il laboratorio la didattica i corsi la struttura la stagione direzione artistica info
 
diario d'officina

ritornano pagine usuali...
consumate fino a notte.
istante per istante.
oltre il nostro vecchio portone di legno...
ed ancora ciottoli da raccattare... o da deporre...
ancora una via di cui non si intuisce la meta...
ed infinite immaginifiche vivono.
ancora il sottilissimo filo di un sogno
a legare senza nodi.
non più grande
del refe ordito dalle graziose mani della  "regina mab"...
e non diversamente dai suoi,
filo che è vano spezzare...
perché non vi sono lame
capaci di recidere
i tessuti dell'anima - i più intimi -
ove si dipingono
le voci... i mercati... i vicoli...
i volti...
...ed i sogni...
quelli di ognuno...
quelli che unici rubano alla realtà le loro tinte
e vivono
tra le pareti delle officineteatrali.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
lascio i miei vestiti scivolare in terra.
li ripiego con cura
li ripongo nella sacca...
tra appunti... fogli... libri...
e parole.
le mie... le loro...
il pensiero di tante cose da dire ancora...
da ascoltare...
instancabilmente...
di nuovo indosso i miei abiti di ogni giorno.
lo zaino sulla spalla... le chiavi in mano...
mi avvio anche stasera...
spengo le lampade...
buio...
ma la luce rimane con me...
non quella dei freddi neon al soffitto.
non quella...
una luce lieve... donata... rubata...
sagoma ombre di verità cercate.
le mie...
le loro...
le nostre...
immagino di portarla via.
anche solo un riverbero. minimo.
nella sacca...
tra gli appunti... i fogli...
una maglia ripiegata con cura...


index

 



venerdì, 9 febbraio 2007
è stata una giornata lunga.
in niente diversa da altre.
ma come le altre,
alle altre
mai uguale.
anche questa.
infine mi cambio d'abito.
come sempre
sul palcoscenico,
da una parte.
lì accanto alla vecchia poltrona.
l'usuale ricetto
dei miei vestiti di ogni giorno,
e delle infinite piccole cose
che ad essi aderiscono.
ed io le ritrovo.
pensieri...
ansie...
sorrisi...
affetti...
che s'insinuano
fino in fondo alle tasche,
le ritrovo.
e torno a indossarle.
più lentamente
degli abiti.
più lentamente
tornano a
calzare il mio corpo.
si distendono.
ed io le accolgo.
inevitabilmente.
vorrei vedere il mio viso,
adesso.
non ho uno specchio con me,
eppure vorrei vederlo,
il mio viso.
infine raccato
l'ultima roba
ancora sfusa
intorno a me.
nella sacca, velocemente.
ripongo.
le mie cartelle.
un vecchio testo
di dizione.
appunti.
fogli.
poesie rubate.

chissà perché
la sensazione
di rubare qualcosa.
ogni volta.
ogni volta
che  mi soffermo,
qui o altrove,
sui versi
di un poeta.
e non importa
se un "vate"
o un "minore".
non importa
il "titolo"
o il "genere"
che la sconfinata competenza
di pochi
ha assegnato loro.
non importa
il tempo
dei suoi giorni.
quella sensazione,
quella di adesso e di ogni volta,
non muta.
un carpire
istanti.
i più intimi.
o densi.
fugaci.
fino all'ultima parola
dell'ultimo verso,
vissuti.
nel silenzio
o nella penombra.
tra la gente, al sole...
dentro un caffè,
una giornata di pioggia.
e portati via, poi, da  me...
da noi.
da ognuno...
senza rossore,
rubati...
e sorridendo tra me
mi accorgo
ancora una volta
che qui
- tra le pareti delle officine -
nulla è dissimile
dal rifugio
di un ricettatore.
la poesia di levi...
una di montale...
ancora una di levi...
e pasolini,
caproni,
regazzoni...
inestimabile bottino
delle nostre razzie.
in un tempo
che sembra
avere sempre più
paura della poesia,
della verità
di un verso,
di una rima,
di una misura metrica,
di una sensibilità
che elude
facile minimalismo
a cui la quotidianità
pare averci reso
via via
più avvezzi,
in questo tempo,
i nostri giorni di ladri.
ed è lecito
il nostro rubare.
lievemente,
istante per istante
attingere
quegli stessi istanti
che le parole
del poeta hanno
fissato, immoti,
vivissimi istanti immoti,
consegnandoli ad un tempo
che non ha alcuna misura;
che proprio nella poesia,
in quella sua assenza
di un "tempo",
conduce a scoprire
un tempo mai sfuggente.
indefinibile, sì.
ma certo.
un tempo che non è qui...
un tempo che non è adesso...
un tempo che non è nei versi,
o dei versi...
un tempo che fluisce
dentro me.
che si avverte,
silenziosamente,
penetrarci.
invadere
i pensieri,
il corpo,
l'anima...
poi, farsi parola.
in uno sguardo, parola...
in un gesto, parola...
in un respiro, parola...
e la parola, emozione.
qui la poesia
ha vita.
è una frase
che ricorre sovente
sulle mie labbra,
sul palcoscenico.
forse l'unico luogo,
questo,
al di là
di preziosi rari cenacoli,
ove non si può,
né si deve,
aver timore
d'essere poesia.
aver paura
di un "ti amo"
o di un "ti odio"...
di quella sensibilità
che solo la poesia
è capace
di nutrire...
di sostenere...
di far crescere...
di quella sensibilità
che sarà poi anche
il tramutare in poesia
la verità di un piccolo gesto...
il sorprendersi
e  sorprendere...
il meravigliarsi
e  meravigliare...
il chiedere
e l'interrogarsi...
l'ascoltare
e il parlare...
alchimie che si rinnovano.
ed ogni poesia
diviene un abbandonarsi
a quel "bimbo"
che è in noi
e che mai smette
d'aver voglia
di sorprese...
di meraviglie...
di domande
o risposte...
né mai smettiamo
di cercarlo,
in fondo a noi stessi,
oltre ogni apparenza,
oltre un modo,
una maniera,
che senza mai dichiararlo,
esige,
chi ci guarda,
chi ci osserva...
sul palcoscenico stesso.
come dovessimo
soddisfare
attese
che non ci appartengono...
giudizi che non chiediamo...
forme che non ambiamo.
ed è libertà,
la poesia...
forse la forma più ambita...
perché scevra
d'ogni laccio...
capace di sciogliere nodi...
divellere barriere...
reali o inapparenti
che siano.
la libertà di hikmet
come quella di neruda...
quella di tagore
come quella di luzi...
libertà.
d'essere se stessi,
libertà
di sfidare la vita
già distinguendo la morte...
libertà...
di godere
del privilegio del dubbio...
libertà
- l'unica che mai nessuno
  potrà segregare -
d'essere il pensiero
che attimo per attimo
vive in ognuno di noi...
forse è da questo
la sensazione
di "rubare"
qualcosa
ogni volta
che mi avvicino
alla lettura di un verso...
ma è la sensazione
di un attimo...
quella stessa che anche stasera
si accompagna
al mio riporre
i  fogli
in una cartella verde...
ed è come serrare
non solo
semplicemente
una pagina
ma frammenti
di una esistenza,
di un'emozione,
di un dolore,
di una gioia inattesa...
di una vendetta
o di una disfatta...
vita che scorre.
quegli immoti
vivissimi
istanti
di cui ci appropriamo,
"rubandoli",
e che non possiamo
rinchiudere
nella forma
cui le parole
inconsapevolmente
ci obbligano.
è un patto di libertà
che non necessita firme
quello che stringiamo
silenziosamente
con il poeta...
ciascuno di noi...
non solo il rispetto
di una cesura
o di una misura
metrica.
non quello.
essere noi
custodi
della libertà
che egli ci affida.
verso dopo verso.
custodi,
ed eco insieme,
di quegli
incontenibili
istanti
che vorrebbero essere urlo...
che vorrebbero essere sussurrare lieve...
che sono poesia.
non siamo
mercenari di versi...
mercenari di emozioni.
questo
io credo
noi siamo.
ogni volta
che i nostri passi
ci conducono sulle assi
di un palcoscenico...
e la nostra voce
cerca un luogo
nell'animo
di chi ascolta,
dove annidare
parole
che germoglino
gemme
di una vita
che erroneamente
crediamo lontana...
che basta
solo protendere
la mano
per toccarla...
coglierla...
farla propria.

mille parole diverse,
oggi,
per dire
le cose che forse adesso
spero di essere riuscito
a restituire.
a me stesso,
prima che ai miei sette lettori.
e me stesso perché
non le dimentichi.
perché
non dimentichi
che tra queste pareti
non si "vende"
un mestiere
che nessuno
mai potrà,
o saprà,
vendere.
perché non dimentichi
quella poesia
a cui mi hanno educato
i miei maestri
e nella quale
ho riconosciuto
la mia libertà
d'essere attore, prima,
regista ed autore, dopo...
poeta,
per me solo,
sempre.
perché non dimentichi
che proprio nella libertà
d'essere se stessi
penetrano
più in profondità
le radici
dell'amore per il teatro.
e tutte queste cose,
ed altre
che la mia memoria
forse adesso
porta via,
le sento
nei versi di levi
che in questi giorni
hanno segnato il nostro
giocare.
instancabilmente
i ragazzi
provandosi
non solo
con dei versi,
ma prima di ogni cosa
con loro stessi.
cercando
la verità
di levi,
scrutando
la propria verità.
cercando
un'armonia
che non è l'armonia
di una pagina scritta.
provando
a lasciare fluire
le proprie emozioni
ricercando
quelle celate
tra righe
mai semplici.
ora rabbia...
ora ironia...
ora sarcasmo...
ora, amara,
una lacrima...
ed il mio ascoltare,
guardare,
osservare,
è sempre
un nuovo
apprendere...
un nuovo negare...
un  nuovo mettermi in gioco...
io con loro.
io come loro.
ed il confronto
è sempre serrato.
ma poi la poesia
è solo un pretesto
verso "altra" poesia.
non scritta.
quella che nasce
scivolando
attraverso le nostre ore
in laboratorio,
sul palcoscenico.
un gesto inusitato...
uno sguardo
che si rivela timidamente
all'inesistente platea
delle nostre sere...
una maschera
che traccia
immaginifici sentieri
lungo i quali
condurci
senza fatica...
come tenendoci per mano...
lasciando che i nostri occhi
guardino
attraverso i suoi...
ed attraverso i suoi
si sorprendano...
gioiscano...
si intimoriscano...
fuggano...
ed infine
quella stessa maschera
sveli poi il volto
affaticato,
sudato,
di uno di noi...
di chi la indossava...

raccogliere le ultime cose
porta via ancora
solo qualche minuto.
agnese mi aspetta.
andiamo via insieme.
spegnendo le luci
parliamo del lavoro
appena compiuto.
ancora affannati.
entrambi.
ma soddisfatti.
piove.
la magia del vicolo
si svela
in un attimo,
appena aperta la porta.
la pioggia
è scrosciante.
segna il ritmo
sul lastricato.
percorriamo un pezzo di strada insieme...
trastevere...
la pioggia...
il parlare di teatro ancora...
attimi...
poesia...

.....next
back
 

     
  ©le Officine Teatrali - tutti i diritti riservati - credits