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diario d'officina

ritornano pagine usuali...
consumate fino a notte.
istante per istante.
oltre il nostro vecchio portone di legno...
ed ancora ciottoli da raccattare... o da deporre...
ancora una via di cui non si intuisce la meta...
ed infinite immaginifiche vivono.
ancora il sottilissimo filo di un sogno
a legare senza nodi.
non più grande
del refe ordito dalle graziose mani della  "regina mab"...
e non diversamente dai suoi,
filo che è vano spezzare...
perché non vi sono lame
capaci di recidere
i tessuti dell'anima - i più intimi -
ove si dipingono
le voci... i mercati... i vicoli...
i volti...
...ed i sogni...
quelli di ognuno...
quelli che unici rubano alla realtà le loro tinte
e vivono
tra le pareti delle officineteatrali.
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lascio i miei vestiti scivolare in terra.
li ripiego con cura
li ripongo nella sacca...
tra appunti... fogli... libri...
e parole.
le mie... le loro...
il pensiero di tante cose da dire ancora...
da ascoltare...
instancabilmente...
di nuovo indosso i miei abiti di ogni giorno.
lo zaino sulla spalla... le chiavi in mano...
mi avvio anche stasera...
spengo le lampade...
buio...
ma la luce rimane con me...
non quella dei freddi neon al soffitto.
non quella...
una luce lieve... donata... rubata...
sagoma ombre di verità cercate.
le mie...
le loro...
le nostre...
immagino di portarla via.
anche solo un riverbero. minimo.
nella sacca...
tra gli appunti... i fogli...
una maglia ripiegata con cura...


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venerdì, 16 marzo 2007
è già buio fuori...
le nostre ombre
via via
impalpabili...
più sottili...
pallide...
senza lasciare
il tempo
di accorgercene,
il giorno
è svanito
e le ore
ridono
- ormai lo so -
continuando
a sfuggire...
a farsi beffe
di noi.
quelle rade lagune
di luce
che ci hanno accompagnato
in silenzio,
capricciosamente
abbandonate
sul palcoscenico
da un sole
che ha già
usurpato
a maggio
il suo rosso,
sono come prosciugate,
adesso,
in silenzio.
come lentamente,
quietamente,
assorbite...
dal riverbero
bianco,
immobile,
dei neon...
dal nostro consumare
parole,
in cerca di gesti...
dal nostro
consumare
gesti,
per rintracciare
parole.
"consumare".
non so quante volte
già ricorrente
questa parola:
su queste pagine;
su altri fogli,
sparsi o ordinati,
comunque di emozioni,
grumi.
ricorrente,
nel mio sgranare
parole
nell'ambizione
impudica
cui mai smette
di tendere
questo nostro gioco;
nei silenzi
che improvvisi
assalgono,
compagni mai
ad una solitudine
da condividere;
nei giorni,
non importa come,
o dove,
ma vissuti sempre:
né è mai stato
un semplice percorrerli,
un passare,
un condursi
attraverso...
consumarli,
è stato,
i giorni.
ed è,
ancora,
consumarli,
giorno dopo giorno.
quando
dietro ogni agire
"è"
una scelta
che racconta
i "perché".
i nostri,
"perché"...
quando si impara
a serbare,
a nutrire,
a difendere,
il privilegio del dubbio...
quando gli occhi
scrutano,
animati
d'avida curiosità,
ed infine
li "incontrano"
altri occhi...
quando nel "fare"
comincia
a prendere corpo
un senso
di incompletezza
che invade,
e più non basta,
e si esige,
da noi stessi si esige,
l'anelare
ad una via
che possa condurre
più prossimi
a un "essere"...
attimi di silenzio
mentre
qualcuno dei ragazzi
guadagna la scena,
al centro
un piccolo praticabile
nero.
silenzio.
nessun suono
si diffonde,
ora,
tra le pareti
del laboratorio.
poi è il sopraggiungere,
inavvertibile,
lentissimo,
di una musica
che sfugge
i sensi.
e pervade,
attimo per attimo,
il palcoscenico.
come un'unica nota,
stillata da una melodia
sconosciuta,
spezzata,
frammentata,
interrotta
e poi ripresa...
forse un oboe...
una viola...
che suona,
tenue,
sottilissima,
quell'unica,
identica nota.
è un suono
molto lontano
adesso,
- è un luogo
  che non sappiamo
  quello da cui proviene -
ma passo dopo passo
sembra avvicinarsi,
prendere consistenza
pur restando
rarefatto
suono.
ancora.
e le parole
di un uomo,
parole che ora
prendono vita
sulle mie labbra,
colmano
silenzi
pregni d'attesa...
e poi s'avanza,
ballando,
girando,
ridendo,
"l'apparenza"
di una donna uccisa...
ed è in ognuno dei ragazzi,
di ognuno di loro,
quella musica
che non udiamo
ma nella quale
comincia
a trovare
la sua prima verità
una donna
seminuda,
il seno sinistro
solcato
da sangue
che sgorga
ancora caldo...
ed i suoi passi...
quelli
di un'ultima danza
che mai più
si ripeterà
una volta.
ed è adesso,
adesso,
inseguendo
quella donna
lungo
l'esilissima
traccia
di una nota
che non esiste,
è adesso
che il nostro
essere
quegli istanti,
quei gesti,
quelle parole,
diviene
il "consumare"
cui abbiamo imparato
ad ambire.
inseguire
una musica.
sconosciuta.
che nasce dentro.
che si rivela
nota dopo nota.
e che nota dopo nota
cresce
in un  "divenire"
che è  simbiosi
alla nostra capacità
di saperci abbandonare
ad essa...
alla nostra
necessità
di ascoltarla...
di assumerla...
di chiuderci
in essa...
come un feto,
chiuderci...
come se solo il buio
fosse improvvisamente
intorno.
ed in quella musica
si svela,
flebile,
una piccola luce...
ed inseguirla,
nella musica
inseguirla quella luce,
fino a scoprirla
oltre un uscio
dischiuso.
e spingerla
quella porta...
lentamente...
e più forte
sentire la musica
mentre lembi
di luce
si allungano
su di noi,
come a volerci
avvolgere...
e condurre...
condurre
fino ad  oltrepassarla
quella soglia,
ed aprirli gli occhi
alla luce...
non sono
solo
metafora,
le mie parole
su questa pagina.
i miei sette lettori
ormai
lo sanno...
non lo sono
da quando
ho imparato
che
"è"
una musica...
una musica
dentro ognuno
di noi...
ed in ognuno
assume
ritmi diversi...
tempi diversi...
in me,
la mia...
e la necessità
di lasciarla
scorrere...
di inseguirla,
di seguirla,
di non permettere mai
che si affievolisca,
o muoia.
necessità
di continuare
a lasciarmi condurre
da lei...
ed è in primissime note
senza senso.
quella emotività
- istinto, quasi -
che sorge
in ognuno
e senza posa
spinge
a percorrere
la propria strada,
pur nell' "incoscienza"
dei propri passi,
né una volta
lascia
recedere,
perché
non è "da altri",
la musica.
mai,
d'altri.
e basta
chiudere
gli occhi
per avvertire
note ancora incerte,
sfuse,
che attendono
soltanto
che i rumori tacciano
- superflui -
e siano le corde più rare
a vibrare...
d'essere udite,
attendono...
d'avere
quella vita
che vita stessa
diviene.
mille volte
ho temuto
il silenzio
di quelle
corde,
di quelle note...
mille volte
temuto
l'incapacità
di ascoltare...
mille volte
temuto
il non avere il coraggio
di inseguire
le note spezzate
di una musica
non ancora compiuta,
fin oltre
una soglia,
verso
una debole luce...
e varcarla,
la soglia.
e penetrarla,
la luce.
e di quella luce,
poi,
anche di quella luce
il timore.
quando
le ombre svaniscono
e quell'emotività senza nome
che per prima si avverte,
che si insegue
nel buio,
lungo un filo
fatto di frammenti di note,
ma che ancora
non si intuisce
né distingue;
rivela
nudi
i suoi tratti.
noi,
nudi.
ed è il pudore,
allora.
pudore.
non vergogna.
non è la vergogna
di scoprire se stessi
quella che affiora.
il pudore,
sì.
pudore
di emozioni
che per la prima volta
si riconoscono
essere proprie
e che mai,
prima d'ora,
avevano avuto un colore...
un profumo...
una consistenza...
una "musica".
pudore innanzi
ad un fiore...
ad un tramonto
o all'aurora...
dinnanzi
ad un sentimento...
ad una poesia...
ad un personaggio...
al palcoscenico.
al teatro.
pudore
che mi assale
ogni volta.
dopo la musica,
è il pudore.
pudore
senza misura
che restituisce
a noi,
a me,
ogni misura.
la misura
di un confronto.
di un dialogo.
di un contrasto,
anche.
con se stessi.
sempre.
e non ci sono
"maschere".
come in teatro,
nessuna maschera...
i segni
sul proprio
volto
appaiono.
si vedono.
si sfiorano.
si toccano.
ed a nulla
vale
volgere
altrove lo sguardo,
cercando in realtà
solo il modo più semplice
d'eludere se stessi..
ed è "consumarli",
allora,
gli attimi...
non più attraversarli
in un buio
apparente
guidati
da lembi,
da strie,
del nostro
sentire
più intimo.
consumarli
tenendoli tra le mani,
gli attimi,
stringendoli,
afferrandoli.
cercando
se stessi
dentro quelle inusitate
note
dalle quali
ci siamo lasciati
condurre
fin oltre una soglia
senza sapere,
senza chiederci,
- senza volere sapere o chiederci -
cosa fosse
oltre quell'uscio
dischiuso.
ma sotto
la luce
non vi sono più
fili da inseguire...
e quelle
note spezzate,
adesso,
ambiscono essere musica.
ed il pudore
lentamente
svanisce,
portando via
quelle "pause"
- vuoto -
che spezzano note...
ed è piano
una nuova musica...
la "mia" musica...

seduta
sul praticabile nero,
al centro del palcoscenico,
arianna mi guarda.
mi ascolta.
e proprio
di musica
parliamo,
parlando
di una donna
ferita a morte
su un seno.
intuisco,
distinguo,
sento
in arianna,
note
che adesso
sembrano
risuonare
identiche.
ma non è nelle mie parole,
in una gestualità
accennata,
in un consiglio
intriso
di tecnica,
la musica
cui tendiamo
entrambi.
diversamente,
entrambi.
e non ho io,
né posso offrirle,
note diverse
da quelle
che echeggiano
in lei.
seppur
uno di fronte all'altra,
siamo lontanissimi.
quanto lontana
l'una dall'altra
è la musica
- la mia e la sua -
che adesso
vorremmo
saturasse
questo silenzio
intorno.
e comincia a muoversi piano,
arianna,
inseguendo
note
che via via
si fanno
meno rade.
e lentamente
i suoi passi leggeri
sembra
la calpestino,
la terra,
ed il suo corpo esile
pare
fenderla
l'aria...
e lei,
adesso,
in una risata che nasce
dentro di lei,
tra quelle note,
in quelle note,
"consumare"
il suo essere
una donna
sporca di sangue...
non più viva.
non ancora morta.
ed improvvisamente
si avverte
il respiro di un oboe...
il vibrare di una viola...
ricacciare
in fondo alla sala
il silenzio...
ed una luce,
che non è una macchia di sole,
che non è un riverbero di neon,
prende a emanarsi
intorno...
dal palcoscenico,
intorno...
e nei nostri occhi
è una musica,
adesso.
che muove...
che invade...
che emoziona...

è già buio fuori.
facciamo una pausa.
voglia di caffè.

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