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diario d'officina

ritornano pagine usuali...
consumate fino a notte.
istante per istante.
oltre il nostro vecchio portone di legno...
ed ancora ciottoli da raccattare... o da deporre...
ancora una via di cui non si intuisce la meta...
ed infinite immaginifiche vivono.
ancora il sottilissimo filo di un sogno
a legare senza nodi.
non più grande
del refe ordito dalle graziose mani della  "regina mab"...
e non diversamente dai suoi,
filo che è vano spezzare...
perché non vi sono lame
capaci di recidere
i tessuti dell'anima - i più intimi -
ove si dipingono
le voci... i mercati... i vicoli...
i volti...
...ed i sogni...
quelli di ognuno...
quelli che unici rubano alla realtà le loro tinte
e vivono
tra le pareti delle officineteatrali.
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lascio i miei vestiti scivolare in terra.
li ripiego con cura
li ripongo nella sacca...
tra appunti... fogli... libri...
e parole.
le mie... le loro...
il pensiero di tante cose da dire ancora...
da ascoltare...
instancabilmente...
di nuovo indosso i miei abiti di ogni giorno.
lo zaino sulla spalla... le chiavi in mano...
mi avvio anche stasera...
spengo le lampade...
buio...
ma la luce rimane con me...
non quella dei freddi neon al soffitto.
non quella...
una luce lieve... donata... rubata...
sagoma ombre di verità cercate.
le mie...
le loro...
le nostre...
immagino di portarla via.
anche solo un riverbero. minimo.
nella sacca...
tra gli appunti... i fogli...
una maglia ripiegata con cura...


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lunedì, 20 novembre 2006
io non so leggere nel futuro.
non so quale domani
- se mai fosse inciso su qualche pietra -
è riservato
a questo gioco
severissimo,
e senza regole,
che è il nostro essere teatro.
viviamo ogni giorno
come se fosse il primo.
ed ogni giorno
come se non ce ne fosse
ancora un altro
da vivere.
- così ho imparato il teatro
dai miei maestri.
ad ogni prima... ad ogni debutto... ad ogni replica... -
e forse proprio in questo vivere
giorno per giorno
ci riconosciamo l'uno negli altri,
io e i ragazzi,
entrambi tesi verso un divenire
che si compie lentamente,
istante dopo istante,
senza mai smettere
di guardare ai giorni trascorsi.
e di ogni giorno vissuto,
in questi brevi anni, 
di ogni giorno
rimane qualcosa.
qualcosa di piccolo che sfugge
la cadenza fredda che il calendario
impone a queste stesse pagine.
piccoli eventi che certamente
non so più
ricondurre
ad una sera tepida o ad un pomeriggio uggioso.
ma credo che saprei,
ne sono certo,
rivivere i giorni delle officine
in un mai interrotto
succedersi
di tali minimi eventi.
scoperte.
o passi caparbi
che hanno avuto,
ed hanno voglia,
e forza,
di lasciare la propria orma
su una terra
altrimenti uguale.
solo spazzata dal vento.
quello stesso vento
che più di una volta,
inaspettatamente, spesso,
ci ha percosso,
ma al quale
mai abbiamo saputo piegarci.
né mai voluto.
così questa sera.
rivissuta adesso.
su questa pagina.
pagina che servirà a rammentare
una data.
solo una data.
poiché null'altro
servirà
a restituirci
viva ancora l'emozione
vissuta,
stasera,
tra le parti delle officine.
non ho voglia di dire,
non adesso,
di esercizi o diaframma...
dei gesti...
dei passi...
della cioccolata
consumata ridendo
durante i cinque minuti di pausa.
ho voglia di dire di una luce che si spegne.
di un gioco
che magicamente
riprende il suo corso
e che mai come stasera
si è rivelato
in nulla dissimile
da un'epifania.
attesa ambita desiderata...
sul palcoscenico quattro sedie.
casuale il numero.
altrettanto casuale
la disposizione
che ne faccio sul palco.
e da subito:
non più sedie.
un luogo.
fisico o simbolico.
così come ognuno le avverte,
quelle sedie.
così come ognuno
le vuole...
in piedi... rovesciate in terra... piegate su un fianco...
non più sedie.
e viverlo quel luogo immaginifico,
animarlo
ognuno insinuando tra quelle zampe di legno
e quella paglia intrecciata
il "proprio" luogo.
qualcuno ha già lavorato così.
per qualcuno è la prima volta.
mi soffermo ancora
a parlare
del significato più intimo
del nostro improvvisare.
vivere il teatro
come uno "pretesto"
per mettere a nudo se stessi...
le improvvisazioni
non per un "giudizio"
ma per se stessi.
e se stessi
per una verità da donare.
e quella verità,
emozione.
attimi di silenzio
dopo le mie parole.
le sedie sul palco,
così come io le ho lasciate.
i neon
sembrano quasi appiattirle
contro un fondale non nostro,
che racconta
di una roma di vino e d'estate...
di un tempo antico...
di una lingua non più usata,
intrisa delle parole e dei suoni
della gente che una volta
era questa stessa trastevere...
un fondale dipinto...
le "nostre" sedie...
un palcoscenico spoglio...
ed in quel "nulla"
di fronte a noi
distinguo i mille colori
di cui è capace
di vestirsi il teatro.
ogni teatro.
margherita spezza i miei pensieri.
salendo sul palco.
per prima.
non è necessario rammentare
o aggiungere qualcosa ancora.
so che entrambi vogliamo
trovare una via
lungo la quale
le cose di dentro
senza attrito alcuno
adesso fluiscano.
e ci basta guardarci
per dire.
semplicemente guardarci.
pochi passi decisi, i suoi.
immediatamente
verso le sedie.
afferrandole,
strette,
tra le mani.
e trascinandole, poi...
una per una...
fino a formare
una rima continua...
un cammino...
un ponte...
e per qualche istante
si ferma margherita,
oltre quel sentiero
di sedie
che adesso
appare quasi sospeso nel nulla.
lo guarda.
poi movimenti lenti.
salendo sulla prima sedia,
più lenti i suoi movimenti.
i passi misurati,
mai più di uno per sedia.
ma passi decisi,
determinati,
sicuri.
senza abbassare una volta lo sguardo.
senza guardarle, le sedie.
mai una volta.
mai prima di averlo percorso
fino in fondo
il suo cammino sorretto nel vuoto.
da niente, sorretto.
poi solo uno sguardo...
lievissimo...
rivolto alle sedie.
lievissimo.
mille significati
in quei gesti.
ci fermiamo.
ne parliamo.
ognuno dei ragazzi
con la voglia di dirla
l'emozione appena colta...
prendono corpo
nelle parole di tutti
quei frammenti di vita
che margherita ha voluto spogliare
d'ogni artificio...
frammenti di sé...
e non riflessa dentro uno specchio...
non stasera.
svelati, non ostentati,
con la verità
del proprio voler vivere,
respirare,
quelle sedie nude...
e vita,
alito,
ad esse donare.

tre sedie.
un cerchio imperfetto.
al di là,
dietro,
guarda altrove
l'ultima sedia.
alessia
sembra sorgere
tra le sedie,
come nata alla luce.
lentamente
prende posto
su ogni sedia.
diversamente,
su ogni sedia del "suo" cerchio...
ma come fosse  impossibile sfuggirle,
torna ogni volta a volgere lo sguardo
verso quell'ultima sedia.
appartata.
e però presente.
sempre più.
fin quasi a divenire incombente.
ed in quell'attimo
è come volesse sfidarla
quella sedia, alessia...
sfidarla
fino a salirci sulla sedia
e librare le braccia nel cielo
ed urlarla la sua rabbia,
il suo coraggio,
o la sua disperazione...
"Fallo!!!"
e scema, subito dopo,
l'irruenza...
in quel grido,
scema.
fino al silenzio...
quando il silenzio è parola...
e nel silenzio
accogliamo alessia tra noi,
ancora rapiti
dalla scena cui abbiamo assistito...
ancora rapiti
dal suo raccontare la morte
raccontando la vita.

uno per volta
i ragazzi raccontano la loro storia,
la loro favola.
vivendola, la raccontano.
ed il dialogo
ogni volta è un po' più serrato.
e l'aria sembra
fermarsi all'agire di ognuno,
quando ognuno agisce.

è maria, infine.
un quadrilatero di sedie.
nessuna vuota.
ognuna pian piano accoglie
gli occhi di maria.
ed accogliendoli
prende vita.
diversamente, vita.
una vita
che sembra comporsi
pezzo per pezzo.
un po' per volta.
ed invisibile armonia
a legare
quei volti che vediamo,
che distinguiamo,
nitidi,
solo nello sguardo
della nostra compagna, in scena.
ma poi,
come sradicandola da una terra ancora fertile,
ricca,
feconda,
maria porta fuori la sedia che le sta di fronte.
ed il suo sguardo muta.
e nell'eterno perpetuarsi di un girotondo
poi le altre sedie
scivolano lontano.
naturalmente.
senza sforzo.
naturalmente.
e maria resta sola.
sulla sedia.
a guardare
lo spazio vuoto
ove una volta
era qualcuno
che ora non è più.
è un lungo silenzio alla fine.
poi un applauso.
non era mai accaduto nelle officine.
fino a stasera, mai.
così come mai altre volte,
prima di stasera,
avevo avvertito
così forte,
presente,
la più intima essenza
che anima
l'idea stessa delle officine.

ed è emozione.
in me.
tangibilmente, emozione
ringraziando i ragazzi
-tutti -
d'essere qui...
poiché loro
sono le officine,
la loro fiducia...
il loro sognare...
il loro amare
senza chiedere nulla...
il loro condividere,
qui,
insieme,
tempo...
pensieri...
emozioni.
un'idea...

non andiamo oltre.
ci fermiamo qui, stasera.
per quanto insaziabile la voglia
di averne ancora,
il cuore è colmo.
sistemiamo le sedie.
ed improvvisamente
quel fondale
che sembrava essere svanito
torna a mostrarsi.
interamente mostrarsi.
lui lasciamo padrone del palcoscenico.
e del buio.
le sue voci...
le sue parole echeggiano
tra il dedalo di viuzze
lungo il quale si snoda
la via verso il teatro.
a noi rimangono le nostre parole...
quelle che abbiamo...
quelle che cerchiamo...
quelle che non ancora abbiamo trovato...

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