diario d'officina serata d'autunno incalzante. per la prima volta di nuovo, stasera il portone di legno che già ha accolto "cose di noi" torna a schiudere i suoi battenti. e si ritrovano percorsi... odori... suoni... ancora trame di un discorso interrotto. mai spezzato. la luce fredda di neon si scalda scivolando lungo i muri d'avorio pregni ancora di emozioni vissute. stasera di nuovo voci ricominciano ad inseguire sorrisi. i sorrisi le voci. occhi nuovi scrutano... e ritualmente si ripetono gesti mai rituali. riprendiamo il cammino. semplicemente. semplicemente. senza scarpe di nuovo... . . . . . . . . . . . . . . di nuovo l'ultimo ad andare via. di nuovo la sala buia. ma non è vuoto. come luminescente foschia riprende forma, né basta a se stessa, la voglia di forgiare emozioni. e donarle. e la sento addosso. e si richiude alle mie spalle dopo aver ceduto ai miei passi che la fendono. per un attimo mi giro... allungo una mano... fino a quanto illusoria la sensazione di "tenere" tra le dita l'inconsistente essenza che ci farà essere qui ancora domani? le voci dei ragazzi... di fuori... sorridendo ritorno a chiudere il pesante portone di legno... index |  | lunedì, 15 maggio 2006 siamo in pochi. amerei poter dire che l'aria di primavera... che questo caldo già quasi estate... ha portato per un sera, questa sera, i ragazzi lontano dalle officine. sono invece altri motivi, personali, qualcuno più grave, doloroso, ad averci lasciato un po' più soli. e la piccola rete di solidarietà che ormai lega tutti noi già di nuovo si svolge, nel sapere, nel cercare, notizie l'uno dell'altro. la mamma di margherita è una giovane donna immediata, spontanea, aperta. così il suo sorriso. il suo stringere la mano. il suo presentarsi semplicemente col nome - per tutti, solo il nome - ed il suo sguardo, nel quale è facile riconoscere identico lo sguardo di margherita. rimane con noi. assisterà alla lezione. spengiamo la luce della sala. andiamo oltre gli esercizi, stasera. giochiamo direttamente sul testo. non conosce ancora, daniela, il brano che ha catturato le nostre più recenti ore in laboratorio: galileo, di achille campanile. ne approfittiamo per riprendere la lettura. per ulteriormente approfondire, non ripetere, le cose già dette. ed altre cose vengono alla superficie. anche queste, come le altre, non casuali, ma dettate da un'indagine analitica che non prescinde dal contesto storico in cui campanile scrive e da quello, diverso, all'interno del quale prende vita galileo. sono puntuali, molto precisi, i riferimenti di campanile alla verità storica dei suoi personaggi. sul granduca ci soffermiamo adesso. sul suo voler capire, conoscere, fino a quasi farlo assurgere a bramosìa, il modo con cui galileo è riuscito a compiere la scoperta sulla validità, sebbene soggetta a critiche, della rivoluzione copernicana. sembra quasi indifferente il granduca alla vera rivoluzione di galileo: l'aver sovvertito gli insegnamenti aristotelici, confutati da un brano della bibbia, e roccaforte della dottrina della chiesa della controriforma, che lo condurrà fino all'abiura nella chiesa della minerva, a roma. è più interessato a quel "colpendolo" che lui intuisce, in vece di "col pendolo", che è causa della scoperta del movimento della terra. ecco dunque che campanile, indirettamente, dà un affresco di un potere, di una burocrazia, estremamente sorda, accentrata su se stessa, interessata molto più a ciò che può accrescere il suo potere piuttosto che la conoscenza, o cultura, intesa come bene di tutti. ai tempi di galileo, come a quelli di campanile, così come tristemente oggi... è un colore in più quello che adesso - io, i ragazzi, noi - troviamo lungo il nostro percorso interpretativo. quel piccolo tassello che fa sì di non relegare il granduca ad un semplice ruolo di spalla, ma pur nel suo essere un personaggio chiaramente di appoggio allo svolgersi del piccolo brano di cui galileo è protagonista, adesso assume quella dignità che ne rende più affascinante l'interpretazione. due mondi: la scienza e la politica, la cultura e il potere, la passione e la razionalità, l'essenza e la forma; si contrappongono ora, improvvisamente, dinnanzi a noi. scoprire un simbolismo intimo, profondo, in una scena apparentemente solo ironica, comica... altri piccoli passi... altre forme che assume di fronte ai nostri occhi la magia del teatro... riprendiamo a provare, partendo dall'ingresso in scena di galileo. esigo più precisione. più verità. meno casualità. meno ricorrere alle nostre risorse, al nostro quotidiano. e quanto già fatto nei giorni passati adesso sembra improvvisamente poco. sempre più comprendiamo l'importanza dello sguardo nel rapporto tra due personaggi. e la necessità di fissare "istantaneamente" il nostro agire in scena. per non farlo sfuggire, scivolare, gettarlo via... per poterlo consegnare al pubblico. trasmetterlo. dargli vita. ed anche nell'ingresso in scena di galileo è di nuovo ricorrente la parola "pensiero". pensiero che vive nella spinta emotiva - la sua recente scoperta - che anima Il condursi di galileo... pensiero che vive nel avvicinarsi dello scienziato al granduca, recando per la prima volta il risultato sperato di antichissimi studi e osservazioni... pensiero che vive nell'accostarsi al suo signore e pronunciare innanzi a lui l'annuncio di una nuova scienza. e restare inascoltati. ciò accade. comicamente, ciò accade. è negato l'ascolto, a galileo. e con l'ascolto la sua dignità... la sua credibilità... di scienziato. ma tutto questo è fra le righe. serve forse a chi interpreta per cercare quella verità che ogni volta che "siamo" teatro, il teatro stesso invoca da noi; ma nulla di quanto detto dovrà mai privare il testo della sua innata comicità, della sua ironia, del suo gusto per il gioco... per l'artificio verbale... di campanile stesso. ecco dunque che il nostro procedere diviene un andare per piccoli passi lungo un camminamento strettissimo; senza mai ostentare verso facili intellettualismi ma senza poter prescindere dalla ricchezza dell'approccio intellettuale col testo; senza mai cedere al gusto per una comicità facile e guitta ma restituendo senza avarizia alcuna il sorriso che interamente pervade il testo di campanile. i ragazzi mi ascoltano. a volte mi chiedo quanta pazienza sia in loro. o quanto amore per quello che il teatro, o questo nostro modo di vivere il teatro, continua, senza posa, a chiedere loro. continuiamo ancora a provare. la sincronia nei movimenti. la percezione dei "fuochi" in teatro che si spostano da un interprete all'altro. la consapevolezza dell'essere in due. l'ascoltarsi. i tempi. il non prevaricare ed il non abbandonare il compagno. ancora equilibrio. ancora misura. ancora voglia di sbagliare e di ricominciare a provare. non è diverso da quello che si svolge attorno ad un "vero" palcoscenico il gioco del teatro nelle officine. ed al palcoscenico timidamente abbiamo voglia di cominciare a pensare. non in forma di saggio. cominciare ad ambire a qualcosa che ci appartenga, che parli di noi... che dica di noi... che sia frutto di tanti giorni trascorsi a seminare seme dopo seme... che sia teatro... che lo sia davvero... le ore corrono velocemente anche stasera che decidiamo di smettere un po' prima. negli occhi dei ragazzi uno sguardo di mille sapori. misto di rabbia... di soddisfazione... di curiosità... di stanchezza... di desiderio di non fermarsi ancora... la mamma di margherita è stata seduta da una parte, in silenzio, accanto al proscenio. il suo sguardo non ci ha abbandonato un solo istante. sorrido. spero che siamo riusciti a non stancarla troppo... raccogliamo la nostra roba e ci avviamo verso l'uscita. sono a piedi. daniela stasera mi dà un passaggio fino a casa. parliamo ancora. parliamo a lungo. parliamo di teatro... ......next back |