il laboratorio la didattica i corsi la struttura la stagione direzione artistica info
 
diario d'officina

ritornano pagine usuali...
consumate fino a notte.
istante per istante.
oltre il nostro vecchio portone di legno...
ed ancora ciottoli da raccattare... o da deporre...
ancora una via di cui non si intuisce la meta...
ed infinite immaginifiche vivono.
ancora il sottilissimo filo di un sogno
a legare senza nodi.
non più grande
del refe ordito dalle graziose mani della  "regina mab"...
e non diversamente dai suoi,
filo che è vano spezzare...
perché non vi sono lame
capaci di recidere
i tessuti dell'anima - i più intimi -
ove si dipingono
le voci... i mercati... i vicoli...
i volti...
...ed i sogni...
quelli di ognuno...
quelli che unici rubano alla realtà le loro tinte
e vivono
tra le pareti delle officineteatrali.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
lascio i miei vestiti scivolare in terra.
li ripiego con cura
li ripongo nella sacca...
tra appunti... fogli... libri...
e parole.
le mie... le loro...
il pensiero di tante cose da dire ancora...
da ascoltare...
instancabilmente...
di nuovo indosso i miei abiti di ogni giorno.
lo zaino sulla spalla... le chiavi in mano...
mi avvio anche stasera...
spengo le lampade...
buio...
ma la luce rimane con me...
non quella dei freddi neon al soffitto.
non quella...
una luce lieve... donata... rubata...
sagoma ombre di verità cercate.
le mie...
le loro...
le nostre...
immagino di portarla via.
anche solo un riverbero. minimo.
nella sacca...
tra gli appunti... i fogli...
una maglia ripiegata con cura...


index

 



lunedì, 30 ottobre 2006
i dialoghi si intrecciano tra loro.
spesso apparentemente
senza una logica...
e i gesti, i segni, le parole,
proprio su questo piccolo palco,
ogni giorno assumiamo
sempre più profondamente
né mai hanno - univoca -
una loro direzione...
dedalo di vicoli
per raggiungere,
e distinguere infine,
una verità.
in pari modo,
intricandosi,
le "nostre cose" tracimano
coinvolgendo
naturalmente
linguaggi diversi.
un'ennesima improvvisazione
diviene una nuova
opportunità di scrittura
per i ragazzi che nella penombra
di questa sera,
che stasera giunge più veloce,
attendono in silenzio
di sedere attorno
al tavolino chiaro di legno
al quale ogni lunedì
consegnano
le parole dei loro racconti.
e la scrittura creativa
fluisce così,
senza fatica,
verso i primi tratti
della drammaturgia.
ed in momenti come questi,
che non casualmente
ho voluto rammentare,
il laboratorio
svanisce
e prende davvero forma
l' "idea"
di officine teatrali.

stasera, con noi,
ci sono alessia e gennaro.
non è stato necessario
presentarli ai ragazzi.
quando li raggiungo,
dopo la lezione di scrittura,
stanno già tutti parlando tra loro.
daniela, sulla porta,
sfila via il casco.
agnese conclude
una telefonata.
per me qualche minuto di pausa
dialogando con loro.
poi tutti insieme.
sul palco.
gli esercizi di respirazione
aprono anche stasera
la nostra lezione.
vorrei che queste pareti
non fossero
il solo loro luogo deputato.
insisto sull'importanza
della quotidianità
nell'esercitare una corretta respirazione.
e mentre parlo mi soffermo ancora
su ciascuno di loro.
li "sento".
e il progredire
che avverto in ciascuno
non è più un dimostrare
qualcosa a me,
ma molto più a se stessi.
è realmente
il credere
in qualcosa
che non potrà non esulare da queste pareti...
non potrà non indossare
quegli abiti
cui solo la scena
restituisce unica dignità.
la scena.
non un episodico evento
raccattafondi
o catturaparenti...
ed ancora contrarre
e dilatare il diaframma
come catturando l'aria
da dietro la schiena
e rilasciarla, poi,
lungo la colonna vertebrale
come fosse un acutissimo spiffero
in forma di lama di coltello.
e finalmente, stasera,
riprendiamo gli esercizi sulla voce
che concluderanno
quella prima propedeutica
necessaria
al nostro nuovo approccio
al teatro scritto.
una "emme" masticata,
ponendo ancora particolare attenzione
all'articolazione del diaframma,
per rilasciare e riscaldare
le corde vocali.
questo il primo esercizio.
ne seguono altri.
non più impegnativi
del primo,
ma come il primo
mirati a tornare a fare vibrare
le note del nostro strumento.
con delicatezza.
- "come una carezza..."
frase che ripeto spesso...
così come io penso il teatro...
così come io vorrei donarlo
ogni qualvolta queste mura,
o le quinte di un teatro,
mi accolgono.
dopo un ultimo esercizio
"di recupero",
di rilasciamento e distensione
delle corde vocali,
una breve pausa.
alessia ha fame.
un pacchetto di crackers
e subito riprendiamo a lavorare sul corpo.

l'ultimo esercizio
solo per ripetere
una sequenza corporea,
solo per recuperare
un ritmo proprio,
di dentro,
che si manifesta,
che si è già manifestato,
in quel breve
succedersi di passi.
poi di nuovo
torniamo a rendere più "complesso"
- articolato -
il nostro agire...
due ritmi diversi
adesso
scandiscono la nostra azione...
il primo, in due tempi;
l'altro, in tre...
è coordinare e dissociare, insieme...
è costringere ancora
il nostro corpo
ad una volontarietà
a cui non è avvezzo...
eppure sono "gesti"
che involontariamente,
quotidianamente compiamo...
nel percorrere una rampa di scale...
nel cambiare di mano una borsa...
nel ricambiare il saluto di un amico che ci incrocia per via...
quotidianità
che in teatro
smarrisce il suo "essere"
per divenire un mostrare,
o dimostrare,
a volte goffo,
privo di ogni naturalezza
...di ogni verità.
scindiamo dapprima i movimenti.
dal centro del palmo della mano
come originasse un filo
annodato
alla gamba d'appoggio,
la prima che muove i miei passi.
e sollevando il braccio
anche la gamba,
piegandosi ad angolo retto,
costretta da quell'immaginario filo,
si solleva.
solo la gamba d'appoggio
ed il braccio ad essa opposto.
ma il movimento
"senza marcare"...
senza incidere
un tempo al mio muovere i passi,
ma "creando" un tempo
che scorra senza accenti,
o pause,
o "sospensioni"...
e di nuovo inventiamo
una "immaginifica verità"
che restituisca "verità"
al nostro "anomalo" camminare.
si prova singolarmente.
come sempre.
poi a coppia.
come sempre.
poi a file sfalzate.
come sempre.
poi tutti insieme.
e quel movimento
- così "anomalo"... così strano...-
restituendo una sua "verità"
immediatamente
assurge a "teatro".
non è semplice
aggiungere l'altro movimento,
quello della testa,
in tre tempi...
lo proviamo solo per poco...
come saggiarlo...
non voglio andare oltre.
mi alzo per dare ancora una piccola pausa.
tutto intorno,
sul palco,
alle mie spalle,
i ragazzi,
guardandosi l'uno l'altro,
provano quella sequenza
che adesso appare impossibile...
sorrido...
pausa...

spegniamo la luce.
giochiamo.
è ancora un giro di improvvisazioni
da concludere.
le stesse dell'ultima sera scorsa.
le stesse sulle quali mi soffermo a parlare ancora una volta.
ho voglia di raccontare di patrizia e di agnese.
ho voglia di raccontare di un'emozione provata.
ho voglia di un'emozione ancora.
la stessa voglia che mi cattura
prima che si apra il sipario
e la luce ceda al buio...
all'incanto...
è un'atleta, daniela...
una donna in un parco, maria...
due storie diverse.
due storie che diversamente
ci raggiungono.
due storie che ugualmente
potremo provare a raccontare.
e le ripenso adesso che scrivo.
ripenso al loro agire.
al loro vivere la scena.
alle mie provocazioni
durante l'improvvisazione.
alla tensione, vera, in entrambe...
al loro dar vita ai propri personaggi...
alla "verità" che ciascuno di essi
veicolava...
ed è tutto dentro una misura.
tutto è corretto.
giusto.
quadrato.
ma entrambe, pur nella loro "verità",
di qualcosa ci hanno privato...
di qualcosa che non si può narrare...
che non si può definire...
che non si può suggerire...
mi viene in mente un racconto,
un qualsiasi racconto...
le parole, una accanto all'altra,
scritte con lo stesso inchiostro,
le pagine uguali,
la divisione in capitoli,
i numeri stessi delle pagine...
ed una storia narrata...
semplicemente una storia...
ma da quelle parole,
da quelle pagine,
da quei capitoli,
affiora qualcosa che la storia non narra...
non dice...
è quell'emozione
che mi conduce non a leggere,
ma a vivere quel racconto...
ad immaginare ciò di cui le parole
sono semplicemente forma che racchiude...
opalescente membrana... sottilissima...
che si lascia attraversare...
penetrare...
oltrepassare...
fino a rivelare un "palpito vitale"
che l'autore può indurre...
provocare...
non descrivere...
non ho visto i pantaloncini che indossava daniela...
non ho visto il tartan della sua pista...
non ho avvertito l'odore di sudore...
e la rabbia...
la delusione per un risultato non conseguito...
così il prato di maria, senza un colore forte...
definito...
il cinguettio di un uccello caduto dal nido...
lo stormire dei rami degli alberi...
"ho visto" le loro parole...
chiare, nitide, nette...
forse avrei voluto non vederle...
penetrarle quelle parole, questo avrei voluto...
alessia, poi.
non mi soddisfano le sue prime improvvisazioni.
altre parole.
voglio di più.
la provoco.
non mi basta.
non ci basta.
la provoco.
e ci trasporta, alessia,
senza alcuna fatica,
in una piccola sala affollata
dentro un museo...
una pinacoteca...
una mostra...
ed è un quadro, tra gli altri...
uno solo...
alessia lo guarda...
si allontana...
poi torna ancora
e non vista, protende una mano...
fino a toccarla quella tela...
ed è una piccola storia d'amore
quella che alessia ci dona...
quella che dal nostro piccolo palco
invade la sala...
e ci costringe al silenzio...
a notare i suoi più piccoli gesti...
a seguirla...
inseguirla...
attenderla...
ed ognuno di noi,
nel silenzio della penombra,
ha vissuto il proprio quadro...
intuito colori...
distinto sfumature...
ha vissuto.
per un attimo, la propria tela, ciascuno ha vissuto.
mentre le "parole" di alessia
si staccavano dal quel palco
e senza alcun rumore
si aprivano un piccolo varco
in ciascuno di noi...

teatro...
nulla di più...

.....next
back
 

  ©le Officine Teatrali - tutti i diritti riservati - credits