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diario d'officina

ritornano pagine usuali...
consumate fino a notte.
istante per istante.
oltre il nostro vecchio portone di legno...
ed ancora ciottoli da raccattare... o da deporre...
ancora una via di cui non si intuisce la meta...
ed infinite immaginifiche vivono.
ancora il sottilissimo filo di un sogno
a legare senza nodi.
non più grande
del refe ordito dalle graziose mani della  "regina mab"...
e non diversamente dai suoi,
filo che è vano spezzare...
perché non vi sono lame
capaci di recidere
i tessuti dell'anima - i più intimi -
ove si dipingono
le voci... i mercati... i vicoli...
i volti...
...ed i sogni...
quelli di ognuno...
quelli che unici rubano alla realtà le loro tinte
e vivono
tra le pareti delle officineteatrali.
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lascio i miei vestiti scivolare in terra.
li ripiego con cura
li ripongo nella sacca...
tra appunti... fogli... libri...
e parole.
le mie... le loro...
il pensiero di tante cose da dire ancora...
da ascoltare...
instancabilmente...
di nuovo indosso i miei abiti di ogni giorno.
lo zaino sulla spalla... le chiavi in mano...
mi avvio anche stasera...
spengo le lampade...
buio...
ma la luce rimane con me...
non quella dei freddi neon al soffitto.
non quella...
una luce lieve... donata... rubata...
sagoma ombre di verità cercate.
le mie...
le loro...
le nostre...
immagino di portarla via.
anche solo un riverbero. minimo.
nella sacca...
tra gli appunti... i fogli...
una maglia ripiegata con cura...


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venerdì, 26 gennaio 2007
pioggia fitta.
poi rada.
poi un raggio di sole.
improvviso.
e improvvisa
pioggia.
pioggia ancora.
ancora fitta.
il mio usuale percorso.
a piedi
attraverso i vicoli.
così come amo.
gocce
infrangono
in cerchi imperfetti
pozze d'acqua
che colmano
l'irregolare
disegno
del nero pavet.
per qualche istante
sosto
ai margini
di santa maria.
frusciante piazza
adesso
come un lago immoto,
sotto la pioggia.
nessun brusio
ad incresparne
il velo
che pare
avvolgerla
in inconsistente
inviolabile
malinconia.
l'attraverso piano.
avvolto nella mia giacca.
il cappuccio sugli occhi.
a rivelare solo i miei passi.
passo dopo passo.
un ombrellone
chiaro,
schiuso a sfidare il cielo plumbeo,
gocciolante,
è fragile riparo
ad una coppia di ragazzi
che sorseggiano
- caldo, all'aperto di un bar -
il loro cappuccino.
incuranti del resto.
li sfioro
lungo il mio cammino breve.
sfuggendo
l'istinto
di sedere con loro
- chiedere
  ascoltare
  parlare -
proseguo
verso il mio vicolo.
tra due finestre che si guardano,
lenzuola stese,
madide di pioggia,
come
un inusitato "arlecchino",
sembrano
incorniciarne l'imbocco.
accogliermi.

pare lambire il buio,
il laboratorio.
troppo timida la luce
che penetra dalle finestre.
non ho voglia di violarla.
per qualche minuto
mi stendo
sul divano
di pelle nera
che sa tante nostre parole.
che sa tanti miei silenzi.
sento l'acqua scrosciare.
di fuori.
facile
abbandonarsi al suo ritmo.
melodia
che più di una musica
è capace di penetrare
e catturare pensieri.
sembra lontanissima
la porta
in fondo al corridoio di accesso.
vetro grigio
di luce
interrotto
da ombre veloci.
fuggenti.
qualche istante
è ancora mio.
chiudo gli occhi
come a volerlo fermare.

la pioggia
non è stata clemente
con i ragazzi.
ho acceso le stufe.
per loro,
adesso,
il primo,
immediato rifugio.
e lì attorno
si consuma
il nostro
ritrovarci.
il quotidiano
diviene
troppo esile alibi
al nostro dialogare
che naturalmente
cerca
vuole
ambisce
il teatro.
né l'avidità,
reciproca avidità,
di parole da dire,
da ascoltare,
è capace
di un argine.
tracima
oltre la realtà
di un piccolo laboratorio,
dilagando
in quella valle
dove mai riposano
i sogni.
l'uno inseguendo l'altro.
ma lievemente.
come lo scorrere
della pioggia
di questo
pomeriggio
tra i sampietrini
che lastricano
il "cedro".
gli esercizi
ci portano poi via
dal calore
della stufa
e del nostro parlare.
esercizi oggi come un gioco.
necessariamente, come un gioco.
quando nella sua stessa levità
si dissolvono
incertezze,
dubbi,
timori.
i vocalizzi
come le voci
che echeggiano
per le viuzze
dove si affacciano i bassi
di una città del sud,
o lungo le brevi spiagge
ove al mattino
si tirano su
barche
che recano il loro
raccolto di mare,
di notte.
e vedo gli occhi dei ragazzi brillare
quando sorprendentemente
la loro voce
prende ad aderire
ad ogni immagine.
e si colora di tinte
che essi stessi
non sapevano.
e sono questi
gli attimi in cui
riconosco nitido,
nel loro sguardo,
il mio sguardo.
quello di adesso.
quello di un tempo
che è stato il mio
e che adesso è il loro.
ed identica,
in entrambi,
la voglia
di sorprenderci.
di sorprendere.
la pioggia mi cattura di nuovo.
il suo battere ancora
sui vetri delle officine.
il suo farsi voce.
continua
costante
ferma
nel suo incedere.
ora,
senza posa.
ora,
a lei noi identici.

la sera
fa in fretta
ad ammantare
di sé
il grigio
ancora uggioso.
e mi pare
più denso
questo cielo già notte
quando
consumo i miei minuti di pausa
andando incontro
all'aria pungente,
ancora carica
d'odore di pioggia,
che mi avvolge sull'uscio.
sul vicolo.
ma ugualmente
trastevere
si para
di voci e colori
che non vedo
ma che avverto
intorno a me.
come ogni venerdì,
anche stasera.

rubiamo questi minuti,
aspettando che gli altri
ci raggiungano,
per ciarlare,
io e daniela,
delle nostre piccole cose.
in una busta,
sul tavolino tra noi,
i "biscotti della sposa".
non sapevo si chiamassero così.
una di quelle cose che hanno mille nomi.
né sai mai
quale in realtà
sia il vero.
in sicilia,
la mia terra,
li chiamiamo "piparelle".
è diverso il nome.
non il sapore.
non molto.
- "cosa pensi del mio lavoro?
   di me, qui?"
e mi coglie alla sprovvista,
la domanda di daniela.
né so cosa rispondere.
non vi sono metri di giudizio,
nelle officine.
non più,
dopo che si è varcato
il portone di legno.
inseguiamo pensieri,
idee o ideali,
sensazioni,
emozioni,
verità che vivono
attimi,
attimi
che cercano
una verità.
da vivere.
so che siamo dentro un cammino,
insieme.
so che abbiamo gambe diverse.
so che i nostri passi
sono diversi.
diversa l'andatura di ognuno.
ma esiste
un modo
per camminare?
negli anni
ho imparato a vedere una strada.
ho imparato a distinguere
i passi di ognuno.
ed i miei,
tra gli altri.
ho imparato a porre attenzione
ché nessuno perda l'equilibrio...
o scivoli...
o cada...
ed avere accanto qualcuno,
lungo il cammino,
è per me sostegno.
ché io non perda l'equilibrio...
o possa scivolare...
o cadere...
non ci sono risposte,
credo,
alle parole di daniela.
se non la consapevolezza dei propri passi.
quelli compiuti.
quelli di adesso.
quelli di domani.
cammino senza fine.
innanzi a noi
mille pietre,
levigate o aguzze,
a segnare ogni "perché".
alle spalle
le orme
delle risposte
di cui siamo stati capaci.

un attore
mai stato un "maestro"
chiedeva
un giudizio,
a noi giovanissimi allievi,
sulle "sue" verità.
quel biglietto
da consegnargli chiuso
dentro una busta,
io non ho mai saputo scriverlo.
nemmeno adesso
ho imparato.

è una ventata
d'aria fredda e di sorrisi
quando la porta a vetri torna ad aprirsi,
all'arrivo dei ragazzi.
è già tardi.
facciamo in fretta.
pochi minuti
e siamo già tutti sul palco.
mettiamo da parte gli esercizi,
questa sera.
ho voglia di riprendere
il discorso
sospeso
l'ultima volta.
voglia di andare ancora più dentro
al nostro "dialogo".

spegniamo la luce.
giochiamo.

ad una misura
vieppiù metateatrale
riconduciamo
la nostra analisi
sul testo di lucia.
l'esilissimo
rapporto tra
"realtà quotidiana" e "verità teatrale"
diviene il fulcro
attorno al quale si muove
il meccanismo
della nostra ipotesi scenica.
il palcoscenico
come un luogo "assoluto"
ove "teatro" e "scrittrice"
si denudano
dei rispettivi ruoli;
o di quelli
che per consuetudine
sono assegnati loro.
indifferentemente
platea o retropalco,
lo spazio
dove si conduce
la maschera
della "scrittrice".
quasi giocando con lei,
quasi ammaliandola,
dal buio di un palcoscenico
la voce di un invisibile "teatro"
la induce ad avvicinarsi.
e lentamente, lei,
si lascia catturare
da quella voce,
da quel buio.
fino a raggiungerla.
una flebile luce
rivela la presenza di "teatro"...
nulla più che un'ombra ancora.
ed è in un gesto come una metafora
che il sipario
infine si chiude.
ed in quel luogo non luogo
che il palcoscenico
rappresenta,
chiuso alla vista degli altri,
i personaggi si manifestano,
infine,
l'uno all'altro.
senza finzione alcuna.
l'essenza loro:
la più intima.
leggiamo più volte
il breve copione.
e nelle parole di lucia,
la nostra ipotesi scenica
si palesa non solo capace
di restituire ogni verità drammaturgica,
ma di svelare,
con la levità di una favola,
ogni simbolismo racchiuso
in quelle stesse parole.
le sedie
alla rinfusa
in sala.
oltre la maschera, anna.
agnese,
sul palco,
è "teatro".
cominciamo a provare.
ed il primo
quesito che ci poniamo
è il rintracciare
la verità di un  rapporto
tra una "maschera"
ed un'entità
che nulla è più di una voce.
da qui la necessità
di eludere
qualsiasi naturalismo.
quasi irreale,
la voce di "teatro";
smarrita,
la "maschera",
che non riesce
a svincolarsi
dalla seduzione
di quella voce...
di quei suoni...
e man mano che progrediamo
i ragazzi
cominciano ad avvertire
l'esigenza
di una precisione,
di una nettezza,
di una pulizia,
senza le quali
nessuna "verità"
potrebbe mai raggiungere
alcuna platea.
ed ancora di più
quando il rapporto tra i due
si fa visibilmente
più tangibile.
ed i personaggi
sono tra loro vicini.
e si vedono,
infine.
analizziamo i gesti
non meno rigorosamente
di quanto abbiamo fatto sul testo.
assumendo sempre più
che la verità
di ogni personaggio
non è mai quella che esso stesso rivela,
ma più profondamente
quella che il proprio interlocutore in scena
riconosce in lui.
e tutto ciò
senza mai prescindere
dal contesto
in cui essi agiscono,
e che vive
la sola verità
che i personaggi
sono capaci
di restituirgli.
i ragazzi provano più volte,
alternandosi tra loro
e nei due singoli ruoli.
è ancora
uno "schizzare",
il nostro.
un cercare
il colore
da stendere
e sul quale
incidere
la nostra "verità".
ma ognuno
padrone del proprio cesello.
le mie indicazioni
sono volutamente generiche.
non superficiali.
tutt'altro.
li conduco
fino in fondo ad ogni parola,
ad ogni gesto,
ma restando sempre
un passo indietro.
voglio che siano i ragazzi
a trovare un loro percorso
sul nostro palcoscenico.
mi soffermo solo
per spiegare
il "perché" qualcosa
non arriva fin giù.
per indicare
la "non credibilità" di un rapporto
tra i personaggi.
ed i ragazzi sono catturati,
coinvolti,
da questo nostro modo
di ricercare,
insieme e individualmente,
un "essere" teatro...

mille cose da dire...
infinite da "essere"...

avevo dimenticato la pioggia.
il suo battere contro i vetri.
senza sembrare voler cessare, oggi.

adesso, qui. sul vicolo.
ancora bagnato, il pavet.
l'aria, umida.
non piove più.
eppure la sento ancora, la pioggia.
incessantemente.
battere.
come a volerli frantumare, i vetri.
la sento...
e mi appaga...

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