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diario d'officina

ritornano pagine usuali...
consumate fino a notte.
istante per istante.
oltre il nostro vecchio portone di legno...
ed ancora ciottoli da raccattare... o da deporre...
ancora una via di cui non si intuisce la meta...
ed infinite immaginifiche vivono.
ancora il sottilissimo filo di un sogno
a legare senza nodi.
non più grande
del refe ordito dalle graziose mani della  "regina mab"...
e non diversamente dai suoi,
filo che è vano spezzare...
perché non vi sono lame
capaci di recidere
i tessuti dell'anima - i più intimi -
ove si dipingono
le voci... i mercati... i vicoli...
i volti...
...ed i sogni...
quelli di ognuno...
quelli che unici rubano alla realtà le loro tinte
e vivono
tra le pareti delle officineteatrali.
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lascio i miei vestiti scivolare in terra.
li ripiego con cura
li ripongo nella sacca...
tra appunti... fogli... libri...
e parole.
le mie... le loro...
il pensiero di tante cose da dire ancora...
da ascoltare...
instancabilmente...
di nuovo indosso i miei abiti di ogni giorno.
lo zaino sulla spalla... le chiavi in mano...
mi avvio anche stasera...
spengo le lampade...
buio...
ma la luce rimane con me...
non quella dei freddi neon al soffitto.
non quella...
una luce lieve... donata... rubata...
sagoma ombre di verità cercate.
le mie...
le loro...
le nostre...
immagino di portarla via.
anche solo un riverbero. minimo.
nella sacca...
tra gli appunti... i fogli...
una maglia ripiegata con cura...


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lunedì, 29 gennaio 2007
a volte è molto semplice
percorrere strade
tracciate da altri.
a volte è molto semplice
non incrociare
sguardi né specchi.
a volte è molto semplice
smettere di contare i sassi
sulla rena
che pare non avere fine.
ché tanto sono tutti uguali.
a volte è semplice
voltare le spalle.
semplicemente.
pensieri,
che sanno un po' di banale,
un po' di retorico,
affiorano.

a volte.

semplicemente.

ma naturalmente.

non è mai facile
il nostro gioco.
il palcoscenico,
di fronte a me,
come una bocca
che ingoia emozioni,
sensazioni,
lacrime,
dubbi,
stanchezza.
ore interminabili.
o che filano via
troppo veloci.
inafferrabile
alito di vento.
ripenso spesso
al mio teatro,
alle mie esperienze,
alle delusioni,
alle gratificazioni,
alle ingiustizie,
ai piccoli soprusi,
ai miei maestri.
ed il palcoscenico,
- non importa quale,
  non importa dove..."
unico filo.
a legare.
ogni cosa
adesso
come un alito  di vento.
che ha sagomato il mio corpo,
scarmigliato i miei capelli,
provato il mio equilibrio.
ma sempre mi ha reso
un po' più forte.
un po' di più.
capace di affrontarlo,
di volerlo affrontare,
un vento nuovo.
e quando spegniamo
le luci,
giù in sala,
è come se io lo sentissi
lentamente crescere,
il vento.
in me.
nei ragazzi.
ora forte.
teso.
capace di divellere
qualsiasi barriera.
ora brezza
lievissima.
che accarezza.
ma mai.
mai una volta,
è stato lo stesso vento
per più di una volta.
e mi piacerebbe
avere il coraggio
di rispondere a chi
mi chiede
cosa siano
le officine,
cosa il laboratorio;
avere il coraggio di rispondere
con una sola parola:
- "vento"...
e riuscire a donarlo
ai ragazzi
questo essere "vento"...
e nel "vento"
vivere
ogni volta
che lasciamo
la nostra comoda seggiola
in sala
ed oltrepassiamo
quei trenta
centimetri di scalino
che separano
la realtà di ogni giorno
dalla verità
del nostro vento.
e non avere paura
di lasciarsi
scuotere
da correnti d'aria improvvise,
né cercare,
a quelle,
di opporsi.
imparare a sentirlo...
imparare ad abbandonarsi...
imparare a controllarlo...
senza fuggire.
poiché è un vento che è già in noi,
che è da noi...
che noi stessi vogliamo,
cerchiamo,
varcando il nostro
vecchio portone di legno.
e fuggirlo
sarebbe come
fuggire se stessi.

pensieri che restano in me.
che vestono
parole diverse
prima di consegnarsi ai ragazzi
che mi stanno d'intorno
o che ancora,
caparbiamente,
continuano a cercare
la verità di un pensiero.
di un gesto.
di una parola.
e quando leggo
in loro
la delusione
per qualcosa che si cerca
ma che ancora sfugge,
allora
è la mia,
la sconfitta più grande.
ed è come se in quell'attimo
nessun vento
fosse più.

ho sempre l'impressione
che il foglio
sia qualche millimetro
più grande,
e le parole
qualche millimetro
più piccole,
quando leggo
i racconti di mariavittoria.
così mi paiono.
stipati di parole.
e le parole
ogni volta più dense.
a volte faccio fatica a leggere.
vorrei chiederle
di usare una spaziatura più larga.
ma poi cominciamo
il nostro "gioco".
ed io mi dimentico.
mi coinvolge
la sua storia,
stasera.
su due piani
di narrazione diversa
è il racconto
di un quadro
e di una donna dipinta,
e quello
de un piccolo
restauratore
che in quella donna
vive l'amore,
la gelosia,
la passione
che la vita
non gli hanno mai donato.
non ha attriti
il racconto.
scivola via.
ed è facile abbandonarvisi.
poi,
come sempre,
si accende il confronto.
quando la tentazione,
la voglia,
la capacità
di "volare" alti
è grande,
ma improvvisamente
si perde di vista la terra.
ogni sogno
è bello.
ma è tale,
il sogno,
solo se abbiamo
i piedi poggiati al suolo.
posso invitare
il lettore
a volare con me,
ma devo dargli appigli sicuri
a cui potersi aggrappare,
inconsapevolmente,
per poterlo coinvolgere
in ogni volo
io gli proponga...
lasciargli vivere
ogni sogno...
una frase ho sempre temuto,
sia in teatro che scrivendo:
- "non ti credo..."
cioè nient'altro
che l'incapacità,
anche solo di un attimo,
anche solo di una frase,
di far vivere
al mio pubblico
- qualunque esso sia -
un'emozione:
la mia emozione;
la sua emozione.
- "non ti credo..."
ho esclamato
a un tratto
a mariavittoria.
ed il nostro parlare
è andato avanti a lungo.
fino a quando i ragazzi,
i primi,
non sono arrivati
e quel piccolo restauratore
è tornato in fondo ad una cartella,
innamorato ancora.

manca solo maria, stasera.
la sua sciatalgia migliora,
ma ha ancora bisogno di riposo.
vorremmo fosse con noi.

disposti sul palco
cominciamo i nostri esercizi.
sempre più brevi
quelli di "respirazione".
non perché
meno importanti
ma perché
sempre più
ad integrare,
ad essi associandosi,
gli esercizi di emissione vocale.
poniamo molta attenzione
ad una respirazione
diaframmatica
sempre più profonda
immaginando il muscolo
come un sostegno
sul quale poggiare
la nostra voce.
e lentamente
spingerla
fino all'emissione.
un suono che nasce lieve
e che prende corpo
lentamente,
progredendo
con l'espirazione.
ed invito sempre
ognuno di loro
a lavorare con delle immagini.
dentro e fuori di sé.
immaginarlo,
vederlo,
il diaframma.
il suo rilasciarsi
per "fare spazio"
alla voce...
ed in quel luogo,
dentro di noi,
immaginare
il luogo
che il suono ha scelto
per sorgere.
fino a farsi parola.
i vocalizzi, poi.
lanciandoseli l'un l'altro,
dai punti più distanti della sala,
a venticinque passi
l'uno dall'altro.
e scegliendo
battute a soggetto,
le più strane,
ridicole a volte,
provare a colpirlo,
investirlo
il compagno,
con le parole.
e quando giochiamo
con le tonalità più basse
è agnese
ad imporre la sua voce sugli altri.
e sorride
quando scherzando
cominciamo a chiamarla
"ugo".

spegniamo la luce.
giochiamo.

molto tecnici, stasera.
riprendendo
il "gioco" dell'ultima volta
- il surreale incontro
  tra la "scrittrice" e "teatro" -
iniziamo a sviscerare
il lavoro con la maschera.
una "analisi gestuale"
condotta
sulla camminata,
sui gesti,
sul movimento,
sulle direzioni,
sullo sguardo.
senza mai prescindere
da una verità
presa a pretesto
- quella della drammaturgia di lucia -
che diviene
il contesto
all'interno del quale
si snoda
il pensiero
che anima
la maschera.
un lavoro individuale
ma non da soli.
"teatro",
la cui voce è
alternativamente
quella di uno dei ragazzi
seduto sul proscenio,
continua
a condurre ancora
la maschera
in questo luogo che non sa,
inducendola
un po' per volta
ad avvicinarsi a lui.
non è facile
mettere insieme
i tanti tasselli
di cui si compone
il dar vita a una maschera.
procediamo
frammentando
ogni azione.
mettendo in luce
i più piccoli dettagli.
ponendo quei punti fermi
senza i quali
la maschera
resterebbe
solo un volto
a coprire
un altro volto.
la difficoltà
più grande
è quella di dissociare
dalla maschera
una fisicità
che appartiene
al nostro quotidiano
e che troppo spesso
rechiamo con noi
nell'interpretazione
di un personaggio.
la levità
di calvino
ci è ancora amica.
lavorare in leggerezza.
"togliendo peso
alla materia".
recuperando
quella stessa levità
di cui sono capaci
i bambini.
ma nel contempo
senza lasciare
che nulla
divenga preda del caso,
della casualità.
 
anna entra dal fondo.
è il silenzio attorno a lei.
conduce la maschera
come a scoprire
quello strano luogo
ove è adesso.
e scoprendolo,
lo consegna a noi.
ci permette di viverlo.
correggo i suoi movimenti
sottolineando l'importanza
di trasmettere tutto ciò
la maschera avverta.
è un insorgere di un rumore.
è una consistenza.
è una durata.
ed ogni cosa
la maschera
deve vivere.
è la quotidianità
che ci conduce a volte
ad affastellare,
a sovrapporre,
segnali diversi.
non così la maschera.
è come se ogni cosa
ella scopra,
la scoprisse per la prima volta.
ed in questo
ritroviamo
"quell'essere" bimbo
che appartiene ad ogni maschera.
da quella che usiamo
- una maschera neutra -
ai personaggi
di commedia dell'arte.
le improvvisazioni
si susseguono,
rispondendo
la maschera
agli eterogenei inviti
che gli provengono
da un "teatro"
sempre diverso.
e man mano
che i ragazzi
si alternano,
ognuno sotto la propria maschera,
il lavoro dell'uno,
tangibilmente,
si completa
nel lavoro dell'altro.
i miei suggerimenti,
le mie indicazioni,
sono sempre un "passo indietro"
cercando invece
di stimolare loro
a trovare
il proprio "essere" maschera.
ci fermiamo.
pariamo.
ci confrontiamo.
di nuovo proviamo.
sono questi i tempi,
i ritmi,
del nostro "giocare".
io li osservo.
è come se mille cose
fossero da tenere a mente.
tutte insieme.
tutte adesso.
e mai nessuna
avulsa dalle altre.
ed io avverto
in loro
la voglia,
la determinazione,
di non lasciare sfuggire nulla.
di trattenere
ed insieme restituire.
e i nostri occhi,
da questa parte,
sono avidi di prendere.
di catturare.
di far proprio.
ed è silenzio
quando la "maschera"
fa il suo ingresso.
solo "teatro"
lo spezza, il silenzio.
solo parlando alla "maschera".
solo quando
la "maschera"
si ferma
tendendosi a carpire
ogni fruscio.

già conosco
quello sguardo misto
di stanchezza e soddisfazione
che improvvisamente
invade gli occhi dei ragazzi.
ci fermiamo qui.
stasera.

nel mio angolo
faccio in fretta a cambiarmi.
a riempire lo zaino
dei panni
del mio gioco.
un'altro lungo giorno
è volato via.
prima di spegnere la luce
mi volgo ancora
verso il palcoscenico.
e la sento.
adesso la sento.
che è immobile, adesso.
l'aria.
immobile.
adesso.


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