diario d'officina serata d'autunno incalzante. per la prima volta di nuovo, stasera il portone di legno che già ha accolto "cose di noi" torna a schiudere i suoi battenti. e si ritrovano percorsi... odori... suoni... ancora trame di un discorso interrotto. mai spezzato. la luce fredda di neon si scalda scivolando lungo i muri d'avorio pregni ancora di emozioni vissute. stasera di nuovo voci ricominciano ad inseguire sorrisi. i sorrisi le voci. occhi nuovi scrutano... e ritualmente si ripetono gesti mai rituali. riprendiamo il cammino. semplicemente. semplicemente. senza scarpe di nuovo... . . . . . . . . . . . . . . di nuovo l'ultimo ad andare via. di nuovo la sala buia. ma non è vuoto. come luminescente foschia riprende forma, né basta a se stessa, la voglia di forgiare emozioni. e donarle. e la sento addosso. e si richiude alle mie spalle dopo aver ceduto ai miei passi che la fendono. per un attimo mi giro... allungo una mano... fino a quanto illusoria la sensazione di "tenere" tra le dita l'inconsistente essenza che ci farà essere qui ancora domani? le voci dei ragazzi... di fuori... sorridendo ritorno a chiudere il pesante portone di legno... index |  | lunedì, 22 maggio 2006 ancora impegni improvvisi, non prorogabili, costringono a differire di qualche giorno l'incontro con i ragazzi. ne parliamo sempre prima. insieme. e mai una volta ho trovato la loro mancanza di disponibilità a venire incontro alle mie esigenze. gliene sono grato, se mai queste pagine potranno esserne testimonianza. ci ritroviamo stasera. qualche ragazzo, stavolta loro, deve recuperare una lezione perduta. lo fa questa sera. lo fa con noi. il lavoro sulla respirazione dei giorni scorsi è stato certamente utile a prendere coscienza del cambio del timbro della propria voce. della potenzialità, e della capacità, della nostra escursione vocale. di una primissima presa di possesso di un'altra parte del nostro strumento vocale. ma gli esercizi condotti fino ad oggi sono stati volontariamente condotti a terra. cioè in una situazione di particolare agio per gli allievi nel loro lavorare sul diaframma, col diaframma. stasera proviamo diversamente. stasera svolgiamo "in piedi" i nostri esercizi. immaginando di poggiare la nostra schiena contro una ipotetica parete - o terra - che accoglie le tensioni tutte che si manifestano durante il nostro ciclo respiratorio. continuiamo ancora ad associare il movimento alla respirazione ed all'emissione vocale. continuiamo ancora a lavorare associando le immagini al suono della nostra voce. ci abituiamo a far viaggiare il suono... da noi fuori di noi... ed ancora di più. spezzando l'espirazione con delle brevi pause di apnea e controllando che alcuna piccola inspirazione abbiamo al contempo luogo. è un esercizio molto faticoso. che richiede molta attenzione e molto controllo. i ragazzi lo eseguono con estrema precisione. due... tre cicli respiratori... non di più. il movimento lento delle braccia "segna" l'espirazione e la pausa di apnea... nulla è lasciato al caso. il mio respiro si esaurisce al chiudersi del mio respiro... il mio respiro è misura del mio movimento... ed è ancora controllo. educare al controllo. proprio per poterlo negare, saperlo, il controllo... ancora sul coro, stasera. ma diversamente. in coppia, agli estremi del palcoscenico, muovendosi in sinergia, secondo un ritmo prestabilito che appartiene ad entrambi, ed associando l'emissione, e il silenzio, alternativamente. in modo che sia sempre "parola"... o sia viceversa sempre "silenzio". solo prospettive diverse da cui vivere l'esercizio, partendo dal presupposto che il silenzio non è vuoto, ma è semplicemente un altro modo di dire le cose. indubbiamente meno rumoroso. ma "è". questo è necessario acquisire. che il "silenzio" forse è qualcosa che ha una sua esistenza solo nella vita, per l'incapacità nostra di ascoltare... ma mai, il silenzio, in quanto "silenzio", può avere un suo alito, in teatro. ed il nostro lavoro ancora si sviluppa sul movimento. sul rapporto diretto, immediato, col compagno... e sul rapporto indiretto, mediato, con gli altri miei compagni di scena... e con lo spazio, ancora... che accoglie tutti e con il qualche sviluppiamo tutti il medesimo rapporto. a volte i nostri esercizi paiono avere la leggerezza di una coreografia. di una danza antica. rituale, quasi. ed è una leggerissima energia che si sviluppa tra i ragazzi, che li lega uno agli altri, che mai rende il singolo avulso dal gruppo con cui "agisce". pian piano complichiamo sempre più i nostri esercizi, richiedendo una sempre maggiore coordinazione tra voce, gesto, movimento... ed anche stavolta senza mai abbassare lo sguardo dagli occhi del compagno come se un sottilissimo filo fosse teso tra noi e lungo di esso scorresse adesso ogni "essere" sul palcoscenico. proseguiamo, stasera, il nostro percorso all'interno della scrittura di achille campanile. è uno strano incedere - interessantissimo - questo nostro modo di scoprire e di confrontare il nostro "essere" teatro con modi diversi, indiretti anche, di vivere il teatro... e mai prescindere da essi. spengiamo le luci della sala. alcuni fogli. brevi frasi appuntate. sono alcune delle "tragedie in due battute" di campanile. piccoli capolavori di scrittura per il teatro. capaci, in appena un paio di battute, di raccontare interamente non solo una vicenda, ma anche coloro che ne sono protagonisti. dipingerli a tinte sempre sature. caratteri. non caricature. ma in ognuno di essi la capacità di serbare tratti che ne incidono una psicologia essenziale ma sufficiente a lasciarceli definire quali i "personaggi" di brevissime pièce. ed i testi stessi, in quanto pièce, appunto, ricchi di un'apertura scenica, di uno "sviluppo" drammaturgico e di una chiusa -ora drammatica, ora tragica, ora comica - non differentemente da vere drammaturgie che hanno vita in "due battute". e non diversi sono i tempi, i ritmi, che la scrittura di campanile esige. proprio perché brevissimi, i testi ed i personaggi esigono una precisione che mai deve dar luogo ad equivoci o dialogie. è come se la stessa esattezza che campanile fa sua nel suo scrivere... di quella stessa esattezza dobbiamo noi impossessarci nel vivere, e nel dar vita a questi suoi brevi eroi. leggiamo alcune delle "tragedie..." di campanile. le poche che ho voluto portare con me, ai ragazzi, stasera. e subito le parole dette per "illustrare" il gioco di stasera sembrano subito emergere dalla lettura dei testi. la comicità è contagiosa. ma i suoi tempi sono rigidissimi. non è facile leggere campanile. non è facile far sorridere con i suoi testi. non è mai facile far sorridere. leggiamo ancora. ed ancora il ritmo che pregna l'incedere della scrittura di campanile sembra quasi aderire al nostro porgerci verso la platea. ed è come se la comicità di cui è intriso il testo conduca più agevolmente verso la ricerca di Un "effetto" comico piuttosto che verso quella "verità" che è sempre il fine cui tende ogni nostro giocare e che adesso, proprio adesso, racchiude l'ironia... i doppi sensi... l'amarezza... la tragica comicità dei protagonisti campaniliani. andiamo subito in piedi. e subito nella verità, e nella reciprocità, di un rapporto tra due personaggi, cominciamo a cercare la nostra "verità". ed è immediato ravvedere quanto "legato" e costretto dal testo fosse il nostro primo vivere la battuta... quanto fosse un giocare legato alla parola, non al suo significato... non al pensiero che reca... lentamente, qualcosa, cominciamo a plasmare. ed è come un piccolo evento che ogni volta si rinnova davanti ai nostri occhi quando cominciamo ad assumere piccole cose che sappiamo nascere in noi. che mai vengono da fuori. che mai hanno una forma preordinata. che mai sono dettate. o suggerite. ma che nascono - e sono i nostri bambini - ogni volta che l'emozione, facendosi spazio tra mille paure, finalmente si adagia dentro di noi... i ragazzi mi sorridono... io sorrido loro... e la voglia di giocare ci appartiene ancora stasera... .....next back |