarpe.
seduto a terra.
le scarpe
per ultime sempre.

il pomeriggio
fugge via veloce.
shakespeare
ne ha scandito i minuti.
per i ragazzi
del corso principianti
sono questi i primi approcci
al testo,
alla lettura per il teatro,
al rivelarsi
di quelle "stanze"
da attraversare
una per volta
cercando
in ciascuna
le prime tracce
di una "verità"
da ricomporre
come tessere sparse
di un mosaico.
ed è entusiasmo
e pudore insieme,
in loro.
la paura di sbagliare
che in modo diverso
affiora,
celandosi dietro un sorriso
o in una mai credibile
svogliatezza
di un attimo.
ed è il provocarli, poi,
in un gioco
"all'improvviso"
che finalmente
rintuzza in un canto
ogni timore.
e "biondello" annuncia,
ora correndo,
ora con inusitata lentezza,
il ritorno di petruccio.
e di nuovo si compie
quell'alchimia
che divelle il testo dalla pagina
e restituisce
alla parola,
nella verità di un pensiero,
l'emozione
di un nuovo scoprire...
di un nuovo
scoprirsi...

sono ormai
gli ultimi esercizi di dizione,
quando i ragazzi
del corso successivo
raggiungono
il laboratorio
con alcuni di loro
ci incontriamo
per la prima volta, stasera,
dopo la pausa
delle festività natalizie.
- così lontane
  già sembrano essere -
ed è naturale
quel sorriso
che noi sappiamo
ad ogni ritrovarci.
e non importa
quanto tempo
sia già trascorso.
ci stringiamo
da subito
sul palcoscenico,
avidi di sapere,
di conoscere,
di riprendere
un discorso
mai interrotto
su quella nostra progettualità
che giorno dopo giorno
continua a prendere corpo
e che appartiene
alle officineteatrali tutte.
e da quella stessa progettualità
nasce poi
il nostro parlare
sul lavoro da condurre
nei prossimi mesi di laboratorio.
ancora più esigenti
verso se stessi,
senza smettere
quella "curiosità"
che ha animato ciascuno di noi
fino ad oggi
e che ancora,
più d'ogni altra cosa,
deve divenire la spinta
del nostro "crescere"
verso il palcoscenico.

le maschere
sono nella sacca
di ognuno.
la voglia
di tornare a indossarle,
in tutti.

spegniamo la luce.
giochiamo.

anna torna
ad indossare
la sua maschera.
stasera
sul palcoscenico,
non più in sala.
ed il primo impatto,
immediato,
è proprio con un "luogo scenico"
che ha dimensioni
molto inferiori
rispetto a quello
che abbiamo
usato fino ad ora
per il nostro "gioco"
con la maschera.
muta
il rapporto
con lo spazio.
ed il rapportarsi
della maschera
con esso.
si avverte da subito
l'esigenza
di una misura maggiore
dei movimenti,
d'ogni singolo gesto.
l'improvvisazione è libera.
lo spazio.
la maschera.
ogni cosa diviene
un pretesto
per sempre
più approfondire,
indagare,
la sinergia
che deve instaurarsi
tra la maschera
e chi, alla maschera
dà vita.
con anna
solo le parole
utili a rammentare
il nostro primo giocare
con la maschera,
a dicembre.
null'altro.
null'altro se non l'invito
ad ascoltare...
ad ascoltarsi...
dentro.
il nozionismo
non alberga
tra queste pareti.
desidero
che sia anna,
così come gli altri,
a scoprire la "sua" maschera.
le indicazioni tecniche
le scopriremo insieme
bandendo ogni assioma
ma cercando di intuire,
concretamente,
il perché
certa gestualità
mai potrà appartenere
alla maschera.
sono molto lenti
i movimenti di anna,
fin dal suo ingresso.
scruta lo spazio intorno a lei.
vi prende rapporto.
immergendosi quasi.
immergendosi.
come se improvvisamente
fosse come acqua immobile
l'aria intorno a lei.
e ad ogni movimento
la scostasse.
penetrandola.
la interrompo
quando qualcosa
la allontana
dalla sua maschera.
e ciò che mi sorprende
è che le mie osservazioni
sono le stesse
che anna aveva già avvertito
muovendosi
oltre la maschera.
ho poggiato la mia,
sul palcoscenico,
sul proscenio davanti a me.
osservo anna
ancora provare.
e mi accorgo di quanto intimo
sia il rapporto
che ciascuno instaura
con la propria maschera.
un dialogo silente
le cui parole
hanno vita in un semplice gesto
capace di divenire poesia
nel suo rivelarsi
istante dopo istante.
magicamente poesia.
improvvisamente poesia.
ove il palcoscenico
è luogo eletto
d'ogni poesia.
e ritrovarla,
qui,
adesso,
in questi nostri giorni
che la poesia stessa
sembrano temere.

la maschera
di margherita.
decisi i suoi passi.
netti i suoi movimenti.
la seguo in silenzio,
sottolineando poi
le peculiarità
di due modi diversi
di indossare
la maschera.
la levità di anna,
da una parte;
la concretezza
di margherita,
dall'altra.
ma non diversamente
è viva
la maschera
di entrambe.
di una vita diversa,
ma ugualmente viva.
e ciò che emerge
da quel volto celato
è una verità
di cui
non sempre è capace
la nudità
del volto.
e di più
è il mettere in luce
come la stessa,
identica maschera,
assuma
sembianze
assolutamente eterogenee
sul viso di ognuno.
come se attingesse
alle più piccole sfumature
di ognuno.
facendole proprie.
e restituendole
si trasfigurasse.
quasi fosse capace
di un respiro proprio.
ma quel respiro
appartiene
unicamente
a chi la maschera conduce
ed è forse
quel cercare
e svelare se stessi
che adesso diviene
tangibile.
sotto lo sguardo di tutti.
sorprendendo, tangibile.
è un gioco a due
quello che conduciamo
con valentina.
poiché mai potrebbero le parole
bastare ad allontanare
il disagio lieve
che avverto in lei,
nel suo agire,
indossata la maschera.
la seguo nei suoi movimenti.
poi lei
segue me.
cerchiamo entrambi
un dialogo
fatto di piccoli gesti.
di un offrirsi e un negarsi.
lentamente
muovo il mio volto
dietro la maschera
cercando di indurre valentina
ad una gestualità
per lei sconosciuta.
da scoprire.
non voglio suggerire nulla.
non voglio
che lei possa
imitare,
copiare,
la mia maschera.
ciò che cerco,
ciò che vorrei,
è far nascere in lei
una prima dinamica
che la conduca
all'intuizione
di meccanismi
cui solo la propria sensibilità
è in grado di presiedere.
altro sarebbe solo
sterile meccanicismo.
infine togliamo la maschera,
io e valentina.
in lei è un sorriso.
e forse una paura fugata.
anche una sola.
adesso fugata.
ed ancora diversa
è la maschera
di agnese.
animalesca.
felina.
leggerissima
ed insieme
pronta allo scatto.
alla fuga o all'offesa.
ma l'armonia dei suoi movimenti
non sempre
sono in simbiosi
con la verità della maschera.
ci fermiamo.
parliamo.
ci soffermiamo
su alcuni movimenti
che più di altri
incidono il suo agire.
ed ancora una volta
torniamo a interrogarci
sul "perché"
di un'azione...
sulla causa
che è origine
di ogni singolo effetto.
penetriamo
ogni dettaglio,
fino a denudare
il timore
o di un errore,
il pudore...
abbandonarsi, invece,
ancora...
controllando ogni cosa,
abbandonarsi...
ed agnese
riprova.
e lentamente
la sua maschera
comincia
a parlarci.
a dirci la paura
di un rumore improvviso...
l'istinto
che induce a sfuggirlo...
l'attesa,
immobile,
di qualcosa che accada...
non interrompo agnese.
la lascio giocare.
e giocando,
cercare...
infine
toglie la maschera.
parliamo ancora.
mi ascolta.
ed ascoltandomi,
con un piccolo gesto,
asciuga il sudore
sulla sua fronte...
ed in un attimo avverto
l'emozione...
la responsabilità...
la loro fiducia...
e la mia determinazione,
ogni giorno più forte,
di voler credere in loro...
per ultima è maria,
stasera.
non voglio fermarla.
so che non devo.
è estremamente tenue
il suo percorso
che lei ha intrapreso.
non facile.
non è solo
un giocare con la maschera.
è un gioco che conduce con se stessa,
con il teatro,
con la passione che la anima...
la osservo in silenzio.
mi sfuggono i fili
della sua improvvisazione.
per poi riprenderli...
e poi perderli ancora...
ci scambiamo poche parole,
dopo.
solo quelle che entrambi
sappiamo essere utili.

è già tardi.
sul proscenio
rimane ancora una maschera.
la guardo.
mi fa compagnia
mentre torno a indossare
i miei abiti.
ed ancora per ultime,
le scarpe.

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