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diario d'officina

ritornano pagine usuali...
consumate fino a notte.
istante per istante.
oltre il nostro vecchio portone di legno...
ed ancora ciottoli da raccattare... o da deporre...
ancora una via di cui non si intuisce la meta...
ed infinite immaginifiche vivono.
ancora il sottilissimo filo di un sogno
a legare senza nodi.
non più grande
del refe ordito dalle graziose mani della  "regina mab"...
e non diversamente dai suoi,
filo che è vano spezzare...
perché non vi sono lame
capaci di recidere
i tessuti dell'anima - i più intimi -
ove si dipingono
le voci... i mercati... i vicoli...
i volti...
...ed i sogni...
quelli di ognuno...
quelli che unici rubano alla realtà le loro tinte
e vivono
tra le pareti delle officineteatrali.
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lascio i miei vestiti scivolare in terra.
li ripiego con cura
li ripongo nella sacca...
tra appunti... fogli... libri...
e parole.
le mie... le loro...
il pensiero di tante cose da dire ancora...
da ascoltare...
instancabilmente...
di nuovo indosso i miei abiti di ogni giorno.
lo zaino sulla spalla... le chiavi in mano...
mi avvio anche stasera...
spengo le lampade...
buio...
ma la luce rimane con me...
non quella dei freddi neon al soffitto.
non quella...
una luce lieve... donata... rubata...
sagoma ombre di verità cercate.
le mie...
le loro...
le nostre...
immagino di portarla via.
anche solo un riverbero. minimo.
nella sacca...
tra gli appunti... i fogli...
una maglia ripiegata con cura...


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venerdì, 9 marzo 2007
misurare il tempo.
e sfuggire
l'inquietudine
in un insignificante,
vano,
inutile
gioco
di passi
che si consuma
intorno
alle poche
mattonelle
che accolgono
un deambulare
che si ripete
uguale...
uguale
a se stesso,
si ripete.
ritmato
dalla casualità apparente
di gesti
che ritualmente
si compiono,
da incessante
indistinto brusio
di voci che tornano...
fughe lente,
immobili.
da se stessi,
per primi,
quando i mille
alibi
del quotidiano
non bastano
ad offrire riparo
all'aridità
- la propria... degli altri... -
quando essa
invade
i nostri giorni.
ed il tempo,
diviene
un rifugio.
nell'attesa
che le cose,
gli eventi,
infine
scivolino via.
e si frantumano
i minuti,
le ore,
i giorni...
e tra le nostre dita
ne avvertiamo
- tattile -
lo scorrere
verso una valle
forse mai
così
prossima
come in realtà
vorremmo
che fosse.
e ci si ferma,
allora.
e si sente il tempo
attraversarci
come improvvisa
folata di vento.
ed è il tacersi
di altri rumori,
suoni,
voci...
gesti.
e quando
"è"
quel silenzio,
il coraggio
della consapevolezza
di sé
restituisce
definiti
i suoi tratti,
e lì solo
il tempo
può sfuggire
ogni misura.
lì solo
divenire
un luogo
dell'anima,
il tempo.
avulso
da mille frastuoni
che graffiano.
lì dove
fertile
cresce
il giardino
del nostro
"credere".
né semi
svaniscono
tra sassi
o su terra arsa.
né mani
incaute
strappano
radici
o un giovane
germoglìo.
né rami
densi
di una nuova
efflorescenza
temono mai
la stagione
della giusta
potatura.
ed in quel silenzio
si nutrono,
e crescono,
i pensieri.
quel silenzio
che adesso
si incunea
tra le "voci"
di pirandello,
sul palco...
e nell'universalità
della poesia,
e nell'umiltà
di ognuno di noi,
io  ritrovo
qui,
adesso,
il tempo.
qui,
dove,
ancora una volta
mi accorgo,
mai
ha avuto
misura.
né mai una volta
è stata,
in nessuno mai,
la "necessità"
del tempo.
né di quei brevi passi
seguendo la fuga
delle piastrelle
per ricacciare
l'inquietudine,
quando questa,
come
granelli
di sabbia di deserto
- così, arida -
si insinua
tra spiragli
minimi,
spinta
dal vento
dell'egoismo,
dell'ipocrisia,
della cecità
di un dire...
di un essere...
e prende
i tratti di un bambino
questo nostro
vivere
questo spazio senza tempo...
questo credere
a pareti
scrostate,
la smaniosa
voglia
di non smarrire
la capacità
di ascoltare,
di ambire
parole
diverse.
diverse
da quelle
usuali
che infinite volte
rintracciamo
nella facile
superficialità
di suoni
quotidiani.
ma nulla,
qui come in teatro,
appartiene
al quotidiano.
quando
nulla di più
di una carezza
diviene
misura
del nostro
tempo...
quando tutto
si arresta
inseguendo
la verità
di una donna...
di un uomo...
di un'attesa...
vorrei poter saper dire
ai miei sette lettori
la leggerezza
immaginata...
ambita...
sfiorata...
colta...
respirata
giorno per giorno,
insieme ai ragazzi...
sensazione che i ragazzi stessi
mi donano...
e che io stesso
vorrei
saper donare loro...
e l'emozione
degli attimi
vissuti
adesso avverto
pervadermi...
e vorrei
impregnasse
questa pagina
non per narrare,
ma per far vivere,
il sorriso
che si apre
negli occhi
di uno qualunque
di loro
quando inaspettata
la "verità"
conduce
lontano
da un luogo...
da un "tempo"...
è un abbandonarsi
lieve...
lento...
a quelle
immagini
che prendono
forma
diversamente
in ognuno.
è un confrontarsi
infinito,
con se stessi,
scuotendo
da una falsa,
non voluta,
provocata, a volte,
quiete,
note
che tacciono
e che
improvvisamente
vogliono
risuonare,
echeggiare,
urtare
contro muri
che serrano...
è un anelito
di libertà
che non vuole
più
essere costretto
da luoghi comuni...
convenzioni...
nozionismi...
nel "silenzio"
osservo
i ragazzi
guadagnare
il palcoscenico,
senza guardarsi intorno,
senza cercare
i miei occhi
nella penombra
- ma senza smettere,
  per un solo istante,
  io,
  i miei,
  dai loro -
e chiudersi
per pochi attimi
in un luogo
precluso
a chiunque,
in quel silenzio
senza tempo
dove
albergano
le emozioni
più intime...
istanti...
attesa...
la mia...
la loro...
come se qualcosa
dovesse adesso
iniziare a pulsare,
a battere.
osservo le loro mani.
inquiete
inconsapevolmente
cercare
geometrie imperfette,
come a voler afferrare
l'inconsistente
che intuisco
muoversi
intorno...
dentro...
inconsistenza
che repentinamente
si erge
tra me e loro,
sbalzando
l'uno
verso
l'essenza di qualcosa
che non è qui
ancora...
relegando
me,
gli altri,
dall'altra parte
del palcoscenico...
ed è una bruma
che in questo
tempo
"senza misura"
avvolge
le officine...
bruma senza preavviso
che non appartiene alla realtà
- realtà che non cessa
  di scorrere
  oltre il nostro portone di legno... -
né appartiene alla verità
che aspira
forgiarsi,
sul palcoscenico,
sotto il freddo
dei neon.
ed in questa bruma
le prime parole,
timide quasi,
che inseguono
pensieri
che non si lasciano
catturare
ancora...
e pensieri
che non riescono
ad impregnare
parole.
ed è di entrambi.
di me...
di chi sta sul palco...
la sensazione
di un vuoto
da colmare.
di cosa?
di un gesto?
di una parola?
di cosa,
quando il pensiero,
le immagini,
rimangono
relegate
in un canto
che ostinato
continua
a celarsi,
a non trovare
quell' "essere"
verità
che, pure sottilissima,
già avvertiamo?...
avido di noi,
il teatro.
non meno noi,
di lui.
ed ancora
si rivela
un' incessante
offrire
e cogliere
questo nostro gioco
senza fine,
che ad ogni traguardo
raggiunto
svela
impietoso
nuove mete. 
invisibili.
e nuovi passi
si percorrono.
senza paura.
ed è lievissimo
lo staccarsi
da sé
per cercare in sé,
non altrove,
l'essere parola...
l'essere gesto...
l'essere ciò
che il teatro
esige
"essere".
poi,
lentamente,
prende a dilatarsi,
la bruma,
e nel silenzio
le parole
pronunciate
non appartengono più
a pirandello,
non appartengono più
alla sua "donna uccisa",
non appartengono più
ad una forma...
nel silenzio,
le parole,
adesso
"sono".
e qui,
intorno a noi,
non è più
un "tempo"...
non più,
noi,
seduti
ai margini
di un palco,
ma del "luogo"
ove adesso
agisce
una donna,
viviamo solo il suo "tempo"...
solo la verità
che "è"
in quel suo tempo...
è fuori da qui
quel rumoroso
nulla
che accompagna
spesso
la nostra vita...
quella di ogni giorno...
rumoroso,
impertinente,
nulla
che si insinua
nelle cose semplici.
quelle che amiamo.
che basta
uno sguardo...
un sorriso...
una parola...
quelle
che non hanno
timore
di essere.
affetti...
amori...
dolori...
quelle che ci fanno
scegliere
il teatro
non per sfuggire
il tempo
ma per viverlo,
il tempo,
senza lasciarlo
scorrere via...
senza perdere,
della vita,
un solo attimo...
un solo respiro...
giacché
di attimi,
di respiri,
sono fatti i giorni...
e "sceglierli"
i giorni
non è un nostro diritto...
è di più...
è un'opportunità
di libertà
che non possiamo
delegare...
ed a scegliere,
il teatro,
ci obbliga.
non ad una casuale
indeterminazione...
vedo
i ragazzi
stringersi
attorno ad un'idea...
cercare
in fondo
alle proprie
"parole"
la parole
dei versi di altri...
attardarsi
su un gesto...
restare
in un'attesa
che sembra
attendere
una risposta,
una conferma,
dai miei
occhi...
ed io nei loro
cerco,
senza mai smettere,
il coraggio
di determinare
il più piccolo
atto...
la necessità
di parlare
non perché
qualcuno li ascolti
ma perché
le parole
reciprocamente
penetrino,
scavando
un sentiero
fino
a raggiunge
dentro...
divellere,
agitare,
emozionare...
ho lasciato ancora,
anche oggi,
i miei passi
d'inquietudine...
la misura del tempo...
oltre la soglia
del laboratorio.
al di là
di questa
pagina
ormai
amica...
li raccatterò
di nuovo...
chiuso
il vecchio
portone di legno...
scritta
la parole
fine
in calce a queste righe...
ma so
che è un luogo
dentro di me
ove le emozioni
vivono...
non si acquietano,
né mai una volta
tacciono...
e non importa
sotto quali riflettori
mai vivranno...
e se vivranno...
sono vive,
le emozioni,
in chiunque
abbia il coraggio
di guardarsi dentro...
senza mai distogliere
lo sguardo...
sono vive
in un'idea
senza ripari
che giorno dopo giorno
non smette
di divenire...
in un'idea
senza tempo...
in un'idea
senza luogo...
in un'idea
che vibra,
e vuole pulsare,
solo in chi
ha il coraggio di accoglierla...
di coglierla,
di farla sua...
semplicemente...
senza paura del silenzio...
senza temere la bruma...
ovunque,
senza misura del tempo...

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