diario d'officina serata d'autunno incalzante. per la prima volta di nuovo, stasera il portone di legno che già ha accolto "cose di noi" torna a schiudere i suoi battenti. e si ritrovano percorsi... odori... suoni... ancora trame di un discorso interrotto. mai spezzato. la luce fredda di neon si scalda scivolando lungo i muri d'avorio pregni ancora di emozioni vissute. stasera di nuovo voci ricominciano ad inseguire sorrisi. i sorrisi le voci. occhi nuovi scrutano... e ritualmente si ripetono gesti mai rituali. riprendiamo il cammino. semplicemente. semplicemente. senza scarpe di nuovo... . . . . . . . . . . . . . . di nuovo l'ultimo ad andare via. di nuovo la sala buia. ma non è vuoto. come luminescente foschia riprende forma, né basta a se stessa, la voglia di forgiare emozioni. e donarle. e la sento addosso. e si richiude alle mie spalle dopo aver ceduto ai miei passi che la fendono. per un attimo mi giro... allungo una mano... fino a quanto illusoria la sensazione di "tenere" tra le dita l'inconsistente essenza che ci farà essere qui ancora domani? le voci dei ragazzi... di fuori... sorridendo ritorno a chiudere il pesante portone di legno... index |  | lunedì, 3 aprile 2006 si chiude tutto fuori. oltre il vecchio portone di legno. tutto fuori. ed è "caldo" nelle officine. un caldo fatto di piccoli gesti. veri. di sorrisi. di un libro donato. pensato e donato. di un ciondolo - inaspettatamente - fatto d'un filo d'argento che avvolge a spirale una pietra... ché porti fortuna. qui le parole non fanno schiamazzo... non hanno la consistenza di una folata di vento... Né il peso di una pancia grassa. i miei istanti da solo. una pausa rubata. un taccuino. poi, un po' per volta, i ragazzi arrivano... entusiasma il lavoro sulla voce che stiamo conducendo. ogni sera qualcosa di più. piccole "complicazioni" che inducono a cogliere ulteriori cose di sé... progrediamo senza fretta, assumendo, assorbendo, ogni nuova esperienza. nuova per loro... nuova per me, con loro, in loro... e non sono solo io, adesso, a voltarmi indietro e guardare la strada percorsa... è un sorprenderci reciprocamente. ed è una voglia che si rinnova ogni sera di compiere un nuovo passo, ad ogni passo. lavoriamo sull'espirazione. sul controllo. sui tempi. proviamo a spezzarla, l'espirazione, con delle brevi pause d'apnea. è incondizionato il riflesso che vorrebbe farci inspirare. tentativo dopo tentativo impariamo a governarlo. e ci viene da ridere quando non ci si riesce. come se qualcuno ci avesse sorpreso con le mani in fondo al cesto delle mele. alla respirazione ormai è sempre associato il movimento. vicendevolmente uno misura dell'altro. poi l'emissione. una nota media. continua. ferma. lavoriamo ancora sul diaframma. la nota diviene un suono esilissimo. ed è più difficile evitare che tremi. più difficile mantenere l'emissione del suono costante. mi rendo conto della complessità degli esercizi ma al tempo stesso distinguo nello sguardo dei ragazzi la levità e l'euforia di un gioco. e nulla è mai più serio di un gioco. torniamo ancora sul mimo. non per essere mimi, ma per acquisire una misura del gesto, una sua "verità", un rapporto con gli oggetti, con lo spazio. con gli oggetti nello spazio. esercizi essenziali. elementari. in coppia. uno di fronte all'altro. le mani reciprocamente stese verso il compagno. fino a toccarsi. fino ad essere muro. uno per l'altro. e poi avvicinarsi, ed allontanarsi, dal "muro". alternandosi. percependo il proprio movimento, prima. percependo la propria immobilità, poi. e dopo staccarsi. appena, staccarsi. lasciando tra le mani giusto lo spazio di un alito. ed ancora avvicinarsi ed allontanarsi. ma senza toccarsi mai. senza che mai la distanza sia più grande di un alito. controllo... controllo... controllo... e si sorride... e si riprova ancora. poi ciascuno, da solo, sul proscenio, ancora a segnare la propria parete. a muoversi lungo di essa. a restituirla a noi che guardiamo dall'altra parte dell'immaginario muro. ma poi basta soltanto una mano che diversamente disegna l'immaginario pensato... ed il muro crolla... rivelando gli uni agli altri... spente le luci, torniamo stasera sulla lisistrata di aristofane. riprendiamo a leggere. la prima scena ancora. cerchiamo di ritrovare i colori già nostri. ne cerchiamo di nuovi. lascio che la lettura scorra. lascio che trovino, i ragazzi, un ritmo... una sintonia... qualcosa che appartenga loro. sia comune a loro. non interrompo. rileggiamo ancora ruotando i ruoli. li spingo ad ascoltarsi. ed ancora a pensare. instancabilmente, a pensare. non altro sono le parole che la forma di un pensiero. sfuggirle, allora, per ritrovarle, per dare loro quella verità che solo il pensiero è in grado di conferire loro. ed ancora mentre leggono, senza dire nulla, dispongo sei sedie sul palco... un'arena aperta... la nostra agorà. l'agorà di lisistrata. è adesso che le parole dette tra noi... - le riflessioni... le sensazioni... le prime emozioni... - è adesso, che tutto tace. e in quel silenzio che è vero, tangibile, che è dei ragazzi che si chiedono cosa accadrà, è il nostro ambire ad una "voce" che ora solo il palcoscenico può restituirci. riprendiamo le improvvisazioni che sono state il nostro gioco di qualche settimana fa. nessuno le ha dimenticate. lisistrata al centro del nostro cerchio imperfetto. immediatamente ritroviamo i gesti... i movimenti... i passi... ma adesso come se tutto avesse un nuovo vigore. una "verità" non diversa, semplicemente più nitida. nuova è la consapevolezza del proprio essere in scena. nuovo è l'avvertire che improvvisamente quelle sedie non sono più semplici sedie impagliate ma che naturalmente si stanno "tramutando" in ciò che io esigo da loro... in ciò che lisistrata esige da me... banchi di un mercato. le sedie vacanti di un'assemblea. la delusione di un'attesa ancora vana. solitudine. anna ha le spalle contro il muro. guarda in basso. poi lentamente da quel muro si stacca. viene avanti. un passo. due. ed è subito in lei, ed in noi che assistiamo, la necessità di dire "qualcosa" che ancora non era stato detto. di dirlo col corpo. col gesto. con gli occhi. "qualcosa" di cui si avverte la necessità... "qualcosa" che valga a empire un inusitato senso di incompletezza. la invito a ripetere ancora. ma stavolta a procedere con lo stesso sopore che è il sopore della notte di lisistrata. ed i movimenti divengono più lenti, rarefatti, densi... ed improvvisamente percepiamo il buio intorno a lei. e quelle sedie intorno divengono il confine, o l'angusto limite, di un sogno ancora non dichiarato... ancora non detto... poi, le parole... un tempo che non era mai stato quello delle nostre letture. l'esigenza del silenzio. per muoversi, il silenzio. e poi le parole ancora. e ancora scoprire, in un attimo, che in teatro ogni cosa ha un perché... che mai nulla è per caso... e che il suo guardare le sedie - casualmente guardarle - può solo valere a farle sparire... a farle tornare null'altro che quello che sono... a divellere il buio ed a lasciare che siano solo i neon ad illuminare di nuovo un palcoscenico fatto di nulla... e di sedie... torna a ripetere, anna, ancora. intorno i ragazzi sono in silenzio. catturati da questo nostro piccolissimo evento. poi dal buio della sala lasciamo che ci raggiunga la voce di "vincibella". viene avanti fino a guadagnare la scena. poi si ferma. deve fermarsi innanzi a quella immaginaria barriera di sedie. ed esse divengono velo esilissimo che vale a marcare la differenza tra il mondo di lisistrata ed il mondo da cui proviene la sua compagna, non ancora pronta a varcare la soglia, ad insinuarsi, in un sogno che appartiene alla sola lisistrata. totalmente diversa è la donna di aristofane cui adesso dà vita, maria. avvolta in se stessa, in una solitudine che è dell'anima, che non è possibile condividere, che la proietta in una dimensione quasi onirica... e dalla quale l'accoglie, lievemente la risveglia, quel semicerchio di sedie deserte. lì scioglie le sue braccia percorrendo piano il suo corpo di donna che chiede senza parlare. quel corpo su cui scivola il suo sguardo prima di rivelare, sollevandosi piano, la piazza del mercato dove si consuma la sua attesa. è stasera che quell'immagine iniziale che avevamo creato di lisistrata comincia ad avere una sua forma... comincia a vivere... a pulsare... non è ancora la commedia attica che scaturisce dal genio aristofanesco. ma è quel qualcosa che vuol prendere per mano lo spettatore e condurlo nell'universo di lisistrata. una donna, semplice e forte, che vive nel suo tempo alla ricerca di una identità che la violenza, la protervia, l'arroganza, l'incapacità di ascoltare, negano. allora come oggi. adesso vogliamo trovare quella donna. poi saranno i colori e i giochi di aristofane. .....next back |