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diario d'officina

serata d'autunno incalzante.
per la prima volta di nuovo,
stasera il portone di legno che già ha accolto "cose di noi"
torna a schiudere i suoi battenti.
e si ritrovano percorsi... odori... suoni...
ancora trame di un discorso interrotto.
mai spezzato.
la luce fredda di neon
si scalda scivolando lungo i muri d'avorio
pregni ancora di emozioni vissute.
stasera di nuovo voci ricominciano ad inseguire sorrisi.
i sorrisi le voci.
occhi nuovi scrutano...
e ritualmente si ripetono gesti mai rituali.
riprendiamo il cammino.
semplicemente.
semplicemente.
senza scarpe di nuovo...
.
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.
.
.
di nuovo l'ultimo ad andare via.
di nuovo la sala buia.
ma non è vuoto.
come luminescente foschia riprende forma,
né basta a se stessa, la voglia di forgiare emozioni.
e donarle.
e la sento addosso.
e si richiude alle mie spalle
dopo aver ceduto ai miei passi che la fendono.
per un attimo mi giro...
allungo una mano...
fino a quanto illusoria
la sensazione di "tenere" tra le dita
l'inconsistente essenza che ci farà essere qui ancora domani?
le voci dei ragazzi... di fuori...
sorridendo ritorno a chiudere il pesante portone di legno...



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venerdì, 7 aprile 2006
silenziosissimi
i rumori dell'anima.
inapparenti.
rimangono dentro di noi.
serbati in uno scrigno
le cui chiavi
non hanno un luogo.
le affidiamo
a chi amiamo.
a chi sappiamo
avrà cura di loro.
di noi.
a chi vogliamo
si prenda cura
di esse.
di noi.
...a chi amiamo.
inespugnabile
fragilissimo
scrigno.
celato tra le pieghe più intime
dei nostri giorni
ed insieme
così vulnerabile
al più flebile
soffio di vento.
quello stesso vento
che spira a volte
tra le quinte del teatro...
insospettato
radente le assi di legno
del palcoscenico...
tra le pagine di un copione...
tra i versi di una poesia...
così stasera.
quello stesso vento
- non una brezza. soffio teso improvviso -
si è insinuato
nelle officine
fino a divellere
inconsistenti barriere,
lì dove più intimo
è il nostro avvertire.
i versi di montale
scivolano sulle nostre labbra,
fatti di parole
attinte ad un quotidiano
che appartiene
ad ognuno di noi.
frasi povere
che restituiscono attimi
di una consuetudine
che è amore.
amore
nella sobrietà
di un braccio
offerto a sostenere
i passi
ormai incerti
di qualcuno che ci "appartiene".
quando appartenere
è affidarsi...
è guardare
con gli occhi dell'altro.
e "vedere".
oltre la realtà...
e poi il vuoto.
quando chi era accanto a noi
non "è" più...
il vuoto...
incolmabile.
leggiamo.
in silenzio.
tutti.
Né mi sento,
adesso,
di chiedere nulla.
solo poi,
dopo,
mi accorgo che qualcuno
di noi si è allontanato.
senza far rumore.
nulla di inusuale
che qualcuno
si allontani per un qualche istante.
è quando incrocio il suo sguardo,
quando torna,
che distinguo
lacrime tracciare
il suo viso
di piccoli solchi.
ci allontaniamo.
parliamo.
mi racconta.
ascolto.
ancora vivo
il ricordo di qualcuno
partito
per l'ultimo viaggio.
ancora vivi
istanti
che rimangono
mai più divisibili
con alcuno.
ancora vive
immagini
che non torneranno.
e sono bastati
quei pochi versi
della poesia di montale
a risvegliare
ciò che è assopito
in un sonno
ancora troppo
leggero.
ed il dolore
torna.
e lede.
e taglia.
e fa male.
è un dolore che conosco,
il suo.
è un dolore che anche io,
non diversamente da lei,
ho provato.
è un dolore
che con gli anni
ha assunto forme differenti...
che ancora pulsa...
ma che il tempo
ha tramutato.
le lacrime sono ora forse parole.
parole dette nel buio.
da soli.
parole come preghiere.
parole che restituiscono vita.
e vivranno,
quegli amori perduti,
finché ci saranno parole
a dar loro linfa di vita.
serve poco stasera il mio abbraccio.
serve poco stasera il mio parlare.
so che quel vento
ha soffiato su qualcuno di noi.
so, che adesso,
sta ancora soffiando.
so che qualcuno, ora,
lo sente addosso,
violento,
quel vento.
violento
da far piegare le ginocchia...
e piangere.
così è la vita.
così è il teatro.
ma il teatro e la vita
non sono la medesima cosa.
ed il dolore
di chi mi sta accanto è vero.
lo sento.
mi invade.
non ho mai amato
chi ha provato a cavalcare
un'onda emotiva
per cercare una "verità".
non è quello che vogliamo.
non è quello che ricerchiamo.
ma non posso nemmeno permettere
che l' emotività,
- quel dolore, adesso -
possa tramutarsi
in baratro
che divide dal palcoscenico.
sono pensieri
che mi invadono.
qui.
ora.
in questo luogo
dove sera per sera
giochiamo sospesi
in bilico su un filo
tra il nostro essere
e qualcosa che il nostro "essere" esige,
per poter egli  stesso "essere".
più semplice sarebbe
porgere un fazzoletto
ed asciugare le lacrime...
e riporre in un cassetto quei versi di montale...
cinico, non altro,
sarebbe
pretendere di usare
quel dolore 
ed in quel dolore
trovare la stessa sofferenza
che è nelle parole di montale.
forse è stasera
- per tutti noi, stasera -
una lezione di teatro
che resterà incisa in noi,
nella memoria dei giorni vissuti
nelle officine teatrali.
sicuramente, in me.
restiamo ancora un po' a parlare.
di un dolore...
di una memoria...
del teatro...
poi ci avviamo di nuovo.
verso il palcoscenico.
i ragazzi ci accolgono in silenzio.
gli occhi avvolgono,
abbracciano,
accarezzano,
dicono.
i fogli
ove è la poesia di montale
sono sparsi ancora sul proscenio,
lì dove li avevamo lasciati.
solo lei non ha letto quei versi.
non ancora.
la invito a farlo.
leggerli.
solo leggerli.
leggerlo adesso.
lentamente
siede sulle ginocchia,
senza parlare.
pone la poesia
davanti a sé.
qualche istante ancora.
poi, senza toccarlo quel foglio,
inizia lentamente.
a leggere.
lentamente
i suoi occhi percorrono le parole...
lentamente
le parole sfiorano le sue labbra...
si ferma...
restiamo in silenzio.
nessuno la guarda.
riprende...
legge ancora.
lentamente.
poi l'ultimo verso.
infinito, ultimo verso.
so che deve leggerlo...
non so perché, ma so che deve leggerlo...
o forse il perché lo conosco.
dentro di me,
in fondo,
lo so perché deve...
ed infine,
ancora più lentamente,
affiorano
le ultime parole scritte da montale...
la guardo.
mi guarda.
non ci diciamo nulla.
o forse
ci diciamo tutto ciò
che a nulla valgono parole
per dirsi.

nella nostra cartella
ci sono ancora
bogosian...
e fante...
e ragazzoni...
ripiego la poesia di montale.
sorridiamo.
- "chi sale su?..."
e riprendiamo il nostro gioco
- le luci in sala già spente -
come ogni sera.
come ogni sera, mettendoci in gioco...
come ogni sera, osando...
come ogni sera, con la voglia di essere teatro...
come ogni sera.
senza ferirsi...

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