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diario d'officina

ritornano pagine usuali...
consumate fino a notte.
istante per istante.
oltre il nostro vecchio portone di legno...
ed ancora ciottoli da raccattare... o da deporre...
ancora una via di cui non si intuisce la meta...
ed infinite immaginifiche vivono.
ancora il sottilissimo filo di un sogno
a legare senza nodi.
non più grande
del refe ordito dalle graziose mani della  "regina mab"...
e non diversamente dai suoi,
filo che è vano spezzare...
perché non vi sono lame
capaci di recidere
i tessuti dell'anima - i più intimi -
ove si dipingono
le voci... i mercati... i vicoli...
i volti...
...ed i sogni...
quelli di ognuno...
quelli che unici rubano alla realtà le loro tinte
e vivono
tra le pareti delle officineteatrali.
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lascio i miei vestiti scivolare in terra.
li ripiego con cura
li ripongo nella sacca...
tra appunti... fogli... libri...
e parole.
le mie... le loro...
il pensiero di tante cose da dire ancora...
da ascoltare...
instancabilmente...
di nuovo indosso i miei abiti di ogni giorno.
lo zaino sulla spalla... le chiavi in mano...
mi avvio anche stasera...
spengo le lampade...
buio...
ma la luce rimane con me...
non quella dei freddi neon al soffitto.
non quella...
una luce lieve... donata... rubata...
sagoma ombre di verità cercate.
le mie...
le loro...
le nostre...
immagino di portarla via.
anche solo un riverbero. minimo.
nella sacca...
tra gli appunti... i fogli...
una maglia ripiegata con cura...


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lunedì, 26 marzo 2007
una corsa
mozzafiato
lungo il pendio
dolcemente
scosceso
di una collina,
sentendo
il verde
dell'erba,
rugiadosa ancora,
sotto i piedi nudi.
rotolare
su montagne
di sabbia
di cave
di pomice
- sabbia bianca,
  come fosse neve -
fino a tuffarsi
nell'azzurro
trasparente
di un mare
che serba
riflessi di cristallo
rubati al sole
d'agosto.
il silenzio,
la notte,
seduti
su un muretto
di una piazza antica.
il vento
che percorre,
e scuote,
improvviso...
ed aprire
gli occhi,
sbarrarli
incontro
al vento,
fino a sentire
lacrime
colme
di brezza
solcare
il viso.
immersi
in fondo
ad una poltrona,
l'ultima fila
della platea,
assistere
alla prima alchimia
di una musica
che sorge
al levarsi lento
del rosso di un sipario
e le luci,
lentissime,
bagnare la scena
fino a rivelare
l'incanto...
ed è libertà.
libertà
che invade.
che penetra
della pelle
ogni
poro.
che satura
l'aria,
i colori,
gli odori.
inafferrabile
sensazione
che
accarezza
istanti
preziosi...
rari...
istanti
che cesellano
nella memoria
profili
tenui
che è inebriante
ripercorrere...
sfiorandoli appena.
libertà
che si sceglie.
che mai
sceglie noi.
libertà
che si cerca.
che mai
si trova.
libertà
che vive
in fondo
ad occhi sinceri...
amici;
in una
carezza
inusitata;
nella semplice
verità
di un gesto
offerto,
mai dovuto.
libertà
che ritrovo
nel mio
essere teatro.
quando infine
rintraccio
l'essenza
più
intima
di me
dopo essermi
lasciato
denudare
d'ognuna di quelle
"fatiche"
che appartengono
ad una realtà
che troppe
volte
è impervio
abbandonare oltre
la soglia
di un proscenio.
libertà
che avverto,
adesso,
ogni volta,
nei versi
di un poeta,
- la mia,
  la sua libertà -
quando le parole
che compongono rime
riescono
a snodarsi
dai lacci
di un metro,
e penetrare
vicoli celati
dal velo
steso
senza cura,
dalla fretta
o dalla facile superficialità
dell'inseguire
il tempo.
ed in quei vicoli
le parole
non vagano.
s'avanzano lentamente
rischiarando
le zone d'ombra
che si proiettano
da quelle
inconsistenti,
intangibili
barriere
venute su
senza rumore,
e al di là delle quali
crediamo
di custodire
- intatto -
il nostro aderire
ai giorni.
vicoli stretti,
angusti,
che nel mio
immaginario
tante volte assumono
le sembianze
di piccole
vie spezzate
da piccole
porte di bassi,
vie di un mercato,
luoghi
ove voci
si mischiano
confondendosi
poi tra loro.
e sembrano
muti
i volti
che si incrociano,
che vengono incontro,
che curiosamente
guardano,
osservano,
scrutano.
o semplicemente,
distrattamente,
scivolano oltre.
e ci si muove
tra loro
con la paura,
il pudore,
di fermarne uno.
frugare
fino in fondo
i suoi occhi.
e parlare.
e dire
le cose
che premono
dentro.
ma quella
sacca di voci,
quel brusio
che scandisce,
che ritma,
incessante,
battente,
sembra
anche noi stessi
ridurre
al silenzio.
e tra mille
labbra
che si muovono
- mute si muovono -
le nostre,
non diversamente
rimangono
silenti:
cercando
di dirle
le proprie
parole...
cercando invano.
più forte
è il brusio.
il resto,
tutto intorno,
è brusio.
brusio
come silenzio.
ed è un silenzio
che infinite
volte
attraversa
le giornate
semplici.
silenzio
che forgia,
giorno dopo giorno,
le invisibili
sbarre
di una gabbia,
in ognuno
mai identica,
oltre la quale
preserviamo
la realtà
che sola vogliamo
si intuisca di noi.
ma sul palcoscenico,
mai,
è alcuna realtà.
spente le luci
della sala,
è un gioco
ove la "verità"
contende
alla realtà
ogni anelito
di vita.
ed inevitabilmente,
gabbie
si svelano.
nello stesso istante
in cui il nostro gioco
diviene
un lento ammutinarsi,
esse si svelano.
così
amo pensare.
un ammutinarsi
contro se stessi,
il nostro gioco.
per divellere
sbarre.
per spalancare
ogni invisibile
gabbia.
per spingere
lo sguardo
oltre
un'apparente realtà.
per sfuggire
fili.
più lunghi
o più corti:
burattini
o burattinai.
e nelle
nostre mani,
né lime,
né cesoie,
né tenaglie.
solo le parole
lievi
di un poeta.
rime.
null'altro
che rime.
rime
che incidono
più d'ogni lama.
rime
che ricacciano
nel canto
della quotidianità
ogni inutile
brusio.
e che conducono
oltre.
un passo oltre.
un passo oltre
il silenzio.
"esistono distanze
 incolmabili",
così ho scritto,
per i miei sette lettori,
nell'ultima pagina
di questo diario.
e quelle
distanze incolmabili
a volte
divengono
palpabili.
così il silenzio.
giacché
nulla ci pone
più lontano dagli altri,
e da noi stessi,
quando è il silenzio
la "misura"
di una distanza
da colmare...
e trovare
la via per le parole,
per le proprie parole,
non è mai
un sentiero
facile.
è doloroso,
a volte,
scoprire
quei veli
che celano
vicoli
bui.
ma il teatro
è come un ragazzino
capriccioso
e un po' per volta
inizia
il suo girotondo
intorno  a noi.
ogni giro,
più vicino.
ogni giro,
più stretto.
e noi
lo seguiamo
con gli occhi,
lasciandolo avvicinare,
via via
resi inconsapevolmente ebbri
da quel senso
di leggerezza
che proprio 
da quel gioco con lui
ha genesi.
e abbandonandoci
ad un gioco
- al suo gioco -
ad un girotondo
- al suo girotondo -
non ci accorgiamo
del suo stendere
la mano
verso noi
e carpire,
furtivamente carpire,
un minimo angolo
di quei "veli"
e lentamente,
in quel nostro
girare con lui,
stringerlo tra le dita
quel piccolo lembo di stoffa.
stringerlo fino a lasciare
che i "veli"
comincino
a cadere.
scivolare via.
e si è nudi,
innanzi al teatro.
e bagliori
di luce
iniziano
a diffondersi
e dipanare
la penombra
da quegli
inaccessibili
vicoli
che occultiamo
a noi stessi.
per primi,
a noi stessi.
ed a volte
prende
la voglia di fuggire,
per paura
di vedere,
di affrontare,
cosa "è"
oltre la gabbia...
cosa
oltre il silenzio.
e ci si scopre
fragili,
vulnerabili,
improvvisamente
esposti
a quello stesso
silenzio.
improvvisamente
esposti
alle gabbie
degli altri.
improvvisamente
esposti
alle nostre "parole"
che ambiscono,
adesso sì,
volare
al di sopra
di ogni brusio.
e sono piccole ali,
debolissime ali,
quelle cui
affidiamo
il nostro primo
staccarci da terra,
la necessità
di librarci
in un cielo
sconosciuto
che mai smette
di svelare
ai nostri occhi
nuovi paesi
su cui
lasciare
planare
le nostre emozioni.
ed è un volo
libero...
senza confini
se non quelli
dettati
dalla nostra
voglia
di cieli
e terre
che sono
ancora
una spanna
più in alto
di noi.
ed è osare.
forse questa
la libertà
che lentamente
cominciamo
a respirare
tra le assi
e la polvere
di un palcoscenico,
come su
questa piccola
pedana
intorno alla quale
pulsa
il nostro
essere teatro.
osare
al di là
di un percorso
già noto.
spingersi
ove più fitta
è la vegetazione
e sembra
improvvisamente
inghiottire
il sentiero
che accoglieva
passi
che sentivamo
essere certi
e che improvvisamente
non sostengono più
il nostro cammino.
ed in questi
istanti
ci si accorge
che mai nulla
il teatro
dona...
né mai
la libertà
è qualcosa
che alcuno
esonera
dal versare
il suo tributo.
conduco
i miei passi
sul palcoscenico
vuoto,
stasera.
i ragazzi
sono già andati via.
mi attardo un po'.
il praticabile
nero
è ancora
al centro
del palco.
l'aria
sembra
ancora segnata
da una danza
di donna.
e risuonano
le note
che hanno
preso corpo
dentro ognuno
di noi.
e accompagnato
quei passi
di danza.
poi mi fermo.
riconosco
in un angolo
qualcosa
che già so.
che altre volte
ho già visto.
le guardo.
lungamente
mi soffermo
su quelle
ali recise.
ali cadute
da chi forse ha avuto
paura del cielo.
di un volo.
o forse solo
il pudore
di spezzarlo,
il silenzio.

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