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diario d'officina

ritornano pagine usuali...
consumate fino a notte.
istante per istante.
oltre il nostro vecchio portone di legno...
ed ancora ciottoli da raccattare... o da deporre...
ancora una via di cui non si intuisce la meta...
ed infinite immaginifiche vivono.
ancora il sottilissimo filo di un sogno
a legare senza nodi.
non più grande
del refe ordito dalle graziose mani della  "regina mab"...
e non diversamente dai suoi,
filo che è vano spezzare...
perché non vi sono lame
capaci di recidere
i tessuti dell'anima - i più intimi -
ove si dipingono
le voci... i mercati... i vicoli...
i volti...
...ed i sogni...
quelli di ognuno...
quelli che unici rubano alla realtà le loro tinte
e vivono
tra le pareti delle officineteatrali.
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lascio i miei vestiti scivolare in terra.
li ripiego con cura
li ripongo nella sacca...
tra appunti... fogli... libri...
e parole.
le mie... le loro...
il pensiero di tante cose da dire ancora...
da ascoltare...
instancabilmente...
di nuovo indosso i miei abiti di ogni giorno.
lo zaino sulla spalla... le chiavi in mano...
mi avvio anche stasera...
spengo le lampade...
buio...
ma la luce rimane con me...
non quella dei freddi neon al soffitto.
non quella...
una luce lieve... donata... rubata...
sagoma ombre di verità cercate.
le mie...
le loro...
le nostre...
immagino di portarla via.
anche solo un riverbero. minimo.
nella sacca...
tra gli appunti... i fogli...
una maglia ripiegata con cura...


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venerdì, 27 ottobre 2006
lucia e paolo sono appena andati via.
esco sul vicolo per un po'.
il venerdì sera
mi scivola addosso
incrociando
gli  sguardi
diversi
di ognuna delle persone
che da questo stretto vicolo
- come un budello di vita -
prendono a penetrare
trastevere fino al suo cuore.
il tabacco della mia sigaretta
brucia in fretta.
un'ultima nube di fumo,
poi rientro.
il laboratorio, vuoto,
le luci accese...
sembra quasi essere
all'interno di un grande guscio
- intatto -
che aspetta d'essere infranto
dalle nostri voci.
adesso è silenzio.
qui dove siedo
troppo lontane,
inconsistenti,
indistinte,
giungono le voci...
i rumori di fuori...
e sono quegli attimi
in cui non più diafane
affiorano
le voci di dentro.
stendo le mani sul palcoscenico,
inconsapevolmente.
i miei piedi sulle mattonelle
che la fuga
svanisce ai miei occhi
giù in fondo alla sala.
ed io sono lì.
seduto su quella linea immaginaria
che è confine
tra un luogo dove inseguiamo verità
per rivelare nient'altro che una bugia,
ed un altro dove le bugie
sanno vestirsi indifferentemente
di un sorriso o di una lacrima
per celare verità semplici.
e mi chiedo dove davvero
abbia più vita,
più verità,
il "teatro".
fuggo riflessioni
da vicolo cieco
riaprendo la porta
alla reale fiumana, stasera,
che scorre lungo la straduzza "del cedro".
e già scorgo daniela.
è la prima, stasera.
entriamo dentro,
aspettando gli altri...
un po' di ritardo...
la caotica roma
del venerdì sera
è ancora la splendida rea
della nostra attesa.
arrivano poi,
tutti insieme,
i ragazzi.
solo il tempo per cambiarsi
e siamo di nuovo
"insieme".
lavoriamo a terra, sulla respirazione.
esercizi mirati
ad "ascoltarsi"...
a misurare il proprio respiro
rilasciando le tensioni
che inevitabilmente,
giorno per giorno,
trovano in noi
facile appiglio.
la schiena non inarcata,
poggiata sul tappetino verde
come a voler lasciare
l'orma del proprio corpo...
il diaframma si dilata lentamente...
immagini empiono
la pausa di apnea...
e su quelle immagini
soffia il respiro, infine.
gli esercizi schiena contro schiena
per sentirsi l'uno con l'altro.
rubando, prima, l'aria al compagno;
ed al compagno, poi, di nuovo
cedendola.
fino a quando
è quasi un solo polmone a ventilare,
senza soluzione di continuità alcuna
l'uno con l'altro.
nemmeno stasera
lavoriamo ancora sulla voce.
voglio sentire in loro,
nei loro esercizi,
quella sicurezza
e quella precisione,
che poi sarà
tangibile
nell'emissione di un suono,
nella modulazione di una nota,
nella determinazione di una battuta.

una breve pausa
prima di dare inizio
al lavoro sul corpo.
non è diverso
il nostro esercizio di base.
i passi...
il movimento della testa...
coordinati tra loro,
dissociati nel ritmo.
ma ogni sera
è un progredire
dentro una nuova sequenza.
sfuggendo ogni meccanicismo
e sempre muovendosi
dentro un immaginario
che nell'esercizio stesso
trova una sua verità.
coinvolgiamo l'articolazione
della gamba di appoggio
e del braccio opposto.
elementi che si aggiungono
ai passi ed al movimento della testa.
lentamente,
cercando di capire,
di far propria la dinamica
di un'azione
mille volte ripetuta
nell' "involontarietà"
del nostro agire di ogni giorno
ma che adesso
deve essere forzata
ad una "volontarietà"
che immediatamente
rivela l'istintivo rifiuto
del nostro corpo
agli impulsi
che la nostra mente
vuole adesso imporre.
non si smette di provare.
i ragazzi lungo il corridoio
o attraverso la sala.
li seguo.
proviamo insieme.
correggo.
non importa far bene adesso.
adesso più importante
è sbagliare.
ma sbagliare
sempre in modo diverso.
sono parole che ripeto ogni volta.
non è il laboratorio,
così come le prove in teatro,
un luogo dove dimostrare qualcosa.
dove "far bene".
è un luogo dove confrontarsi,
dove scontrarsi,
dove dialogare,
dove cercare,
dove trovare,
dove crescere.
così come in teatro durante le prove.
nulla di differente.
poi, finalmente,
i tentativi ripetuti
assurgono ad una prima forma...
in tutti...
non chiedo di più.
non stasera.
la prossima, sì.
la prossima sera vorrò qualcosa di più.
e sarò avido nel chiederla.

spegniamo le luci.
giochiamo.
ci sono sere
in cui le officine
smettono la loro veste di laboratorio
ed assumono le sembianze
di una antica bottega
ove si custodiscono preziose gemme
che raramente si mostrano.
piccoli gioielli
nascosti nel doppio fondo
del cassetto di un bancone
da lavoro.
e tra macchie d'unto,
legno sfregiato,
mozziconi di cera,
si stendono quelle "gioie"...
e nel loro riflesso
svaniscono le ombre
cedendo ad una luce
mai conosciuta.
così questa sera.
già anna e daniela
avevano tracciato,
con le loro improvvisazioni,
la misura di una verità
intorno alla quale
per tante sere
abbiamo giocato.
scoraggiandoci, anche...
io e loro...
credendo a volte
di pretendere troppo,
e troppo presto,
l'uno dagli altri.
e da se stessi, anche.
serate in cui
avvertire
l'incompletezza
del proprio ambire
ad "essere" verità,
assume un peso
che grava
forse più di quanto realmente possa.
o debba.
ma quelle prime improvvisazioni
ci danno finalmente
l'opportunità
di dialogare su "qualcosa"...
hanno "consistenza"...
"sono".
ed analizziamo
come un semplice
movimento del corpo,
anche solo uno sguardo,
possa restituire
alla platea
"verità" totalmente diversa...
una fuga da qualcuno...
una fuga da qualcosa...
una fuga da se stessi...
non è importante "montare" una scena
tratta da una improvvisazione.
non avremmo fatto altro
che raggiungere
una meta
che le nostre parole,
il confronto fra noi,
brevi passi sul palcoscenico,
avevano già rivelato in ogni sua completezza.
andiamo avanti.
giochiamo ancora.
ne abbiamo voglia.
tutti.
il silenzio che ci avvolge
nella penombra
è il metro
di una tensione
- una tensione "buona" -
ora tutta rivolta alla scena.
agnese...
patrizia...
senza parlare...
senza mimare.
delicatissime storie
intessute
su un ordito lievissimo.
sospeso tra cielo e terra,
invisibile tangibilissimo filo,
che agnese percorre
ogni legge di gravità,
ogni principio di fisica,
ma colma di una verità
che ci conduce
a distinguere
la canapa della corda
su cui è sospesa...
il colore... lo spessore...
l'altezza alla quale è tesa...
poi un piccolo passo...
verso un'altra corda sospesa?
verso la terra?
infiniti significati in quel passo...
ed si coglie in quel gesto
una "verità" che staccandosi
dalla scena
vive in ciascuno
disegnando il nuovo percorso
che quel "funambolo"
vuole si tracci
"oltre la scena"...
un percorso
che si nega agli occhi
ma che si rivela nitido
dentro ognuno di noi .
rarefatta atmosfera
avvolge l'improvvisazione di patrizia.
un dialogo
oltre un vetro.
barriera invisibile
e invalicabile.
misuratissimi gesti
a sottolineare uno sguardo
assetato di cosa da dire
ma costretto al silenzio
da una fredda lastra invisibile.
non importa che fosse un carcere...
o il finestrino di un treno...
o una "macchina" all'interno
della quale
una malattia costringe.
intatta è arrivata
la verità
di una impossibilità
di comunicare...
intatta l'emozione...
il resto
- io pubblico -
voglio... devo crearlo...
ed abbandonarmi
alla leggerezza di un'emozione...
queste le piccole gemme
rivelate
sul nostro bancone d'officina...
ripenso all'ultima serata
vissuta insieme...
a quel nostro "fare"
volutamente "goliardico"...
a quel rompere un meccanismo
per ritrovare
lo stesso meccanismo
che sembrava smarrito...
a quel gioco dentro il gioco...
dichiaratamente, dentro...
e ripenso a stasera...
aspettando gli altri...
ai miei pensieri...
a quante nostre piccole verità
per dire piccole "bugie"...
e quanta fatica
dietro ogni "bugia" rivelata...
e mi rendo conto
ancora una volta
che non ci sono regole
per dare vita ad un teatro
che mai potrebbe "essere"
senza rigidissime regole...
...e forse la "verità" di ogni giorno
dovrebbe arricchirsi
dello stesso rigore
delle nostre "bugie"...


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