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diario d'officina

ritornano pagine usuali...
consumate fino a notte.
istante per istante.
oltre il nostro vecchio portone di legno...
ed ancora ciottoli da raccattare... o da deporre...
ancora una via di cui non si intuisce la meta...
ed infinite immaginifiche vivono.
ancora il sottilissimo filo di un sogno
a legare senza nodi.
non più grande
del refe ordito dalle graziose mani della  "regina mab"...
e non diversamente dai suoi,
filo che è vano spezzare...
perché non vi sono lame
capaci di recidere
i tessuti dell'anima - i più intimi -
ove si dipingono
le voci... i mercati... i vicoli...
i volti...
...ed i sogni...
quelli di ognuno...
quelli che unici rubano alla realtà le loro tinte
e vivono
tra le pareti delle officineteatrali.
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lascio i miei vestiti scivolare in terra.
li ripiego con cura
li ripongo nella sacca...
tra appunti... fogli... libri...
e parole.
le mie... le loro...
il pensiero di tante cose da dire ancora...
da ascoltare...
instancabilmente...
di nuovo indosso i miei abiti di ogni giorno.
lo zaino sulla spalla... le chiavi in mano...
mi avvio anche stasera...
spengo le lampade...
buio...
ma la luce rimane con me...
non quella dei freddi neon al soffitto.
non quella...
una luce lieve... donata... rubata...
sagoma ombre di verità cercate.
le mie...
le loro...
le nostre...
immagino di portarla via.
anche solo un riverbero. minimo.
nella sacca...
tra gli appunti... i fogli...
una maglia ripiegata con cura...


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venerdì, 24 novembre 2006
ne parlavamo
da quattro settimane almeno.
ho raccolto l'ansia, i timori,
il pudore...
il frastuono
di pensieri
che si amerebbe celare,
che si amerebbe
nessuno intuisse mai;
quelle sensazioni
che naturalmente
nascono in noi
quando ci troviamo innanzi a qualcosa
desiderata per lunghi giorni,
intimamente da sempre, forse,
e quel qualcosa inizia lentamente
ad assumere una sua forma.
lentamente a smettere
le sembianze di un sogno
e a tramutarsi
in altro.
senza fretta.
tangibile,
percepibile,
concreto,
reale...
vero.
ogni giorno un po' di più.
e quando quel qualcosa
non è un semplice oggetto,
ma molto più d'ogni ricchezza
investe la "ricchezza"
che custodiamo
insita in noi,
quella che unica fluisce
da uno sguardo,
da un gesto,
da una sola parola;
è un'indicibile
ebbrezza che frastorna,
a catturarci...
quella stessa ebbrezza
che vive
i brevi istanti di un'emozione
che non svanisce.
che lievemente ci scalfisce dentro
fino ad incidersi
senza mai più elidersi.
questo è ciò
che senza dire
mi hanno raccontato
i ragazzi di scrittura creativa,
stasera.
stasera che per la prima volta
le loro parole
hanno vissuto
sulle labbra dei ragazzi
del corso di teatro.
questa sera che le loro parole
hanno avuto
per la prima volta
quella "vita"
cui unica anela la parola
quando il teatro
è il suo luogo.
"naturalmente".
è stato il primo
dei microeventi
che le officine
hanno determinato
di realizzare
nel corso di questo anno
di laboratorio.
microeventi a porte chiuse,
riservati ai soli allievi
quali un nuovo,
diverso,
momento di studio,
di confronto,
di approfondimento.
di aggregazione.
microeventi
che hanno le loro radici
nella voglia
di essere sempre più
non un laboratorio
ma uno spazio aperto
dove libere
vivono le idee
e la passione,
l'amore,
per il teatro.
i ragazzi,
come sempre,
arrivano un po' per volta,
mentre sul palcoscenico
scorrono gli ultimi minuti
della lezione di dizione.
riesco a sentirli.
si presentano tra loro
e subito prendono a parlare
come si conoscessero
da tempo.
di teatro.
e di loro, parlano.
avrei bisogno di più silenzio.
non lo esigo.
so che sono in ritardo io, stasera,
con il mio puntiglioso prolungarmi
su ogni dettaglio.
e non dimentico
che proprio per loro
è stata pensata ed è nata
questa serata.
è la serata loro,
questa.
davvero loro.
li raggiungo
appena finita la lezione.
sorridiamo...
scherziamo...
agnese, al telefono,
non ha ancora
trovato parcheggio.
aspettiamo di esserci.
tutti.
le ragazze di scrittura creativa
sono sedute su un fazzoletto
di pavimento
e parlano fitto tra loro.
le guardo a distanza.
mi sembrano quasi
ree di una ancora non confessata colpa
in attesa di essere citate
sul banco degli imputati.
quella splendida
sottile ansia
che aggroviglia lo stomaco
prima di "andare su",
io adesso
in loro
la distinguo.
la riconosco.
ed amo questo loro "essere"
proprio in questi giorni
che ascolto voci amiche
dire parole,
compiere gesti,
che nonostante
i miei anni di teatro
non smettono
di sorprendermi ancora.
guardo l'orologio.
gesto insolito per me,
dentro le officine.
maria spesso mi rimprovera
di non farlo abbastanza.
mi accorgo
che è già ora da un pezzo
di "dare un senso" a questa nostra sera.

sul palco sediamo tutti a terra.
in cerchio.
resto a guardarli,
i ragazzi,
mentre prendono posto
trascinandosi ancora dietro
code del loro dialogare
che lentamente,
in quel cerchio,
si scioglie.
guardo lucia,
valentina,
mariavittoria...
sono loro le autrici
dei testi
che leggeremo
questa sera.
Né si allenta
la loro ansia...
diversamente,
quasi si manifesta
in un lieve rossore del viso
o nell'immobilità
che accompagna
il rapido guardarsi intorno
di lucia.
un rapido giro per dire il proprio nome.
tutti.
a me resta solo il tempo
per poche parole.
per un benvenuto;
per un augurio ad anna,
purtroppo vittima
di un piccolo incidente,
ma presto di nuovo con noi;
per dire di questa sera
che più di ogni parola,
racconta delle officine teatrali,
un piccolo mondo
oltre un antico portone di legno
al di là di un vicolo di trastevere.

velocemente
corre di mano in mano
la prima drammaturgia.
un atto unico di non più di due cartelle.
un uomo e una donna.
questi i personaggi
nati dalla penna di mariavittoria.
è silenzio.
per un attimo
il silenzio
che ben conosciamo.
quello che ci fa abbandonare
le pareti del laboratorio
ed immergere
nella verità di ogni favola
che tra queste mura
si anima.
cominciamo a leggere.
e non credo
sia stata solo di mariavittoria
l'emozione di quell'attimo.
scorrono lentamente
le parole.
io le scopro con i ragazzi.
leggendo.
una per una.
non ho dato un tema.
nulla ho voluto dire...
nulla ho voluto mi fosse chiesto...
nulla, prima di stasera...
una storia semplice,
sospesa tra sogno e realtà,
in una notte
di impenetrabile buio.
solo il dialogare
di due anime,
- casuale rarefatto fantastico -
spezza la cecità
di quella notte
altrimenti immota.

è una metafora
oltre la metafora,
la drammaturgia di lucia.
l'incontro irreale,
fuori dal tempo, dallo spazio,
tra "il teatro" ed Una "scrittrice"...
ma è un "incontro" irrisolto.
la necessità,
il bisogno di dire,
sembra scontrarsi
con l'incapacità
di riuscire
semplicemente a parlarsi.
riuscire
a superare
i luoghi comuni
che sembrano
imprigionare ognuno
nel proprio ruolo.
e la voglia di amarsi
che rivela invece,
e segna,
- intimo -
il loro egoismo.
fino all'ambire
ad un amore insano
che muove
dalla voglia
di entrambi
di "prendere" dall'altro
senza nulla donare...
o semplicemente
la "paura"
di darsi,
rivelando
l'ineluttabile
sterilità
del loro cercarsi.

un grottesco
graffiante.
questo il carattere
che valentina
ha voluto incidere
nella sua breve pièce.
la visita di uno psicologo
ad una giovane infermiera.
incontro rivolto
a determinare le attitudini
della donna
alla vigilia della sua partenza
per una missione di volontariato.
linguaggi diversi, i loro.
pensieri diversi.
modi di essere.
scelte.
percorsi.
vite diverse.
che lentamente
si snodano
nel racconto del sogno
della giovane donna.
e le parole
si tramutano ancora
nella sottile metafora
di una società
troppo spesso incapace
di ascoltare.
avidamente
chiusa nel proprio
fragile guscio.
pragmatica scettica irriverente
verso ogni idealismo.
e conducendoci al sorriso,
valentina ci conduce
a ridere di noi.
del nostro piccolo mondo
incapace di varcare
i confini
del mediocre fluire
dei nostri giorni.

tra una lettura e l'altra
il nostro parlare,
analizzare,
cogliere significati
profondamente annidati
tra le righe
di quei testi.
testi così diversi tra loro
e così aderenti
alla personalità,
alla cifra stilistica,
al "codice" teatrale
di ognuna delle tre giovani autrici.
caratteristiche che si stagliano
già nitide nette tangibili.
ed avanzando lungo la nostra sera
la tensione delle ragazze
pian piano si allenta.
ascoltano.
intervengono.
spiegano.
motivano.
altrettanto i ragazzi,
rivelando ognuno
le proprie considerazioni,
sensazioni,
emozioni.
e per un attimo
mi accorgo come tutti
stiamo respirando,
come fosse sospesa,
aleggiante tra noi,
l'inusitata leggerezza
del nostro "giocare",
del nostro essere qui,
adesso,
ancora seduti in un cerchio
che non pare voglia spezzarsi.
e percepisco
in ognuno
la voglia di dare un seguito
a questa serata;
di dare vita
alle parole appena lette.
di viverle.
negli occhi delle ragazze
adesso è l'entusiasmo
di immaginare
reali,
di vedere "agire",
parlare,
respirare,
i personaggi
immaginati da ognuno.

sarà a dicembre.

la nostra pizzeria
non è distante da qui.
raccogliamo con calma la nostra roba.
spegniamo le luci.
andiamo via.
il tavolo,
il nostro tavolo,
è riservato.
ci aspettano.
ci avviamo attraverso
una trastevere brulicante
di gente del venerdì notte.
e continuiamo a parlare per strada.
di teatro.
e di noi.
né finiscono mai
le cose
che abbiamo voglia,
di dirci.
sì.
voglia di dirci.

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