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diario d'officina

ritornano pagine usuali...
consumate fino a notte.
istante per istante.
oltre il nostro vecchio portone di legno...
ed ancora ciottoli da raccattare... o da deporre...
ancora una via di cui non si intuisce la meta...
ed infinite immaginifiche vivono.
ancora il sottilissimo filo di un sogno
a legare senza nodi.
non più grande
del refe ordito dalle graziose mani della  "regina mab"...
e non diversamente dai suoi,
filo che è vano spezzare...
perché non vi sono lame
capaci di recidere
i tessuti dell'anima - i più intimi -
ove si dipingono
le voci... i mercati... i vicoli...
i volti...
...ed i sogni...
quelli di ognuno...
quelli che unici rubano alla realtà le loro tinte
e vivono
tra le pareti delle officineteatrali.
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lascio i miei vestiti scivolare in terra.
li ripiego con cura
li ripongo nella sacca...
tra appunti... fogli... libri...
e parole.
le mie... le loro...
il pensiero di tante cose da dire ancora...
da ascoltare...
instancabilmente...
di nuovo indosso i miei abiti di ogni giorno.
lo zaino sulla spalla... le chiavi in mano...
mi avvio anche stasera...
spengo le lampade...
buio...
ma la luce rimane con me...
non quella dei freddi neon al soffitto.
non quella...
una luce lieve... donata... rubata...
sagoma ombre di verità cercate.
le mie...
le loro...
le nostre...
immagino di portarla via.
anche solo un riverbero. minimo.
nella sacca...
tra gli appunti... i fogli...
una maglia ripiegata con cura...


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venerdì, 20 ottobre 2006
ci avrebbe raggiunto dopo metà ottobre.
così è stato.
un lungo abbraccio.
un sorriso.
poche parole.
tanto è bastato
ad accogliere di nuovo daniela tra noi.
e ritrovare intatta
la voglia di dirsi
le "nostre" cose.
tornare a sedere,
insieme agli altri,
intorno al nostro "desco".
e condividere,
spezzandolo con le mani,
il cibo semplice,
povero,
che sera dopo sera
imbandisce la nostra tavola.
finiscono di cambiarsi,
i ragazzi.
daniela indossa
la sua maglietta nera,
un po' pesta
tirandola via dalla sua borsa.
e mi colpisce
quella maglietta non stirata.
mi dà improvvisamente
- vero, completo -
quel senso di instabilità,
di un nuovo equilibrio
cui tendere,
di precarietà
- sempre diversa -
che ci conduce
fin dentro "l'idea" delle officine.
dentro fino
alla più intima essenza.
è come se in quella maglietta
- e non casualmente -
prendessero una loro forma
le parole scambiate
poco prima con maria:
che non serva a volte
più di una frase
per rimettere in discussione
certezze che si ritiene siano ormai acquisite...
e sul nostro "desco"
l'oro di cui si tinge la crosta del pane
non è mai lo stesso.
mai lo stesso il sapore...
a volte vorrei riuscire
a fermarli
i mille pensieri
che senza tregua
si inseguono
tra le pareti delle officine.
dirli ai ragazzi.
condividerli con loro.
non è sempre facile.
né semplice.
ed è forse giusto
il ritmo che abbiamo
impresso al nostro incedere.
le cose senza fretta.
un po' per volta.
ma puntualmente.
quando è il loro tempo.
il tempo in cui i pensieri
divengono parole.
e pronunciate
- queste -
subito si tramutano in fatti.
così scrive kureishi.
così io credo.

nuovi esercizi anche stasera.
ancora sulla respirazione.
ad essa
riprendiamo ad associare
il movimento.
una tensione,
scevra da ogni rigidità,
verso un'apertura.
inspirare come accogliere.
espirare come offrire.
più profondamente
analizziamo la volontarietà del gesto
ed il controllo
degli atti respiratori.
non ha alcuna difficoltà,
daniela,
ad integrarsi
in un lavoro
che ha la sua genesi
nel lavoro condotto lo scorso anno.
piccole pause
interrompono la sequenza
degli esercizi.
secondi in cui
ci scambiamo sensazioni
sulla risposte che il nostro fisico
offre al nostro lavoro.
e sulle immagini
a cui spesso ci leghiamo
per dare maggiore efficacia,
concretezza,
a quegli stessi esercizi
che mai smettono
d'essere banco di prova.
confronto
con se stessi. 
e proprio su una immagine
finalmente svaniscono
blocchi inapparenti,
quanto concreti,
che margherita
a volte accusava.
è bellissimo
pensare che quelli
che appaiono
come macigni
improvvisamente
si sgretolano
innanzi alla levità
di un'immagine.
ne sorridiamo insieme,
io e margherita.

stasera non lavoreremo sul corpo.
è una scelta.
una pausa voluta.
come per dimenticare
per una sera
il lavoro fino ad oggi svolto.
abbandonarlo.
ed insieme sfuggire il rischio
che un meccanicismo
si impossessi
delle nostre azioni.
evitare che un ritmo esterno
possa scandire un agire
volto invece a rivelare
un ritmo,
eterogeneo in ognuno,
che è dentro di noi.
silente.
ed a questo ritmo,
a questa musica,
vogliamo tornare a dare voce.
rivelarlo a noi stessi.
per primo, a noi stessi.
e poi muoverci su quelle nostre note.
controllandole.
determinandole.
non più subendole.
stiamo scrivendo nuove pagine.
con la respirazione.
col corpo.
è come riporre
quel quaderno dentro un cassetto
per qualche tempo.
giusto il tempo
di staccarsi da quelle parole.
staccarsi
per poi rileggerle
e lasciare che si rivelino
cose che erano forse
troppo vicino agli occhi
per riuscire a distinguerle.

spegniamo la luce.
giochiamo.
è il "ritorno", stasera,
l'oggetto delle nostre improvvisazioni.
il ritorno in un luogo,
sia esso reale o metaforico,
dal quale qualcosa,
qualcuno,
mi ha allontanato.
o io stesso,
volontariamente,
ho tenuto distante da me.
ed in quel luogo,
adesso,
di nuovo io approdo.
la libertà
di creare
una qualsiasi verità
è ancora l'unico privilegio
concesso ai ragazzi.
nessun parlare.
nessun mimare.
ed ancora l'obbligo
di incidere
la mia scena
tra un ingresso
e una uscita.
tra il vissuto che mi ha condotto
ed un futuro
verso il quale
sono proteso
dal mio essere "ora e qui".
non mi stanco
di rispondere alle domande
che i ragazzi mi pongono
prima di cominciare a giocare.
tutt'altro.
ognuna è motivo
per aggiungere qualcosa di nuovo.
qualcosa di non ancora detto.
per approfondire.
per cercare insieme
una verità da vivere.
anna mi dà poi lo spunto
per sottolineare l'importanza
che assume stasera
ciò che mi conduce
in scena,
ciò che mi induce
a scegliere di ritornare,
o ad un ritorno
mi obbliga.
sono cose che il pubblico non vede,
non sa.
cose che non ho il modo
di dire o raccontare.
non dentro questo tipo di improvvisazioni.
ma sono cose
che non posso
non consegnare alla platea.
poiché proprio esse
fanno parte
di quel vissuto
da cui la mia "verità",
ogni verità,
prende corpo
né mai può prescindervi.
le improvvisazioni si susseguono sul palco.
mai banali.
mai scontate.
mai facili.
emotività che appartengono
al nostro personale vissuto
tornano fuori.
solcano improvvisamente
il viso di qualcuno.
in una lacrima.
ci fermiamo.
analizziamo percorsi possibili.
invento un vissuto
non percorribile dai ragazzi,
provocando in loro
la spinta a crearne
uno proprio.
ed in ogni improvvisazione
li spingo poi a distinguere
quanto vi sia di "assolutamente necessario"...
e quanto invece
non abbia alcuna valenza
nell'incedere scenico.
a tal punto
da poterlo "tagliare" via
senza che minimamente
muti,
o si alteri,
la verità
del "personaggio" breve
cui ciascuno dà vita.
ed ancora insisto
sulla necessità
fondamentale
di un ingresso in scena
e di una uscita di scena.
non quali
momenti semplicemente estetici
del mio agire,
ma elementi fondamentali,
"strutturali",
di una verità
che se si rivelasse
tale
solo per i pochi minuti della mia azione scenica
perderebbe la sua stessa essenza
riducendosi
ad un banalissimo esercizio.
è ancora geniale, patrizia...
vibrante di drammaticità, maria...
ma entrambe le improvvisazioni,
prive di una motivazione che conduce in scena
e che dalla scena porta poi via,
sono comprese
in un "nulla"
che certamente non basta
ad offrire risposte leggibili
al "perché" di una presenza,
di un'azione,
di una verità.
ove l'unica verità,
ancora una volta,
non è mai quella che io vivo,
ma quella che sono capace
di far vivere
in chi mi guarda.
ci si chiede che rapporto ci sia
tra il gioco in laboratorio
e la traslazione "teatrale"
di quella stessa azione.
non basta una luce che si accende
o un proiettore che va al buio,
o una scenografia,
o un costume,
o del trovarobato
a dire la verità
di un personaggio.
artifici che da soli
servono più a dire
un'inconsistenza
che a rivelare
gli essenziali tratti
che lasciano il mio personaggio
ambire ad una sua vita,
ad una sua "verità".
su queste considerazioni
nasce fitto
il confronto.
le domande
cedono il passo ad altre domande.
come una catena
senza soluzione di continuità.
ancor più provoco
la dialettica del nostro confronto
poiché nessuno,
nelle officine come altrove,
è depositario di alcuna verità.
il teatro,
il nostro teatro,
si agita rumorosamente
dentro ognuno di noi
ma non è mai in noi
la vita cui ambisce.
quella vita
è in chi vita gli riconosce...
in chi esclama
"ti credo!"...
in chi rimane
inchiodato sulla poltrona
catturato da un'emozione
che si svolge innanzi ai suoi occhi...
è lì la "vita"
cui tendo...
non solo in me...
mai solo in me...
se così fosse
i sottoscala
traboccherebbero
di attori e di specchi...
più passi condurremo
dentro il nostro essere teatro,
più il nostro sentiero
sarà assimilabile ad un  viottolo contorto...
e quel viottolo
l'attraversa per intero
la mia anima...
ed a volte
è anche un lieve malessere
compagno spesso alla mia ricerca...
andando verso un teatro
ove non vi sono sottoscala Né specchi...
né "attori"...
quasi mai...
nemmeno quelli...

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