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diario d'officina

ritornano pagine usuali...
consumate fino a notte.
istante per istante.
oltre il nostro vecchio portone di legno...
ed ancora ciottoli da raccattare... o da deporre...
ancora una via di cui non si intuisce la meta...
ed infinite immaginifiche vivono.
ancora il sottilissimo filo di un sogno
a legare senza nodi.
non più grande
del refe ordito dalle graziose mani della  "regina mab"...
e non diversamente dai suoi,
filo che è vano spezzare...
perché non vi sono lame
capaci di recidere
i tessuti dell'anima - i più intimi -
ove si dipingono
le voci... i mercati... i vicoli...
i volti...
...ed i sogni...
quelli di ognuno...
quelli che unici rubano alla realtà le loro tinte
e vivono
tra le pareti delle officineteatrali.
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lascio i miei vestiti scivolare in terra.
li ripiego con cura
li ripongo nella sacca...
tra appunti... fogli... libri...
e parole.
le mie... le loro...
il pensiero di tante cose da dire ancora...
da ascoltare...
instancabilmente...
di nuovo indosso i miei abiti di ogni giorno.
lo zaino sulla spalla... le chiavi in mano...
mi avvio anche stasera...
spengo le lampade...
buio...
ma la luce rimane con me...
non quella dei freddi neon al soffitto.
non quella...
una luce lieve... donata... rubata...
sagoma ombre di verità cercate.
le mie...
le loro...
le nostre...
immagino di portarla via.
anche solo un riverbero. minimo.
nella sacca...
tra gli appunti... i fogli...
una maglia ripiegata con cura...


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venerdì, 23 marzo 2007
l'ho imparato
da vecchi pescatori.
guardandoli.
da uomini
che percorrono strade di mare
e la rotta
la portano incisa
negli occhi
da quando hanno imparato
a guardarlo,
il cielo.
e la loro meta
non è mai più grande
di un punto
aggrappato
a una stella.
da loro
ho appreso
che esistono
distanze
che appaiono infinite.
incolmabili,
a volte.
ed i passi
sembrano
non bastare
mai.
quelli compiuti.
quelli da ancora condurre.
e vorrebbe essere,
dentro,
la voglia di fermarsi.
di sedere.
di guardarlo
quel luogo lontano.
indistinto.
confuso,
ancora.
e misurare
con gli occhi
il percorso
che attende.
che rimane.
solo fermarsi.
e guardare.
e sedare,
non tacere,
provare a sedare
quella
smania d'arrivare,
di raggiungere,
d'avere.
quell'ineluttabile
suadente frenesia
che mai
si placa.
che mai sospende
un "passo".
un cammino.
come un viaggio
senza principio,
senza fine,
senza soste,
che prosegue
di stagione
in stagione,
attraversando
i giorni,
i mesi,
gli anni.
e ci si dimentica,
a volte,
d'essere in cammino.
quando
più forte
l'illusione
d'averla raggiunta
una meta.
ma poi
ci si guarda intorno
- altri dossi,
  altre valli,
  altre strade...
  e la terra, sotto i piedi -
e ci si accorge
che delle tante,
la meta
raggiunta,
è ancora
una soltanto.
il palcoscenico
è nudo.
lo veste
solo un praticabile nero,
lì al centro.
il nostro viaggio
di adesso.
di ora.
pochi passi
dal proscenio,
da noi.
lontano
immaginarie miglia
da una "verità".
solo
il tragitto
è noto:
come un
instabile ponte
di corde e assi di legno,
- insicuro,
  incerto -
sono distese,
uniche,
tra noi
e quella "panchina"
rozza di nero,
solo le parole
di pirandello.
e immagini,
che scaturiscono
dai nostri perché,
le uniche
scarpe
a rendere
saldi
i nostri
passi piccoli.
uno per volta.
e così
procediamo.
lentamente.
scivolando a volte.
risollevandoci
sempre.
camminando
su una ponte
traballante,
affidandoci
a nulla
di più lieve,
e però  nulla
di più
fermo,
che le nostre
immagini.
le stesse
che infinite
volte
ci conducono
via
dalla realtà,
guidandoci
attraverso un quotidiano
mai
più "fermo"
di un ponte
fatto di corde
e di assi di legno.
sono cresciuto
rubando
dalle pagine
di un libro
"un'isola che non c'è",
e disegnando
in segreto
una mappa
che mi conducesse
fino alle sue
scogliere
che si gettavano
a picco sul mare.
dipingendola,
nella mia mente,
di colori accesi sempre.
di rosso.
e di verde.
e di azzurro.
inseguendola,
poi,
in quel dedalo
di viuzze
in cui si spezzano
i giorni.
credendo
ogni volta
di averla infine raggiunta
in luoghi
che improvvisamente,
sorprendendomi,
mi si svelavano.
e m'apparivano ameni,
accoglienti,
certi.
luoghi semplici,
come una mano offerta.
luoghi facili,
come una parola nitida.
luoghi veri,
come un sorriso.
ma la mia isola
ogni volta
sembrava
svanire,
dissolversi.
o apparire,
avvolta
da una fine foschia,
ben oltre
i luoghi
ove avevo sostato.
non so
se mai una volta
l'ho davvero
raggiunta;
so che ancora
non smetto di cercarla,
quell'isola,
forse
proprio
"in fondo
a una stella",
come recitavano
durante la mia
prima giovinezza,
i versi
di un cantautore.
ma adesso
non ho più
mappe segrete,
come da bambino,
che le mettevo
sotto il cuscino,
la sera,
prima di addormentarmi,
per paura
che il buio
me le portasse via.
forse
non mi servono.
o forse
davvero
me le hanno
portate via.
o forse
è la paura del buio
quella
che mi hanno rubato.
ma nemmeno
quello,
il buio,
serve a cercare
una stella.
nemmeno quello
vale a rintracciare
una via verso
"un'isola che non c'è".
ciò che serve,
ciò che nessuno
potrà mai
rubare,
è non smettere
di avere la voglia,
la primaria necessità,
di trovarla
una stella,
una "via"...
anche a settant'anni
quando "si pianteranno ulivi"
per se stessi,
scrive nazim hikmet,
perché
arriverà
il tempo
che stesi
sotto le fronde
il cielo
diventerà
un manto
ove sono
tutte le stelle
che abbiamo
percorso.
che sappiamo.
che riconosciamo.
che abbiamo
oltrepassato
cercando "un'isola"...
la nostra "isola"...
e che ora vivono
dentro di noi.
e basta solo un'immagine,
un'immagine
che pulsa
di un'emozione,
perché
ogni stella
brilli
senza fine.
senza tempo.
non diversa
da quelle stesse
immagini
che adesso
sorreggono
i nostri passi
attraverso
un palcoscenico.
e si vorrebbe
- lo avverto,
  lo sento -
che i nostri passi
fossero
sempre più sicuri,
sempre più determinati...
ma a volte
un velo
cade,
annebbiando
lo sguardo,
quando
ci si crede
incapaci
di passi diversi
da quelli
fino a quel punto
condotti.
e guardando
il proprio
camminare
si distolgono
gli occhi
dal cielo,
dimenticando
che non è la misura
di un passo
a rendere
certo
il cammino,
ma è il nostro posare
il piede
sulla terra,
metro dopo metro,
a restituirci
equilibrio,
stabilità,
certezza.
a farci procedere,
progredire sempre,
ancora,
lungo
un viaggio
intrapreso
senza chiedersi
ove fosse
la meta.
un viaggio
dove mai si smette
di cercare
una stella
quale unica
bussola
verso
un'isola
che non è vero
"che non c'è".
siamo a noi
a non avere
occhi
avvezzi
a vederla,
a distinguerla...
è tutto intorno,
quell'isola.
la viviamo.
la respiriamo.
la calpestiamo.
ma,
capricciosa isola,
non smette
mai di cambiare
il suo aspetto,
i suoi colori,
i suoi odori,
sì che ad ogni passo
crediamo
di averla persa...
e di nuovo
la cerchiamo
tra arcipelaghi
anonimi,
indifferenti,
sbiaditi...
finché
essa
di nuovo,
ad un nuovo passo,
si rivela ancora.
ancora.
per non più
di un passo,
si rivela.
adesso
è lì,
oltre un ponte
incerto,
insicuro,
insidioso.
innanzi a noi.
un ponte
sul quale
abbiamo
ancora condotto
solo un primo,
breve,
timido
cammino.
e si rimane
per lunghi
istanti
davanti ad esso.
osservandolo.
studiandolo.
cercando di intuire
i passi
che esige
da noi.
passi
che forse
già sappiamo,
che già vediamo
dentro noi...
li immaginiamo.
fino a figurare
noi stessi
nell'affrontare
le corde
e le assi traballanti
di legno.
ma poi
nell'istante
in cui
poggiamo
il piede,
avvertiamo
cedere
qualcosa,
le corde
stridere,
il legno
cigolare.
ed abbiamo
paura.
e si compie
un passo
indietro.
inutilmente
un passo
indietro.
inutilmente
fino a quando
non avremo
il coraggio,
la sfrontatezza
anche,
di calzare
le immagini
che conducono
il nostro cammino,
di credere
ad un pensiero
che non vuole
restare
incatenato
alle pagine
di un copione,
ma che desidera
tracciare,
vivi,
i contorni
di un personaggio
che sta chiedendo
a noi
di restituirgliela,
la sua vita.
e quel
praticabile nero
diviene
improvvisamente
quell'isola
invisibile
ove le nostre
immagini
prendono corpo.
nel nostro credere
in loro,
prendono corpo.
come occhi
che inaspettatamente
si incrociano
tra mille
altri sconosciuti.
e si avverte
che essi
ci guardano,
ci osservano,
ci scrutano.
e noi non diversamente,
ricambiamo
quello sguardo
inaspettato,
che mette
quasi disagio
addosso...
la sensazione
di essere
senza difese...
e la voglia di
esserlo,
senza difese...
ma poi è il timore,
il pudore,
il vuoto
di una  fiducia
assente
da riporre
in quegli occhi,
o nei propri,
ad impedire
di abbandonarsi
ad un credere...
e così
quegli occhi
sfuggono
mischiandosi
ad infiniti altri...
uguali...
inespressivi...
anonimi...
e non sappiamo
se lo ritroveremo
mai più
quello stesso sguardo
che per brevi istanti
ci ha invaso...
non sono
diverse
le immagini
che ci chiedono vita.
che ci chiedono
di smettere
passi
abituali
e ci provocano
inducendoci
verso
percorsi diversi.
verso
quell' "isola che non c'è"
e che esiste...
che "è"...
ogni qualvolta
lei "è",
per il brevissimo tempo
in cui
un'emozione
ha vita.
e subito
un'altra
vuole
avere
una sua genesi.
ed è un'altra stella...
ed è un'altra isola...
e saranno altri occhi
finché
i nostri passi
non si stancheranno
di viaggiare
ancora.
e mi tornano in mente
pescatori...
il volto segnato
dal sole e dal sale...
ma gli occhi,
piccoli sotto
le palpebre stanche;
ansiosi ancora
di guardare
una nuova stella
nel cielo.
ogni notte.

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