il laboratorio la didattica i corsi la struttura la stagione direzione artistica info
 
diario d'officina

ritornano pagine usuali...
consumate fino a notte.
istante per istante.
oltre il nostro vecchio portone di legno...
ed ancora ciottoli da raccattare... o da deporre...
ancora una via di cui non si intuisce la meta...
ed infinite immaginifiche vivono.
ancora il sottilissimo filo di un sogno
a legare senza nodi.
non più grande
del refe ordito dalle graziose mani della  "regina mab"...
e non diversamente dai suoi,
filo che è vano spezzare...
perché non vi sono lame
capaci di recidere
i tessuti dell'anima - i più intimi -
ove si dipingono
le voci... i mercati... i vicoli...
i volti...
...ed i sogni...
quelli di ognuno...
quelli che unici rubano alla realtà le loro tinte
e vivono
tra le pareti delle officineteatrali.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
lascio i miei vestiti scivolare in terra.
li ripiego con cura
li ripongo nella sacca...
tra appunti... fogli... libri...
e parole.
le mie... le loro...
il pensiero di tante cose da dire ancora...
da ascoltare...
instancabilmente...
di nuovo indosso i miei abiti di ogni giorno.
lo zaino sulla spalla... le chiavi in mano...
mi avvio anche stasera...
spengo le lampade...
buio...
ma la luce rimane con me...
non quella dei freddi neon al soffitto.
non quella...
una luce lieve... donata... rubata...
sagoma ombre di verità cercate.
le mie...
le loro...
le nostre...
immagino di portarla via.
anche solo un riverbero. minimo.
nella sacca...
tra gli appunti... i fogli...
una maglia ripiegata con cura...


index

 



lunedì, 15 gennaio 2007
seduto sui gradini
della fontana di santa maria
lascio ancora
che qualche minuto
scivoli via sulle pagine
di un racconto
da limare.
mi soffermo su qualche frase.
indugio su alcune parole.
chiudo gli occhi
rintracciando immagini
che quello scritto
mi restituisce.
e che sento
essere mie.
appartenermi.
e mi accorgo
di quanto piccola
si faccia adesso
la piazza,
stringendosi intorno a me.
svicolando, io,
dalle voci
dai passi
dai volti
che mi stanno intorno.
mi chiedo se riuscirò
ancora a "leggere"
gli appunti ora scritti
velocemente,
troppo velocemente,
sui fogli
poggiati sulle mie gambe.
rigiro la penna
tra le mie dita.
tutte le parole
che vorrei dire
come fossero
racchiuse in lei.
l'inchiostro
nero di china
come uno scrigno
che lentamente
si svela.
o rimane capricciosamente
inaccessibile,
a volte.
raccolgo le mie carte
e piano
santa maria
torna a restituirmi
voci
passi
volti...

la stufa tra noi,
come una terza presenza,
mentre con le ragazze
del corso di scrittura creativa
leggo
il loro
ultimo racconto.
e diversamente,
entrambe,
mi conducono
verso un
mosaico di pietra.
e non faccio fatica
a cedere
all'invito
cui mi induce
il loro narrare.
inseguire
un uomo
che ha smesso
di inseguire il tempo;
mischiarmi
tra gente diversa,
tutta uguale
silenziosamente,
ritualmente
in processione
lungo un sentiero
che reca
gli stessi
profumi
della mia terra.
ed è parlarne,
poi.
insieme.
di una "verità"
che è stata loro,
soltanto loro,
fino al momento in cui
un foglio scritto serrato
gliela ha portata via.
senza rumore.
e di quella verità,
in quel foglio
adesso tra le mie mani,
io sono avido.
e per cercarla,
farla mia,
mi soffermo su ogni dettaglio;
su ogni colore;
e di ciascun colore,
su ogni sfumatura.
ed è ancora intenso
il confronto
con le ragazze
che via via si dipana
intorno
a quelle parole
che devono racchiudere
nella loro verità,
la verità di un'emozione.
mai legarla.
e per un attimo,
dentro me,
torno sui gradini
di santa maria.
e mi rivedo
nel mio rifugio
nudo agli occhi di ognuno...
e mi chiedo
dei mie "lacci"...
della mia voglia,
necessità,
di recidere nodi...
e rivivo in loro,
non meno di loro,
il mio essere geloso
di qualcosa
che già non è più mia
nello stesso istante
in cui
finalmente
 "è".

consumo con maria
la breve attesa
prima che i ragazzi arrivino.
ed è poi un accoglierli
nel nostro dialogare.
condividere
i piccoli episodi
di ogni giorno,
o una scelta,
o qualcosa di improvvisamente
nuovo.
e parlare di noi,
ancora.
di questo nostra voglia
di essere teatro.
e della necessità,
sopra ogni cosa,
di credere
in ciò cui ambiamo.
è avaro,
il teatro.
nulla regala.
nulla elargisce.
ogni cosa
reca il gusto
- aspro spesso -
di un piccola conquista.
e tale realmente è.
ed è proprio qui dentro,
tra queste pareti,
- umide a volte,
  calde sempre -
che passi lievi
incidono orme
che non possono,
né mai devono,
svanire
trascinate via
dall'onda lunga
di una lieve marea.
è stringere le gambe,
adesso,
attorno al ventre
del proprio ronzino...
e lasciarle lente
le redini...
è fare della propria cavalcatura
un solo corpo...
è spronare
senza frustino o speroni...
e senza accorgersi
già galoppare...
e trasformare in destriero
ogni ronzino...
ed in teatro
ognuno
ha il proprio cavallo.
né vi sono groppe
grandi abbastanza
per due.

gli esercizi
di respirazione
li riprendiamo
finalmente stasera.
ma da stasera
sempre più finalizzati
all'emissione vocale.
ed a  tal fine
ancora nuovi,
a quelli consueti,
si aggiungono.
per sempre più sviluppare
non solo consapevolezza
dell'articolazione
del diaframma
ma anche
lavorare
sulla completa
contrazione e rilasciamento
del muscolo
intorno alle sue aderenze
costali e vertebrali.
e dalla respirazione,
ai vocalizzi.
i primi  per riscaldare
le corde vocali.
i successivi
già badando
ad una "qualità" vocale
che è nitidezza, pulizia, del suono;
modulazione
delle altezze;
potenziamento
delle capacità di ognuno.
io tra loro.
controllando.
ascoltando.
suggerendo.
poiché non credo esista,
anche nel lavoro tecnico dell'attore,
alcun nozionismo.
ognun di noi
usa i polmoni per respirare;
ognuno il diaframma
per emettere;
le corde vocali
per dare genesi ad un suono;
la cavità orale
per dare intellegibilità
a quel suono,
ma di ciascun organo
quello di ognuno
non è mai identico
a quello dell'altro.
e da ciò
che deve essere
la completa cognizione
di ogni singolo processo
si compia in se stessi
durante la respirazione
e la successiva
emissione vocale.
perché ognuno
possa usare
in modo più efficace
il proprio corpo,
sia esso un gesto...
un movimento...
la voce...

spegniamo la luce.
giochiamo.

sul palcoscenico
due sedie
tra loro esattamente
simmetriche.
entrambe guardano
il pubblico.
il palcoscenico
idealmente
diviso
in due "emiscene".
uno dei ragazzi
occupa una metà,
l'altro,
la metà accanto.
come due corridoi,
dal proscenio al fondo,
lungo i quali condurre
la propria improvvisazione
intorno a ciascuna sedia.
ma non indipendentemente.
è solo una, la storia
che i ragazzi,
improvvisando,
conducono.
riprendendo
uno
il racconto dell'altro.
per poi
restituirlo
ancora al compagno.
cercando
una univocità di pensiero
ancor prima
di una non meno fondamentale
univocità nell'agire.
ove univocità
non è essere identici,
ma cercare
quella simbiotica reciprocità
nell'individualità
del proprio
essere attori.
né voglio,  prima di iniziare,
che alcuna informazione
si scambino
agnese e daniela.
una storia semplice
quella che scorre
davanti ai nostri occhi.
un riposo
improvvisamente
interrotto
da un lungo suono lancinante,
che costringe a fuggire.
poi il suono
lentamente svanisce.
e nel nuovo riposo
la memoria
di quel rumore importuno
viene ad assumere
una valenza
onirica,
un'astrazione quasi,
fino a trasformarsi
in una sorta di danza
il cui ritmo
è scandito
dal pulsare
dei propri pensieri.
ma l'improvvisazione,
stasera,
è solo un pretesto.
e credo di sorprendere
i ragazzi
quando chiedo loro
di ripetere
la stessa "favola",
ma indossando
le loro maschere,
adesso.
ed è un vincolare
la maschera stessa
a vivere
dentro un percorso,
una storia,
che dai ragazzi stessi
trae la sua origine.
ed è una fascinazione
che li diverte
quella che in loro avverto
nel loro immediato
abbandonarsi
in un gioco
con la maschera.
è daniela
ad iniziare.
la sua maschera,
così come prima lei,
si avvicina alla sedia,
vi prende posto,
si stende
come a voler cedere
al sonno,
ma lo stesso rumore di prima,
improvviso,
la scuote.
ma una maschera
non è un volto nudo.
e ciò che prima
ci raggiungeva
naturalmente,
senza fatica,
improvvisamente
rimane prigioniero
della fissità
di un volto
sul viso.
e partendo da qui
cominciamo ad approfondire
il rapporto
tra la maschera
ed il corpo
nell'attimo in cui
una "verità"
- quella di un suono -
dev'essere restituita
alla platea.
e questa interazione,
tra corpo e maschera,
nell'inequivocabilità
di un significare,
di un significato,
cominciamo a ricercare.
ma senza dimenticare
che è sì, identica per tutti,
la maschera,
ma sempre diverso
è il volto,
il corpo,
l'anima,
che quella maschera cela.
capiamo la necessità,
oggettiva,
per tutti,
di dover "marcare"
ogni singolo istante
la maschera viva.
l'insorgere del suono,
d'un tratto;
la sua insopportabile
sgradevolezza;
la continuità.
la durata del suono stesso;
e la necessità
di sfuggirlo,
quel suono,
infine.
ed è immediata
l'esigenza di intuire
un tempo
nel quale si consumi
la reazione,
l'agire,
della maschera.
una "misura"
al di fuori della quale
la verità della maschera
inevitabilmente
si elide;
o viceversa
svanisce la causa
che quell' effetto
suscita
nella maschera.
è una sensibilità
sottile
che appartiene
ad ognuno
nel proprio
confrontarsi
con la maschera.
qualcosa che si acquisisce lentamente,
provando,
aderendo
non solo con la pelle del viso
alla propria maschera.

conquiste.
piccolissime.
che appartengono a se stessi.
a nessun'altro.

teatro...

e nella continuità
di un gesto
- per ognuno,
  in ognuno,
  il proprio -
ripetitività  mai uguale,
intuiamo poi
la continuità
di una "causa"
che la maschera subisce,
e la "verità"
della sua reazione.

conquiste.
piccolissime.
che appartengono a se stessi.
a nessun'altro.

teatro...

ed ancora proviamo.
ed ancora cerchiamo.
ed ancora ci fermiamo
per confrontarci,
dialogare,
capire,
convogliare con nettezza
il nostro "essere" sul palcoscenico.
e credo che ancora
avremmo voglia
di "essere"...
ma arriva
l'attimo in cui
la fatica del nostro gioco
affiora
nello sguardo limpido
di ognuno.
ci fermiamo.

nello zaino i miei fogli...
la penna...
la "mia" penna.
è nera.
in testa.
bianca lì dove la mano
l'accoglie.
ancora nera
dove le dita
la impugnano.
un regalo che ha scandito,
e scandisce,
i giorni delle officine.
non so quanto inchiostro è rimasto.
vorrei ve ne fosse
da non finire di scrivere...

.....next
back
 

     
  ©le Officine Teatrali - tutti i diritti riservati - credits