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diario d'officina

ritornano pagine usuali...
consumate fino a notte.
istante per istante.
oltre il nostro vecchio portone di legno...
ed ancora ciottoli da raccattare... o da deporre...
ancora una via di cui non si intuisce la meta...
ed infinite immaginifiche vivono.
ancora il sottilissimo filo di un sogno
a legare senza nodi.
non più grande
del refe ordito dalle graziose mani della  "regina mab"...
e non diversamente dai suoi,
filo che è vano spezzare...
perché non vi sono lame
capaci di recidere
i tessuti dell'anima - i più intimi -
ove si dipingono
le voci... i mercati... i vicoli...
i volti...
...ed i sogni...
quelli di ognuno...
quelli che unici rubano alla realtà le loro tinte
e vivono
tra le pareti delle officineteatrali.
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lascio i miei vestiti scivolare in terra.
li ripiego con cura
li ripongo nella sacca...
tra appunti... fogli... libri...
e parole.
le mie... le loro...
il pensiero di tante cose da dire ancora...
da ascoltare...
instancabilmente...
di nuovo indosso i miei abiti di ogni giorno.
lo zaino sulla spalla... le chiavi in mano...
mi avvio anche stasera...
spengo le lampade...
buio...
ma la luce rimane con me...
non quella dei freddi neon al soffitto.
non quella...
una luce lieve... donata... rubata...
sagoma ombre di verità cercate.
le mie...
le loro...
le nostre...
immagino di portarla via.
anche solo un riverbero. minimo.
nella sacca...
tra gli appunti... i fogli...
una maglia ripiegata con cura...


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lunedì, 19 marzo 2007
si giocava
con la sabbia
da bambini.
costruendo
castelli
ove erano
inesistenti
saloni,
e corridoi come labirinti.
ed eserciti,
e principi,
e maghi...
e l'acqua del mare,
poi...
- improvvisamente
  un'onda
  più lunga -
avvolgeva...
raschiando
quei muri di sabbia
e risucchiando via
le torri più alte,
infine.
inespugnabili,
nella fantasia di bambino,
ancora per qualche istante
svettavano
in cima
al bianco
di schiuma salata,
per brevissimo tratto,
per dopo
franare
senza fragore.
e nel mare
- inghiottite -
svanire...
e con le mani,
ancora,
si scavavano
solchi
come i sentieri
che sinuosamente
si inerpicano
lungo
il crinale
dei nebrodi...
e biglie
di vetro,
di mille colori
- che tanti sembravano
  gli unici quattro
  tra i quali
  il proprio
  ognuno sceglieva -
correvano
spinte
dallo schioccare
secco e silente
di piccole dita...
e scivolavano
veloci
in quell'angusto
canale
aperto al cielo
d'estate,
tracciato in fretta
da piccole mani...
fino a quando
la serpentina,
sulla rena,
era costretta
ad un'acutissima
ansa,
disegnata
dall'ingenua
voglia di sfida,
di gara,
di gioco.
e si fermavano
le biglie...
o saltavano via,
sulla spiaggia,
tra la sabbia o la rena,
spezzando sfide...
gare...
giochi...
e sorrisi.
ritornano
sovente
i giorni
d'infanzia.
e spesso non sono
solo ricordi.
e la memoria
di quei giochi
sembra divenire
la metafora
di quel movimento
come una giostra
che tante volte
fa rotolare
il presente
in un inaspettato
moto di onda di mare
che spazza via...
o tra i gomiti stretti
cui improvvisamente
degradano
vie
che d'un tratto
precludono oltre
il cammino.
ritornano immagini
mentre nelle officine
si inseguono
giorni importanti.
seduto sul proscenio
inseguo
con gli occhi
la fuga delle mattonelle,
giù,
fino in fondo alla sala.
un filo sospeso
nel vuoto...
una traccia
percorsa
senza guardare,
da passi
volutamente
forzati
ad un ritmo...
esile corridoio
del respiro,
e di suoni,
lanciati
sfiorandola,
quella fuga,
fino al muro.
ove muore...
e i miei pensieri,
quelli di adesso,
qui,
solo;
quelli senza preavviso,
che invadono,
che non hanno,
né cercano,
ricetto...
e gli altri,
che quotidianamente
si snodano
per rivelarne
poi ancora,
di nodi...
tutto ciò.
e mille volte
ancora
giochi,
parole,
gesti,..
e pensieri...
si sono imbastiti
lungo questa
stretta linea
grigio cemento
che adesso
attraversa
i miei piedi.
né una volta
ha mai deviato
il suo percorso
ascoltando
le voci
di alcuno.
né una volta
si è spezzata...
né mai
improvvisamente
divisa
scindendosi
in rami diversi...
le mie dita
scivolando come passi
su di essa
mi riportano
alla realtà.
e sorrido,
adesso,
che affiorano
alla mia mente
altre "fughe"...
le mie
"fughe"...
inseguite
tra mattonelle
sempre diverse...
il colore...
la forma...
il disegno...
e i miei
occhi distratti
che più spesso
si posavano
su tappeti
di eterogenee
piastrelle
ignorando
quelle linee,
insignificanti e dovute,
che si diramavano
rompendo armonie,
come precoci rughe
su un viso...
facilmente
ingannevoli
gli occhi!
e quando
si impara
a guardare,
non solo semplicemente
a vedere,
quelle "fughe"
apparentemente
insolenti
si rivelano
la trama
sottile
senza la quale
svaniscono
disegni e armonie.
e si impara
che le piastrelle
non sono
nient'altro
che un coccio
a volte
troppo fragile.
e si gettano via,
quelle scheggiate,
ed una nuova
ricompone
intatto
il disegno,
l'armonia
di un mosaico,
ancora
rispettando
ogni "fuga".
ed il mio sguardo
si posa di nuovo
sul pavimento,
su questa
"riga di grigio",
che sa di polvere,
che sa di antico,
che sa di passi...
che sa di noi,
anche.
adesso,
di noi.
di tempo
condiviso
offrendo l'un l'altro
frammenti di anima.
e vorrei sapesse
varcare,
la mia "fuga",
quel muro
di fronte,
il controluce
della finestra
giù in fondo,
e condurre
lontano il mio sguardo.
lontano...
fino a una spiaggia
dove bambini
costruiscono
castelli di sabbia...
e tracciano
solchi
con le mani...
e lasciano
correre
biglie
variopinte
di vetro...
e non importa
che un'onda
trascini via
torri...
è tutt'intorno
la sabbia...
e sono forti
le mani...
e sedere con loro...
e imparare
di nuovo
a impastare
la sabbia
con l'acqua di mare,
imparare
a scavare
sentieri fragili,
di rena...
imparare
a lanciarle,
le biglie...
e sorridere
quando saltano via
dal percorso...
e sorridere
cercandole
poi
in fondo alla sabbia...
ed ancora oltre
vorrei
mi conducesse
questa
anonima
"riga di grigio"
che spezza
la monotonia
del rosso mattone
della sala
ancora vuota,
adesso...
verso colori
che ancora
non conosco,
verso suoni
ancora
mai ascoltati,
verso parole
che non so ancora
parlare,
verso
gesti
che non ho ancora imparato
a compiere...
e mille
piastrelle
cangeranno
forma
e tinta
intorno a me,
ed altre sale
si spalancheranno
ai miei occhi,
e forse
luci abbaglianti
mi costringeranno
a serrarli,
gli occhi...
o un buio
improvviso
renderà prudente
ogni passo...
e mi accorgo
quanto fragile
barriera
sia un muro...
quanto facile
sia abbatterlo
e scoprire
ogni cosa
si celi
al di là
di quello.
e di più...
inventarla.
farla propria.
sono solo
un luogo
apparente,
le barriere...
giacché
"sono"
solo quando vivono
in noi,
quando
assurgono
a difesa
di qualcosa
che pensiamo
di possedere
ma che in quell'istante
stesso
essa
già non ci appartiene
più.
così l'emozione
di attimo.
quella che viviamo
tra queste pareti.
quella
che impariamo
a reinventare
ogni volta,
perché
ogni volta,
ogni qual volta vissuta,
già non basta
più a se stessa
e non smette
di esigere
ancora
da noi...
esigere qualcosa
che non è
in un laboratorio
di teatro...
che non è
in una scuola...
che non è
in una accademia...
qualcosa
che nessuno vende.
qualcosa
che non si compra.
la capacità
di camminare
in bilico
lungo
una  "fuga grigia"
tra mattonelle
spezzate...
camminare
senza fermarsi...
camminare
fin lì,
dove è
la nostra necessità
di sognare...
e qualcuno
potrà
ancora provare
a divellerle
le mattonelle...
a spezzarle
in mille
frammenti
con una mazza
di ferro...
provare
a rubarle...
quella "fuga"
è dentro me...
e sostiene,
forte,
i passi
su cui corrono
gli occhi
con i quali
io vedo
i luoghi
che mi si rivelano
giorno dopo giorno.
semplicemente.

sento i ragazzi arrivare.
parlare tra loro.
sorridere.
attraversare la sala
spezzando per un istante,
con i loro passi,
la fuga
tra le mattonelle.
non li raggiungo.
non oggi.
rimango qui.
come avvertissi
la necessità
di staccarmi,
- da solo
 staccarmi -
da istanti
che per istanti
ho condiviso
solo con me.
indosso
le mie scarpe
mentre loro
si cambiano.
serro
le stringhe.
poi mi raggiungono.
li guardo
avvicinarsi.
vedo i loro
piedi,
uguali ai miei
di ogni giorno,
pestare
indifferentemente
il breve tratto
di sala
che ci separa.
pestare
quel "grigio"
che fugge...
e vorrei
dirlo
che quella
fuga
tra le mattonelle
mi appartiene...
e vorrei
condividerla
con loro...
vorrei
dirla
la mia voglia
di andare oltre
il muro
giù in fondo
alla sala...
vorrei
dirlo
il coraggio
che loro
ogni giorno
mi donano.
il coraggio
di un nuovo passo,
ogni giorno...
e mi accorgo
che in realtà
sono solo un bambino...
un bambino
che ha voglia
di giocare
ancora...
con la sabbia...
con le mani...
un bambino
che ha voglia
di  favole ancora...
di raccontarle...
di ascoltarle...
una favola,
per volare ancora...
per non smettere,
ancora,
di volare...

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