diario d'officina serata d'autunno incalzante. per la prima volta di nuovo, stasera il portone di legno che già ha accolto "cose di noi" torna a schiudere i suoi battenti. e si ritrovano percorsi... odori... suoni... ancora trame di un discorso interrotto. mai spezzato. la luce fredda di neon si scalda scivolando lungo i muri d'avorio pregni ancora di emozioni vissute. stasera di nuovo voci ricominciano ad inseguire sorrisi. i sorrisi le voci. occhi nuovi scrutano... e ritualmente si ripetono gesti mai rituali. riprendiamo il cammino. semplicemente. semplicemente. senza scarpe di nuovo... . . . . . . . . . . . . . . di nuovo l'ultimo ad andare via. di nuovo la sala buia. ma non è vuoto. come luminescente foschia riprende forma, né basta a se stessa, la voglia di forgiare emozioni. e donarle. e la sento addosso. e si richiude alle mie spalle dopo aver ceduto ai miei passi che la fendono. per un attimo mi giro... allungo una mano... fino a quanto illusoria la sensazione di "tenere" tra le dita l'inconsistente essenza che ci farà essere qui ancora domani? le voci dei ragazzi... di fuori... sorridendo ritorno a chiudere il pesante portone di legno... index |  | venerdì, 24 febbraio 2006 la pioggia ormai sembra accompagnare instancabilmente le nostre sere in laboratorio. scrosciante o fina fina mi segue giù per le scale che conducono nel vicolo. fino all'uscio. e gocce d'acqua prendono a maculare il lungo corridoio che si apre infine nelle officine, quando dopo un po', un po' per volta, i ragazzi arrivano. agnese e anna per ultime. trafelate sgusciano a cambiarsi per poi raggiungerci silenziosamente sul palco. il loro posto. gli esercizi. insieme agli altri. ci saluteremo dopo. durante la pausa. non ora. stasera ci siamo di nuovo tutti. l'influenza e gli impegni di lavoro di alcuni per stasera hanno smesso di farci annotare l'assenza di qualcuno. non siamo numerosi. non siamo pochi. siamo un nucleo. ed è una scelta. un gruppo coeso, "esatto", che può ritrovarsi sul palcoscenico giocando ogni sera ognuno il proprio "gioco". e proprio un gioco propongo stasera ai ragazzi. qualcuno è incuriosito. qualcuno meno. tutti hanno voglia di sapere. ma voglio che prima scelgano. voglio che siano loro a scegliere. si scherza un po' sulla mia ritrosia a svelare... poi, giocando, ci si ritrova dentro al gioco... per la prima volta l'anno scorso avevamo condotto lo stesso esercizio. per molti dei ragazzi, stasera, è qualcosa di nuovo. un largo cerchio sul palcoscenico. dalla "a" alla "z" ognuno una parola accompagnandola con un gesto. lo sguardo per "passare di mano", per porgere la parola al compagno, e questi ancora ad uno. da "alleluia" a "zattera". scendiamo giù dal palcoscenico. tutti, tranne l'ultimo. proprio quello, è patrizia. che raggiunto il centro del palco ha pronunciato "zattera". è incredula quando le chiedo di ripercorrere tutto il nostro il nostro alfabeto. di ogni lettera una parola di quelle appena dette nel gioco ed il gesto ad essa associato. non è facile. sorridiamo insieme a patrizia che cerca di rammentare qualcosa che è scivolato via troppo veloce per incidersi nella memoria. ricostruiamo tutti. un po' per volta. e sorprende non ricordare nemmeno il termine scelto da ognuno. finalmente: "alleluia bacio casa dado elefante fenicottero gatto hotel indice lotta macchina nespole oliva pane quasimodo rana sesso tetto uva vino zattera" ci alterniamo sul palco. per fissare. per impadronirci di gesti e parole. per farle proprie. poi è luca sul palco. -"improvvisa una storia rispettando la sequenza dei gesti... e delle parole... usandole tutte, parole e gesti. una storia che abbia un inizio... che abbia una fine..." e diversi meccanismi agiscono adesso. mnemonici, mimici, fantasia, creatività... e poco importa se la goliardia di un gioco ogni tanto si insinua e conduce a sorridere di se stessi... o suscita l'ilarità degli altri. guardo luca. e nella leggerezza con cui porta avanti il suo improvvisare è una tensione che convoglia in un'unica direzione il suo essere sul palcoscenico. ed è un fatto. ed è teatro. ognuno inventa la sua storia. uno per uno, tutti. a qualcuno chiedo di iniziare dalla "z" e di risalire fino ad "alleluia". ed il meccanismo della memoria si inverte. e obbliga ad una storia mai simile a quella degli altri. un brano di eric bogosian, stasera. lo ha proposto luca. la prima parte di un monologo che si svolge in uno spazio off newyorkese. crudo. asciutto. provocatorio. e vero. la prima lettura, il linguaggio immediato dell'autore statunitense, origina subito un confronto tra noi. su quest''artista di cui narra bogosian... e di cui nulla ancora sappiamo... e sulla libertà del suo essere artista. e dalle parole di bogosian al teatro, il salto è breve. e lì, il nostro dialogare approda, poi... ed al nostro stesso essere qui. aspettative... necessità... desiderio... voglia... sono queste le prime sensazioni che adesso ci investono. e cominciamo ad analizzare il testo. non un altro personaggio, - reale o immaginario - quale interlocutore sulla scena. adesso è il pubblico a cui direttamente si rivolge l'autore tramite questo suo "artista". -"ma quale pubblico?... quale platea testimone del suo parlare?... realmente quella di un teatro off?... o forse gli astanti di un bar notturno?... o le sue parole nel caotico via vai di gente distratta in una strada affollata?..." solo ipotesi... idee... tentativi di consegnare il personaggio ad un tempo... ad uno spazio... ad una verità intorno alla quale costruire la sua "verità". giacché questo è il nostro mestiere. tessere un sottilissimo ordito sul quale costruire bugie che saranno poi verità inattaccabili che vivranno il tempo di una sera. il tempo sempre diverso di ogni singola rappresentazione. ed è anche una metateatralità in bogosian. non è solo il mio rapportarmi ad un personaggio, ma è anche il suo rapportarsi diretto ad una quotidianità che non è scenica, ma che è reale... che appartiene al pubblico, appunto... ed il pubblico è lì, vivo, davanti a lui... a me. e stavolta direttamente coinvolto dal dialogare... proprio perché unico interlocutore di questo dialogare. cerchiamo di scoprire quest'uomo che da subito "vomita" addosso a chi ascolta il suo malumore che è malessere di un vivere che non si è più capaci di accettare... o di un convivere secondo stereotipi che hanno ormai saturato i singoli giorni... e la propria arte... la "sua" arte... e quella libertà, di cui "arte" non può non essere espressione, e che non più rintraccia. e non è solo ribellione nelle sue parole. è un accusare perché gli altri prendano coscienza... assumano posizioni... non tacciano... è un teatro non scevro di risvolti politici quello che propone bogosian... ma non la politica a noi interessa, adesso, qui. se di fronte avessimo un assassino o un martire, ugualmente non emetteremmo giudizi. racconteremmo la sua verità lasciando al pubblico, qui come in teatro, il ruolo di giudice. proviamo... le parole scorrono incerte... cercando di sfuggire quel primo approccio, istintivo, che si ha con la battuta... e nel quale non riusciamo a non trascinare noi stessi... i pensieri, eterogenei, scorrono nel nostro fermarci e riprendere... nel nostro continuo dialogare serrato... -"è come se puzzasse di alcool... non ubriaco, ma puzza di alcool..." ma quell'alito che dà fastidio ancora non ci investe... ancora non sentiamo, in bocca, l'ultimo sorso d'un fiato prima di cominciare a parlare... avvertiamo - fortissimo - il fascino di un personaggio... e della grande "penna" che gli dato vita... lo lasciamo qui... accanto ai nostri pensieri... accanto a emozioni che non sono ancora più di brandelli... lo lasciamo qui... spegniamo le luci. .....next back |